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Massa Simpson

Le folle, le masse, gli utili idioti, sono stati spesso protagonisti di insurrezioni, rivolte, qualche volta rivoluzioni. Che non sia poi troppo difficile manipolarle è difficilmente un mistero, a volte basta poco, specie laddove è forte il disagio e basse le capacità critiche.

Filiano è un piccolo paese nel mezzo della campagna lucana. Fino al 1951 il comune non esisteva, era una frazione del più grande comune della regione, Avigliano. I mezzi di trasporto erano scarsi e così quando per qualche faccenda bisognava raggiungere gli uffici comunali se ne andava l’intera giornata. Spesso alcuni filiansi decidevano di compiere il viaggio a piedi per risparmiare qualche soldo, valicavano un monte ma spesso venivano sorpresi da piogge o bufere invarnali. Nel dopoguerra la promessa del nuovo sindaco di concedere un’anagrafe a Filiano per diminuire i viaggi verso il comune non vede realizzazione, il malcontento cresce. Molti hanno visto, partiti militari, che altrove nel mondo la vita è diversa e più ricca. Un gruppo di maestri costituisce un comitato con tanto di direttivo per l’autonomia di Filiano. Raccolgono le firme, incardinano la pratica in prefettura e aspettano fiduciosi e solleciti che tutto faccia il suo corso. Tuttavia la procedura prevede che anche Avigliano dia il suo parere sull’autonomia delle sue frazioni e ovviamente il comune fa di tutto per ritardare l’atto.

Passano i mesi l’entusiasmo si affievolisce e iniziano a circolare strane voci, c’è chi teme che da Avigliano arriveranno ritorsioni fiscali, chi sostiene che il direttivo, formato solo da maestri elementari non sia all’altezza del suo compito. Il comitato inizia a sfilacciarsi, il consenso popolare inizia a vacillare, “ Dobbiamo scaldare gli animi, dimostrarci uniti”, “Ci vorrebbe una manifestazione di piazza”, “Sì, bene! Così ad Avigliano non avrebbero più scuse.” “D’accordo, ma come facciamo?”

Qui l’idea, pochi giorni prima il presidente del comitato, tale Angelo Raffaele Pace, è stato visto intrattenersi cordialmente con il sindaco Mancusi di Avigliano. Allora? Allora si decide – e Pace è d’accordo – di tappezzare i muri di manifesti anonimi che accusino il presidente di essere un traditore e un venduto, di essere d’accordo col nemico e che se la pratica non si muove è solo colpa sua. Sabato notte entrano in azione e la domenica gli abitanti di Filiano e tutti quelli che vengono dalle frazioni vicine si trovano a commentare la notizia. Sale lo sdegno, fomentato soprattutto da alcuni membri del comitato, altri invece si occupano di informare concitatamente chi viene da fuori. Viene indetta una manifestazione contro Pace e il suo direttivo, arrivano sotto la sua finestra: “Venduto!” “Traditore!” Pace si affaccia e con la faccia più stupita e dispiaciuta spiega che non capisce proprio chi possa aver scritto certe cose, che è tutto falso, che lui è in prima linea per l’autonomia, e il sindaco Mancusi è suo amico ma ognuno ha le sue idee. Niente, non gli credono. Allora il colpo di genio. “Non vi fidate? Bene, domani con chi vuole andremo a Potenza e potrete chiedere direttamente al prefetto se non sono spesso da lui e non mi impegno per la nostra causa. Finalmente chiariremo questo equivoco.”

Mai si era visto un simile tumulto a Filiano, una manifestazione con donne e bambini, per giunta. L’indomani sessanta filianesi si trovarono alla stazione di Sarnelli, la più vicina, diretti a Potenza. Il prefetto a rivedere Pace con tutto il suo seguito, è più che seccato di doverlo ricevere per l’ennesima volta, perché in prefettura non si potevano certo occupare solo di Filiano. Era quello che tutti speravano di sentirsi dire, il presidente era più che conosciuto e attivo in prefettura.

La manifestazione del comitato contro il comitato era perfettamente riuscita, fu uno dei tanti momenti decisivi che portarono alla nascita del comune di Filiano.

È un aneddoto e poco più, avrei potuto raccontarne altri, di roghi di presunte streghe e untori è pieno il nostro medioevo, e spesso tutto è nato da un racconto, da un sospetto, da una parola detta più o meno in malafede. La massa si incendia, esplode, se sufficientemente aizzata basta lasciarla andare e poi penserà qualcun altro a raccogliere i cocci. Specie dove è alto il disagio sociale, dove la frustrazione è tanta e pochi i mezzi critici. Bisognerebbe ricordarselo.

Mi ha fatto impressione l’altra sera sentire Giorgia Meloni escludere categoricamente che gli abitanti di Tor Sapienza potessero essere stati sobillati da qualcuno. C’erano un migliaio di persone in piazza quando lei è andata nel quartiere, e sostiene di non poter credere che stessero ripetendo parole che gli era stato consigliato di ripetere. Probabilmente non poteva dire altrimenti per ragioni di consenso elettorale, certo il problema non è quello di una pedissequa ripetizione, ma di voci fatte circolare ad arte che poi si diffondono autonomamente col passaparola. Non so e probabilmente è difficile da appurare se è a Tor Sapienza è successo qualcosa del genere ma è pericoloso negare che sia possibile. Non si può ignorare che la gente dia spesso credito a menzogne e falsità e che non abbia il più delle volte gli strumenti critici per pesare le informazioni che le vengono date.

Sicuramente chi dovesse sostenere a gran voce posizioni simili a queste non si troverebbe sommerso di voti. Eppure questa è una delle contraddizioni della democrazia che sarebbe il caso di avere sempre presente: giustamente non tutti, o meglio quasi nessuno, è in grado di comprendere le interconnessioni tra problemi diversi ed elaborare possibili soluzioni, ma al contempo tutti possono contribuire a decidere chi di quelle questioni si deve occupare. C’è uno iato tra la complessità delle situazioni e la semplicità con cui vengono somministrate all’opinione pubblica. Spesso sono dettagli altamente tecnici a fare la differenza oppure le variabili interconnesse sono svariate così che è praticamente impossibile restituire un quadro accurato della situazione.

Sono un democratico convinto, credo sia fondamentale che ciascuno possa, esercitando i suoi diritti politici dar voce ai suoi bisogni e a i suoi ideali. È un elemento fondamentale perché sia riconosciuta pari dignità a ogni persona. Tuttavia per una fisiologica divisione del lavoro non tutti siamo competenti in ogni materia e spesso siamo francamente incapaci di trovare soluzione alle problematiche che ci riguardano più da vicino. Prendere atto della nostra ignoranza e impotenza sarebbe un buon punto di partenza per affrontare con più tranquillità quel che ci accade, senza attribuire colpe e responsabilità a destra e a manca nell’illusione di risolvere tutto in fretta e furia. Non sarebbe male che venisse ripetuto più spesso e in primo luogo da chi governa che non tutto si può capire subito e senza sforzo, e che non tutti hanno i mezzi per comprendere ogni cosa. Questo non per snobismo, cattiveria o tendenze aristocratiche, ma per un semplice dato di realtà. Purtroppo sembra che la comunicazione politica vada esattamente nel verso opposto.

  • Dice un vecchio detto: “I problemi complessi hanno soluzioni semplici, facili da capire e sbagliate.”
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