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Gli economisti di diverse scuole possono litigare pressocché su tutto ma se c’è una cosa che li trova d’accordo è la valutazione sugli effetti nefasti dei monopoli. La concentrazione della produzione e della vendita di un prodotto nelle mani di un’unica impresa porta a un aumento dei costi per i consumatori, extra-profitti nelle casse della azienda e soprattutto diminuisce gli incentivi a investire in ricerca. In un sistema concorrenziale, al contrario, lo sviluppo tecnologico è un fattore competitivo fondamentale per differenziare i prodotti, ridurre i costi di produzione e per evitare di perdere quote di mercato a favore di concorrenti più innovativi.

Tuttavia c’è una tipologia di monopolio che è tipicamente accettata come benefica e indicata come fattore essenziale per lo sviluppo di un paese: i brevetti, ossia diritti allo sfruttamento economico esclusivo di idee che siano nuove, utili e non banali. Si sostiene che siano uno strumento indispensabile per incentivare gli investimenti in ricerca. Un esempio tipico è quello del settore farmaceutico. Una nuova medicina richiede anni e centinaia di milioni di euro per essere portata sul mercato. Se la molecola così prodotta fosse a disposizione di ogni azienda, chi l’avesse sviluppata non avrebbe modo di recuperare il suo investimento. Infatti, in un mercato perfettamente concorrenziale il prezzo di un bene è pari al suo costo di produzione, costo che sarebbe enormemente più basso per le imprese che copiassero quanto scoperto da altri e non dovesero, perciò, recuperare i costi di sviluppo del farmaco. Seguendo un tale ragionamento nessuno correrebbe il rischio di investire in ricerca, solo la concorrenza ne trarrebbe profitto. La funzione dei bretti è di modificare le condizioni del mercato e creare un monopolio temporaneo che garantisca incentivi sufficienti affinché il settore privato contribuisca allo sviluppo tecnologico delle nazioni. Un altro argomento utilizzato da chi li sostiene è che facilitino la circolazione delle idee: per ottenere un brevetto è necessario rendere pubblica la propria invenzione, chiunque potra quindi studiarla e usarla come base per successive scoperte.

Simili ragionamenti giustificano, ad esempio, l’impossibilità di accesso a farmaci salva-vita per gli abitanti dei paesi in via di sviluppo. Si dice che quei farmaci non sarebbero mai stati scoperti se le imprese non avessero avuto la garanzia di  poter imporre prezzi stratosferici per la loro vendita. Il perseverare nella miseria di alcune persone sarebbe dunque necessario per far sì che le generazioni successive possano essere curate efficacemente e a basso costo.

Se la teoria a supporto dei brevetti sembra essere solida, crescenti evidenze empiriche suggeriscono che il loro effetto spesso potrebbe essere l’opposto di quello sperato. Un articolo de “The Economist” del 8 Agosto di quest’anno fa una buona sintesi di questi effetti collaterali. In primo luogo, ricerche sulle fiere tecnologiche del diciannovesimo secolo non hanno trovato differenze significative rispetto al numero di invenzioni esibite da paesi con un sistema di brevetti rispetto a quelli in cui non c’erano simili garanzie. Altri studi hanno invece analizzato le conseguenze di riforme volte a migliorare la protezione delle idee brevettate in paesi in cui già erano già in vigore leggi sul tema. I ricercatori non hanno riscontrato né un aumento del numero di invenzioni né della spesa in ricerca e sviluppo. Allo stesso modo, le normative americane che a partire dagli anni settata hanno consentito di brevettare le nuove varietà di cereali e altre piante non hanno portato a un incremento nel tasso di crescita della produzione agricola negli Stati Uniti. Per finire, la storia di moti settori industriali, a partire da quello chimico fino a quello del software, mostra come il loro sviluppo abbia preceduto di anni la registrazione dei primi brevetti. La necessità di proteggere intellettualmente i prodotti sembra nascere piuttosto quando i miglioramenti tecnologici diventano più rari e le aziende esistenti vogliono evitare l’ingresso di nuovi concorrenti nel mercato.

