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Cara Eleonora,
io credo che un occidente esista, sia qui vicino e che si sia soltanto dimenticato di sé. L’occidente siamo tutti noi che andiamo ai concerti nei teatri, che viaggiamo per il mondo e contempliamo rovine sbriciolate dal tempo come un vecchio specchio in casa dei nonni. Insomma l’occidente è la nostra stessa libertà, e noi siamo la prova di un sogno lungo più di duemila anni. Però l’occidente si è anche dimenticato di se stesso, non ha più coscienza, è addormentato nel suo stesso sogno.
Viviamo, siamo liberi, amiamo, votiamo e manifestiamo, senza capire cosa tutto questo significhi. Non sappiamo infatti che manifestare è rivelarsi alla comunità, che ancora prima delle tue idee manifesti la tua anima, e devi stare molto attento a che le cose coincidano. Abbiamo dimenticato che la società non è il nodo di regole che la compone, l’intreccio dell’istituzione che si impara in qualche corso per pochi specialisti, ma sono i rapporti umani: non si appartiene mai a una nazione, ma alle persone che la popolano – il senso di appartenenza è sempre verso qualcuno. Tutte queste sfumature poetiche le abbiamo perse nella nebbia del consumo che omologa e ottunde ogni sentimento, rendendo la vita una grigia allucinazione di sensazioni.
Gli avvenimenti di Parigi, i fatti di Parigi ci ricordano che questa superficialità non è il volto della storia, che non ci si può dimenticare delle relazioni e dei vincoli che ci danno la vita. C’è questo di enorme da dire: “Poteva succedere a noi”, ossia capire che in realtà è già successo a noi, è successo
alla nostra cultura, alla nostra comunità. Per quanto il lungo cammino ci abbia portato a supporre che tutti gli uomini sono nostri fratelli, sono il nostro specchio di nodi e intrecci, non possiamo fare finta di non essere nati finiti e limitati, in una società che ha dei limiti ben precisi e non può fare altro che rimanere al proprio interno – a meno di non perdersi in un’alienazione di suadente buonismo.
I morti di Parigi, ingiusti, insensati, sbagliati, accusano il nostro oblio e chiedono il conto della nostra esistenza. Chi siamo?
Ebbene io credo che l’Europa sia la cultura dell’autodeterminazione di sé, poiché è la cultura che pone al centro l’uomo, prima ancora di Dio, che si è fatto uomo per l’uomo. L’Europa è l’Europa della libertà sessuale, politica e religiosa, ossia emotiva, sociale e spirituale (se vogliamo ammettere che le tre cose non coincidano). È il paese che tutela l’individuo e lo mette al di sopra della natura stessa. È la cultura che in base a questo ha inventato l’arrogante distinzione tra sensibile e intellegibile, e grazie a questo ha inventato la scienza, la fisica, l’ingegneria e la guerra basata sull’industria di morte. È l’Europa delle dighe che strozzano i fiumi, e delle ciminiere e del positivismo, tutto vero – ma è ance l’Europa dell’umanesimo. È la cultura che di tutti gli oggetti del creato ha scelto l’uomo, come punto dove abbassare lo sguardo. Ha concepito l’illuminismo e il romanticismo, e l’inviolabilità dei diritti dell’uomo e l’universalità perfino della fraternità umana. E poi ha messo i crisi i suoi concetti di bene e male e si è resa responsabile dei più grandi e terribili errori, fuggendoli inorridita, prima con coscienza e poi infantilmente; riflette su se stessa, si dimentica, si dilania e si suicida; inventa il denaro, lo strumento più rapido per inventare un desiderio da comprare, e oblia la vita, ad Atene, Alessandria, Pergamo, Roma, Londra, Parigi e tutte le sue capitali.
Non è migliore né peggiore delle altre, è solo quella che scandisce la nostra vita, che ci accompagna spingendoci ai concerti nei tetri, che ci porta a girare il mondo e a contemplare qualunque simulacro del passato alla ricerca di noi stessi. È la nostra cultura, nulla di più e nulla di meno.
