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A tutti sarà capitato di provare, in occasione di qualche discussione, una sorta di noia, di sperimentare una certa  stanchezza rispetto a quanto si dice. Spesso è una sensazione da snob, da persone che credono di saperla lunga e guardano gli altri con un fare sbruffone. Certe altre volte, però, può essere una forma di autodifesa, una legittima risposta quando si sentono cose scontate, dette già mille volte e altrettante ripetute. Si tratta di discorsi da bar, sicuramente, ma non solo. Si tratta di tutte quelle opinioni, riflessioni, stupidaggini, che si diffondono e che diffondiamo. Che ascoltiamo e ripetiamo senza porci troppo caso, senza farci troppa attenzione. Per certi versi non c’è nulla di male, sono solo discorsi e, nel caso dei discorsi da bar, stupido è chi li prende troppo sul serio. Le stupidaggini vanno intese in quanto stupidaggini, e spesso la pedanteria di chi analizza tutto dandogli un peso infinito si rivela una diversa forma di cecità. Eppure, c’è anche un che di angosciante, un che di fastidioso in tutto ciò che suona ovvio.

Ovvie sono tantissime cose, scontati tanti piccoli pareri che spesso seguiamo senza forse neppure rendercene conto. Ovvio che si debba lavorare un quarto d’ora oltre il proprio orario di lavoro, scontato che “la matematica è più da maschi che da femmine” e via via mille altre cose. Forse tutte vere, forse tutte false, forse chi lo sa. Meditare su tutto questo, sulla marea di “non detto” che popola le nostre menti e i nostri discorsi, può spingerci a riflettere un attimo sul senso da dare al nostro pensiero. Ecco, se si volesse con un’etichetta affibiare un significato all’attività intellettuale in genere, forse si dovrebbe dire che questa serve, in fondo e in sostanza, a “provocare”.

Urge però spiegarsi bene, visto la polisemia di questa parola e i mille modi in cui la si può intendere. Voglio dire: c’è provocazione e provocazione e, più in particolare, ci sono provocazioni perfettamente inserite nel mare magnum del “non detto” ed altre invece, che rispetto a questo, rappresentano un’autentica rottura. Le prime sono una sorta di scappatelle, sono quelle mosse da Radicali (nel senso del partito) che fanno un gran clamore, un gran colore e poi è un po’ tutto come prima. E’ la polemica che cerca lo scandalo, la provocazione di chi cerca una risposta sconvolta e scandalizzata. Il punto è che l’antitesi dello scontato e dell’ovvio non è semplicemente qualcosa di diverso, qualcosa che lo contraddice, è piuttosto qualcosa che ne rivela l’assurdità, l’insensatezza. La “polemica del pensiero” non sta nel far caciaria, sta piuttosto nel mettere a nudo l’inconsistenza degli argomenti, l’assenza di motivi. Polemizzare assume qui un significato fortemente positivo, quasi nobile. Non c’entra nulla con chi punzecchia il vicino per farlo andare in esasperazione, c’entra con chi chiede al vicino il “perché dice quello che dice”.

Andare alla ricerca delle ovvietà, snidarle e chiarirle mi sembra poter esser considerato il primo compito di una degna attività intellettuale. E’ una sorta di pratica comportamentale, volta non alla polemica o al ridicolo, ma a ripulire i nostri discorsi, il nostro pensiero, da tutto quello che non abbiamo veramente pensato noi, da tutto quello che diciamo pur non avendo mai giudicato. Se c’è un significato essenziale nella mossa filosofica nel dubbio, oltre al suo ruolo essenzialmente “tecnico” (se di tecnica filosofica si può parlare), può stare in questo: nell’esigenza di intendere la rete dei nostri concetti, la rete del nostro pensiero, come veramente nostra. Non si tratta di denunciare le chissà quali banalità del senso comune in vista di un qualche sapere di tipo superiore, né di denunciare la bassezza di un modo ingenuo di stare al mondo. Tutte queste sarebbero, davvero, polemiche sterili; queste sì frutto di chi non è in grado di distinguere il momento della serietà da quello della leggerezza.

L’esigenza che deve muovere l’attività provocatoria del pensiero, è invece quella di una massima libertà. Dobbiamo provocarci, mettere alla prova noi stessi e quello che pensiamo, per assicurarci di essere veramente noi, per assicurarci sia veramente nostro quello che crediamo e pensiamo. Se la riflessione, il pensiero, l’atttività intellettuale in generale e la filosofia in particolare, possono avere un qualche senso, questo può essere rintracciato proprio nella loro capacità di provocare. Nella possibilità che è sempre loro data di mettere in questione l’ovvio e lo scontato, perché la rete delle nostre idee possa finalmente appartenerci, perché siano possibili un pensiero ed una vita pienamente autonomi.

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One thought on “Le provocazioni del pensiero

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