Ci sono poi numerosi dubbi anche sul fatto che i brevetti favoriscano la circolazione di idee, spesso gli inventori cercano di escludere quante più informazioni possibile dai moduli che diventeranno pubblici fino a renderle incomprensibili a chi le voglia studiare. Un’altra faccia della stessa medaglia è la registrazione dei così detti brevetti troll, idee il più possibile vaghe e slegate da qualunque progetto industriale registrate solo per poter vantare pretestuosi diritti economici nel momento in cui qualcuno compia effettivamente progressi nel campo coperto dal brevetto. Questi troll creano particolari problemi negli Stati Uniti dove nelle controversie giudiziali ciascuna delle parti assume il costo dei propri avvocati – in Europa invece è più frequente che chi perda il processo paghi anche le spese della controparte. Un processo per difendersi contro le pretese di chi detiene un troll costa più di due milioni di dollari e di conseguenza esiste un forte incentivo a cercare un accordo extragiudiziale anche se i diritti vantati dall’accusa sono pretestuosi e infondati. Tuttavia più le parti si mettono d’accordo più si incoraggia la pratica cercare di lucrare sulle scoperte altrui. Questo genere di pratiche ostacola il progresso tecnico e tecnologico aumentando i costi di chi effettivamente si impegna nella ricerca.

A fronte della sua dubbia efficacia e dei suoi effetti collaterali si potrebbe comunque argomentare che almeno in alcuni settori garantire la possibilità di sfruttamento in esclusiva di nuove scoperte sia come minimo un male necessario. L’esempio tipico è ancora una volta quello dell’industria farmaceutica. I vantaggi a corto termine dell’eliminazione di ogni garanzia offeta dai brevetti e dell’imporre la commercializzazione di tutti i farmaci a basso prezzo sarebbe più che compensato dalle perdite dovute al mancato sviluppo di nuovi medicinali nel futuro. Il problema di questo ragionamento è che assume lo schema di incentivi creato dai brevetti come l’unico possibile. In realtà si potrebbero implementate soluzioni alternative, a partire da un incremento dell’investimento pubblico nella ricerca medica anche non di base, all’indizione di congrui premi in denaro per quelle imprese che riuscissero a sviluppare medicine con tutte le caratteristiche idonee a passare all’ultima fase di sperimentazione necessaria prima dell’immissione nel mercato. Quest’ultimo è il momento più costoso di tutto il processo di sviluppo e potrebbe essere anch’esso finanziato con fondi pubblici. Se il farmaco dimostrasse di essere efficace potrebbe poi essere prodotto da ogni azienda che avesse impianti industriali atti allo scopo.

L’incremento della spesa pubblica sarebbe finanziato dalla drastica riduzione dei costi per l’acquisto dei farmaci non più coperti da brevetto. Uno studio del 2005 ha calcolato che negli Stati Uniti si sarebbero potuti risparmiare 160 miliardi di dollari all’anno, sui 210 miliardi spesi per l’acquisto di medicinali se nessun farmaco fosse stato coperto da brevetto. Nello stesso anno le compagnie farmaceutiche dichiaravano di spendere 25 miliardi in ricerca e sviluppo mentre lo Stato investiva 30 miliardi in ricerca di base. Sembra quindi che un maggior coinvolgimento statale possa essere facilmente finanziato consentendo al contempo una riduzione della spesa medica.

Credo poi che una soluzione di questo tipo potrebbe aiutare a risolvere tre gravi problemi. Le industrie farmaceutiche, come ogni altra impresa privata, concentrano gli investimenti dove maggiori sono le possibilità di profitto, di conseguenza la scelta dei farmaci da sviluppare dipende più da considerazioni di carattere economico che dall’interesse pubblico. Nulla garantisce che utilizzando i due criteri si giunga sempre a prendere le stesse decisioni. In secondo luogo sono molte le prove che indicano che le compagnie farmaceutiche abbiano il potere di influenzare la comunicazione scientifica a loro favore. Quando finanziano gli studi sull’efficacia di farmaci che stanno sviluppando sono in condizione di decidere se pubblicarli o meno. Capita quindi che rendano pubblici solo quelli che mostrano che le loro molecole sono efficaci, anche se un numero maggiore di ricerche mostrano il contrario. Se gli esperimenti fossero finanziati dallo Stato i privati non avrebbero più la possibilità di distorcere la comunicazione scientifica. Infine i farmaci potrebbero essere immediatamente disponibili anche nei paesi in va di sviluppo a prezzi ragionevoli.

In definitiva l’attuale struttura del sistema dei brevetti favorisce comportamenti opportunistici e rendite di posizione oltre a non garantire pienamente il diritto alla salute nei paesi in via di sviluppo. Un suo attento riesame sarebbe quindi opportuno.

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