In storia poi, non esiste il bianco e nero. Infatti Ele, pensa a Dante; sì lui è un occidentale, anzi è il più grande e primo poeta degli occidentali, è colui che nella strada dell’aldilà cerca e incontra di continuo l’aldiqua, e lo studia e ci si lega, fino a vedercelo dipinto nel volto di Dio. Eppure Dante, tanto simile a noi, da noi si discosta, perché lui in questa ricerca continua, cerca sempre Dio.
Attraversa Inferno, Purgatorio e Paradiso per una donna, che è l’immagine della sua anima, il trampolino di lancio per avvicinarlo all’infinito, al trascendente, allo spirituale. Oggi, con buona pace dei credenti, Dio è morto, e non perché la scienza ci ha dimostrato che non esiste, ma perché abbiamo smesso di cercarlo. Cos’è la fede? “Sostanza di cose sperate, e argomento delle non parventi” (Paradiso XXIV, 64-65). Come può considerare l’esistenza un ente che non esiste se non nella ricerca che si fa di lui? Noi, tutti persi nel soddisfare i desideri dell’individuo, non abbiamo più quel coraggio da poeti di infilarci le mani nel petto e cercare l’accordo del singolo col tutto.
Insomma, pure in Dante, il massimo poeta dell’occidente moderno, ci sono molte più cose di quante ce ne siano rimaste e di quante io ne potrò mai descrivere. Le culture umane sono tanti specchi messi tutto intorno ad uno stesso corpo, e di questo corpo si iflettono una con l’altra parti diverse; tutte sono valide e per tutte abbiamo la responsabilità storica della conoscenza. Per poterle conoscere dobbiamo capire quella su cui per primi abbiamo aperto gli occhi, i suoi doni e le sue ipocrisie.
Vorrei avere le certezze dei pacifisti da salotto o degli statisti di scienze politiche, vorrei poter tratteggiare il problema nei semplici stereotipi del teatrino delle ideologie, ma non credo che questo sia il mio compito, e sicuramente non è questo quello che so fare. In quanto studente universitario, in quanto studente di una facoltà umanistica e in quanto europeo io sento fortissima e davanti a tutto la responsabilità di rivolgermi a quell’altro mondo e di scoprire in lui tante cose che avevo dimenticato. Spero che qui i saggi mi perdonino se sbaglio. Islam vuol dire sottomissione, è vero, ma è anche connesso con salam, pace, armonia. A me piace pensarla come l’abbandono della volontà singola a quella di Dio, ossia a quella universale; è una cosa tanto sconveniente sperare di poter trovare un accordo tra il nugolo dei nostri desideri egoistici e le necessità naturali da cui il nostro essere è scandito? La ricerca di Dio, di un sentimento che dia senso alla vita, non è qualcosa che riguarda solo i credenti.
Insomma, l’Europa è tante cose, dilaniate, sofferenti, lontane e contraddittorie, ma la cultura della libertà della coscienza individuale è ciò che la rappresenta nel mondo e non dobbiamo, non
possiamo sprecarla in un’esistenza incosciente. Non dobbiamo disertare la nostra umanità, la nostra profondità.
Ti lascio con la famose frase di Simmaco in occasione della rimozione della statua della vittoria pagana nel senato, al tempo degli imperatori cristiani Graziano e Teodosio (380 d. C. circa):
“Dobbiamo riconoscere che tutti i culti hanno un unico fondamento. Tutti contemplano le stesse stelle, un solo cielo ci è comune, un solo universo ci circonda. Che importa se ognuno cerca la verità a suo modo? Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande.”
Credo che sia questo in generale compito dell’umanità e che farlo in relazione a questi eventi storici sia il grande compito della nostra epoca.
Con grandissimo affetto,
a presto
Rudy

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