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Tutti da bambini abbiamo letto le loro storie o visto le loro imprese alla tv.

Chi non ha mai sentito parlare del terribile Long John Silver, monco di una gamba e fornito di pappagallo alla spalla, o del celeberrimo capitano Giacomo Uncino? Chi non ha mai letto qualcosa sul pirata Barbanera, o sulle imprese dei feroci Sandokan ed Emilio di Roccabruna, meglio noto come il Corsaro Nero? E non dimentichiamoci del Capitano Jack Sparrow e della sua controparte Barbossa, che hanno riportato i pirati e i Caraibi alla ribalta, sulla scena cinematografica! La pirateria, con le sue coloriture e distinzioni tra filibustieri, bucanieri e corsari, è un immaginario che ha toccato un po’ tutti.

La domanda però è: perché i pirati piacciono così tanto? Che cosa fa sì che anche oggi, spesso e volentieri, si simpatizzi per questi personaggi del passato, anche affiancandole con tinte eroiche a figure attuali (come gli hacker, i “pirati informatici”) dando loro un’accezione, se non positiva, certamente chiaroscurale e che degli scuri tace più che può?

Direi che il capostipite di questa figura altri non è che la prima tra le celebri figure dell’immaginario collettivo da me citate: il pirata Long John Silver, quartiermastro della ciurma del temibile Capitano Flint e personaggio di finzione del romanzo di Robert Louis Stevenson, L’Isola del tesoro. Il romanzo di Stevenson, capolavoro della letteratura per ragazzi, pone questo personaggio nel racconto con un ruolo estremamente ambiguo. Da una parte egli è l’antagonista per eccellenza: è lui l’uomo con una gamba sola che sguinzaglia la ex-ciurma del Capitano Flint alla caccia del fuggiasco Billy Bones, custode della mappa del tesoro del defunto pirata; e sempre lui si infiltrerà a capo dei propri uomini nell’equipaggio dell’Hispaniola per recuperare il tesoro con la forza, una volta giunti sull’isola. Dall’altra parte egli ricopre la figura del mentore del giovane protagonista Jim Hawkins: lo protegge quando i pirati suoi compagni reputano inutile il ragazzo nella finale caccia al tesoro, anche se solo per chiedere di contraccambio di essere protetto dallo stesso, nel caso finisca dinnanzi a un tribunale al loro ritorno in Inghilterra; e, ciononostante, Jim non può che apprezzare le doti del pirata zoppo, parlandone con affetto, sebbene senza mai redimerlo dalla dannazione in cui la sua spietatezza lo condanna.

Long John Silver è un manifesto contro un manicheismo morale secondo il quale tutto deve essere o bianco, o nero. Anche nel male più evidente, mostra invece Stevenson, si nascondo aspetti apprezzabili e v’è non poco da imparare. Così sono i pirati: uomini dagli eccessi più sfrenati che, tuttavia, ci fanno sognare un anarchico sogno di libertà, un sogno che assume forza nella pittura in cui gli stati sovrani sono dipinti come sistemi dispotici che impediscono qualsivoglia iniziativa di ambito economico e sociale da parte degli individui. Ecco dunque che i continui ammutinamenti delle ciurme piratesche, che si concludono con confronti anche violenti e spietati per la conquista della leadership, sono comparate a un’espressione di voto popolare (democratico ante-litteram) in opposizione alla rigida gerarchia imposta dalla Marina di Sua Maestà Britannica o delle Grandi Altezze Spagnole. Non solo i nobili possono capitanare una nave, se l’equipaggio decide altrimenti!

La nobiltà di sangue viene così a mancare, dando ai pirati un ideale di riscatto sociale senza pari, misto ovviamente alla lordura dei loro interessi, al tintinnio dei dobloni, al clangore delle sciabole e al lezzo della polvere da sparo. La più alta morale (libertà, democrazia, emancipazione da un presunto antico regime) si cela sotto le vesti dei più disperati tra gli uomini, che preferiscono imbarcarsi su una nave senza destino piuttosto che piegarsi alle imposizioni di una società opprimente e, talvolta, persino ingiusta.

È dunque ora di rispondere alla nostra domanda: perché i pirati ci piacciono tanto? Ebbene, io credo in fondo che, nella giusta misura, ci sia un “pirata” in ognuno di noi e che talvolta non solo ci piace, ma è anche un bene saperlo ascoltare.

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