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Ho visto giusto ieri l’attesissimo “Interstellar” di Cristopher Nolan: come sempre il cineasta statunitense mi ha soddisfatto sotto molti punti di vista, soprattutto per quelli che sono i suoi marchi di fabbrica: spettacolarità unita a una riflessione su temi “grossi”, sceneggiatura incalzante, immaginario come sempre potente e mai gratuito, intreccio con sovrapposizione di piani (temporali, nello specifico), capovolgimenti e colpi di scena. Eccetera, eccetera…

Tuttavia, proprio colui che può essere considerato uno dei “maestri della narrazione” dell’attuale cinema hollywoodiano mi offre uno spunto critico rispetto agli orizzonti narrativi di un certo tipo di produzione: a scontentarmi, nel caso specifico, è stato il finale del film. Tutti coloro che non lo hanno visto e che intendono vederlo, a questo punto chiudano l’articolo e arrivederci a quando l’avranno visto. Per gli altri (chi lo ha già visto e chi, pur non avendolo visto, non è interessato a vederlo) legga pure quanto segue.

Il punto principale è il seguente: “Interstellar” finisce stramaledettamente bene. Bene nel senso non solo qualitativo del termine, ma anche morale, nell’accezione classica del “lieto fine”. Un lieto fine che sembra inevitabile nell’ottica del blockbuster americano, ai cui canoni Nolan mai negherà (e a ragione) di aderire. Insomma, questi statunitensi, viene da pensare, non sanno proprio concludere una storia in tragedia! Non se deve piacere al grande pubblico perlomeno, non a quelli che vanno al cinema per vedere le astronavi, qualche esplosione, intripparsi il cervello con la filosofia da bar e poi… beh, non vorrai mica dirmi che, dopo tutto questo, il protagonista muore?!

Alcuni recenti blockbuster fantascientifici (in particolare “Oblivion” e “Edge of Tomorrow“) mi hanno fatto riflettere su questo imperativo “imposto” loro dal genere a cui appartengono. Va bene, è tabù far morire il personaggio principale: ma come creare la suspense necessaria per far piacere il film e farlo seguire fino alla fine da una sala cinematografica al completo, caricandolo allo stesso tempo di un profondo significato? Semplice: scomodando tutti gli ingredienti tipici di un altro genere, che con i lieti fini ha poco a che vedere, ma che con la riflessione sul senso degli eventi ci sa fare alla grande! Sì, parliamo della tragedia. Ecco dunque tutti i personaggi lanciare premonizioni negative sull’esito della missione o del viaggio, ecco ogni progetto e aspettativa crollare attorno ai protagonisti. Allora le soluzioni pensate in primo momento non saranno quelle da adottare e queste ultime saranno ben più pericolose di quelle paventate in partenza… salvo che poi basta l’intervento di un solo agente (esempio non fantascientifico: vedete la distruzione dell’Anello del Potere ne “Il ritorno del Re”) e tutti si salvano; chi era oramai destinato a una morte certa improvvisamente è in un altro luogo, a volte anche in un altro tempo, oppure il suo duplicato riappare in chiusura sorridendo prima dell’inizio dei titoli di coda.

Per risolvere la chiusura di un tipo di narrazione dentro un’altra, deve insomma avvenire necessariamente un evento eccezionale, un evento la cui credibilità a volte pare però davvero dubitabile. È solo l’autorità del narratore che ci costringe a credere a quanto successo, con l’impressione però di non averlo capito fino in fondo e, a volte, assecondando risvolti di per sé paradossali. Il risultato non è per forza brutto, anzi, ha una sua genialità: però pare un’alchimia davvero delicata, che talvolta lascia perplessi e sembra non delegittimare l’impressione che questi film, pur di riuscire nel dare importanza agli eventi e sebbene vincolati da una formalità di genere a un certo tipo di chiusura, siano tragedie che fanno cilecca, sminuendo quasi il senso delle azioni precedentemente apparse come molto significative. Insomma, questi film, nella loro audacia, rischiano di uscirne “sgonfiati” rispetto alle aspettative che essi stessi vanno creando durante la visione.

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