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Bello Figo

Bello FiGo si sente italiano. Non c’è dubbio avrà cambiato il proprio nome settanta volte sette, Da Gucci Boy a Figo Swag passando da Figo Verkel, Bello Gucceii, Bello Swag, Gucci Swag , Bello minghie Gucceii, Bello Gu, Bello biondo Gucceii, ma ha deciso da tempo: non importa quale paese del mondo può vantare di averlo tra i suoi figli, lui ha eletto l’Italia la sua patria. Soprattutto ci tiene a farcelo sapere. Nei suoi brani dice di essere nell’ordine Berlusconi, Matteo Renzi, Bruno Vespa, Belen Rodriguez e tanti altri nostri illustri connazionali. Nei suoi ultimi video, prontamente caricati su YouTube, mostra con orgoglio i suoi capelli tricolori e per mostrarsi degno del suo paese ci tiene a presentarsi sempre con vestiti così nuovi da avere ancora l’etichetta. Se Gucci Boy è uno dei suoi nomi d’arte non è certo un caso.

Ma più di tutti valga questo brano.

Cosa è simbolo dell’Italia più della pasta? O della Pizza? Ecco Bello FiGo ci racconta che tutti, ma proprio tutti, sanno che mangia pasta col tonno, che ovunque vada nel mondo la pasta non è mai mancata. “Se non sarà pasta, allora sarà pizza”, e sì, alla fine “Sembro italiano”. Certo poi vuole sottolineare la sua particolarità, lui ama il tonno, come altri popoli amano il riso o il kebap o gli italiani il pasto intero, ma alla fine si tratta solo di una variante di un caso generale.

Lasciando da parte il faceto. Bello FiGo ci mostra che cos’è italiano agli occhi di uno che voglia farne propria la cultura. In quella che forse è una ricerca di identità e di definizione, come testimoniano i modi con cui si chiamato e fatto chiamare, Bello ha deciso di assomigliarci al punto da non lasciare alcuno spazio alla sua storia passata. Non è possibile dire da che paese provenga, se sia nato in Italia o altrove, lui non ne parla, ne ha cancellato ogni traccia persino nel nome. