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Chi dovesse avere una qualche minima conoscenza di storia della filosofia saprà sicuramente che, per tradizione e soprattutto grazie al giudizio di Aristotele, la si fa iniziare da quel grande personaggio che fu Talete. Vissuto nel VII secolo a.C. Talete fu, oltre che un filosofo, un matematico, un geometra, forse un economista e anche un astronomo di fama. Proprio all’astronomia fa riferimento uno degli aneddoti più famosi legati alla sua vita. Si potrebbe forse dire che Talete è ricordato principalmente per questo avvenimento (oltre che per il suo ben noto teorema), vero o presunto che sia. La storiella ci viene riferita, tra gli altri, anche da Platone, nel Teeteto. Leggiamo quindi insieme il passo (174 a-174 c):

“[Talete], mentre studiava gli astri e guardava in alto, cadde in un pozzo. Una graziosa e intelligente servetta trace lo prese in giro, dicendogli che si preoccupava tanto di conoscere le cose che stanno in cielo, ma non vedeva quelle gli stavano davanti, tra i piedi. La stessa ironia è riservata a chi passa il tempo a filosofare […] provoca il riso non solo delle schiave di Tracia, ma anche del resto della gente, cadendo, per inesperienza, nei pozzi e in ogni difficoltà”

Ora, l’episodio non può che farci pensare, sorridere e riflettere, come sempre hanno fatto intellettuali e filosofi nel corso dei secoli, dandone le più svariate interpretazioni, spesso un portato diretto delle loro concezioni filosofiche. Alternativamente è stata derisa la sorte del malcapitato astronomo oppure esaltata la fermezza del suo pensiero. Non è questo il luogo per discutere sulla corretta lettura del passo; potremmo però dire che la facile morale del racconto è che il filosofo (lo studioso, l’intellettuale etc.), troppo concentrato nelle sue riflessioni o contemplazioni, perde di vista quello che ha sempre sotto il naso, le cose più terrene e quotidiane di cui non riesce a rendersi conto. Si rimprovera al filosofo una mancanza di aderenza alla realtà in cui vive: in fin dei conti sbaglia perché non sta con i piedi per terra, si perde nei suoi voli pindarici a fantasticare sull’astratto, facendo un lavoro inutile (nel caso specifico anche dannoso) e dimenticandosi di ciò che invece più conta, il mondo in cui vive, ben compreso invece anche da chi è ai livelli più infimi della società (un donna serva).

Mi verrebbe subito da dire che il giudizio è quanto di più attuale ci possa essere. “A cosa serve la filosofia? Poi cosa te ne fai? Credi che davvero ti servirà?” Generalmente è a questo tipo di domande che deve rispondere chi abbia manifestato un minimo interesse per la materia o che legga testi dell’argomento. Domande legittime e sensate, sia ben chiaro, che però troppo spesso riflettono quell’atteggiamento ironico da servetta trace, che vuole riportare il filosofo (o presunto tale) con i piedi per terra, sbattendogli in faccia la realtà, dimenticata dai suoi ragionamenti. Si dirà che domande del genere lasciano il tempo che trovano, ma secondo me testimoniano una percezione ancora diffusa del lavoro intellettuale. La ricerca fine a sé stessa, priva (o apparentemente priva) di alcun risultato visibile, serve davvero a qualcosa?

Si potrebbe davvero discutere molto su questo punto, sull’atteggiamento stesso da tenere nei confronti di chi si impegna nella riflessione e nella ricerca intellettuale. Lo scontro in questo caso interessa certamente l’immagine della filosofia che decidiamo di adottare, il ruolo che le attribuiamo nella galassia dei saperi umani. Si può essere però almeno parzialmente d’accordo nel definire la filosofia appunto come una sapere (o scienza se qualcuno preferisce) umanistica. È dell’Uomo che si pretende di parlare, in una serie praticamente sterminata di sfaccettature, questo certo, ma mantenendo fisso il focus su questo grande protagonista. Quale oggetto più terreno ci potrebbe essere dell’Uomo?
Ovviamente tutto ciò non deve per forza significare adottare l’atteggiamento opposto e attribuire alla filosofia il vertice nella scala dei saperi, oppure farle assumere il ruolo di tuttologia. Ma questa considerazione dovrebbe almeno suggerirci una prospettiva diversa su chi giudica rilevante interrogarsi ancora su questioni di innegabile portata millenaria. Chi ci dice, inoltre, che il tentativo di risposta a queste domande non incrementi la nostra presa sul reale, invece che allontanarci dal mondo in cui tutti viviamo? Chi l’ha detto che il filosofo dà risposte inutili a domande ancora più inutili su problemi astratti?

La filosofia forse davvero non serve a niente, forse davvero è semplicemente un discorso da ubriachi nascosto dietro termini aulici e astrusi e ragionamenti complicati, forse davvero è solo una raccolta di libri futili più e più volte riletti e ridiscussi. Ma la curiosità autentica che essa può ancora insegnarci, il tentativo di vedere ogni questione sempre da un punto di vista peculiare, quasi sospettoso, il suo continuo andarsi a trovare problemi dove sembrano non esserci e l’ostinazione a non accontentarsi della prima risposta che ci viene in mente, davvero non ha più niente da dirci? E se il buon Talete, una volta precipitato nel pozzo, continuasse a contemplare il cielo che lo sovrasta, nonostante la derisione della servetta trace, davvero saremmo disposti ancora a ridere del suo comportamento?

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One thought on “Con i piedi per terra

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