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La domanda è doverosa, dal momento che l’ultima volta hanno (abbiamo) intrapreso una guerra, quella in Afghanistan, con pretese di democratizzazione: una bomba per la libertà, insomma. Risultato: un paese letteralmente al collasso, nessun segno di democrazia (nemmeno da parte di alcuni soldati USA) né tanto meno di democratizzazione, focolai di estremismo islamico e odio vendicativo nei confronti dell’Occidente un po’ par tout. E adesso, quindi?

E adesso, quindi, occorre contestualizzare e far tacere coloro che vogliono che quanto accaduto alla redazione di Charlie sia la goccia che faccia  traboccare il vaso dello scontro duro.

E adesso,  è bene ribadire un concetto banale quanto essenziale: quelli di ieri erano due fondamentalisti islamici che niente hanno a che fare con chi professa un Dio che poi tanto di verso dal nostro non è.

La religione non è violenza di per sé.  La religione, tuttavia,  può essere uno strumento al fine di giustificare violenza, e la storia del cristianesimo ce lo ricorda fin troppo bene, ed è per questo che è assolutamente necessario distinguere coloro che professano un credo in santa pace da coloro che in nome di un dio ammazzano e sterminano, coloro che condannano violenze religiose da coloro che le compiono.  Non tutti i musulmani sono terroristi, non tutti i cristiani sono bigotti e non tutti gli italiani sono mafiosi.

I tre attentatori sono tutti nati e cresciuti a Parigi, in un paese libero e soprattutto laico. In Francia, la situazione è ben diversa dall’Italia: la re-islamizzazione, e il fanatismo che ne può scaturire, delle seconde e terze generazioni di immigrati (soprattutto dal Maghreb) è un fenomeno reale e allarmante soprattutto nelle banlieue, le periferie delle grandi città. Uno dei più autorevoli politologi francesi ,Gilles Kepel, attribuisce tale fenomeno al degrado urbano e sociale e allo stato di abbandono di queste vere e proprie favelas francesi: lo studioso afferma, infatti, che l’islam ha fornito una “compensazione” al sentimento di indignazione sociale, politica ed economica causata dalla situazione in cui riversano le banlieue. L’islam si sarebbe quindi sviluppato a causa dell’assenza della Repubblica e non in opposizione ad essa; i valori dell’Islam, in semplici parole, hanno riempito il vuoto lasciato dai valori repubblicani.

Comprendere il contesto entro il quale un tale avvenimento si è verificato è il primo passo per marginalizzare e contenere fenomeni di estremismo religioso.  Il sempre più crescente numero di comunità islamiche che nascono ai confini delle città forma una vera e propria  (sub)cultura parallela che ha portato alla formazione di un continuo stato di tensione sociale:  secondo un rapporto ufficiale del Marzo 2014, infatti, sarebbero  sempre più numerosi in francesi intolleranti verso gli arabi musulmani, considerati spesso come criminali, parassiti sociali, aggressivi nelle loro pratiche religiose e irrispettosi della laicità della Repubblica.

E le destra Le Penista sguazza in questo mare di tensione e malessere generalizzato, aggiungendo odio all’odio (emblematica la questione  del referendum sulla reintroduzione della pena di morte). La soluzione al fanatismo religioso in Europa, è chiaro, risiede altrove.

Kepel conclude la sua ricerca affermando la necessità di re orientare le politiche pubbliche verso l’educazione, l’infanzia innanzitutto,  per permettere integrazione economica e sociale dei francesi di fede islamica e il loro raggiungimento di ruoli di responsabilità in ambiti istituzionali, in un processo di conciliazione tra identità mussulmana e appartenenza repubblicana.

E a questo proposito, non può che venire in mente il poliziotto ucciso a sangue freddo nell’attentato: Ahmed, 42 anni, mussulmano e poliziotto, difensore della République.

E adesso, quindi, abbiamo scoperto che sì, la satira è una cosa seria, serissima, soprattutto quando colpisce fedi cieche e abiette. Possiamo dunque rispondere con altrettanta cecità a quanto accaduto, generalizzando e non distinguendo,  aprendo un conflitto dalle ripercussioni terribili, oppure possiamo aprire gli occhi e comprendere che il male è limitato a dei fanatici pazzoidi .

“Al male, reagiremo con più democrazia e umanità”, dichiarava il Primo Ministro norvegese dopo la strage di Oslo. Forse non è molto, ma mi pare già un buon inizio.

 

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2 thoughts on “E adesso?

  1. Pingback: Un piccolo ragionamento su questi giorni | Il blog di Mao

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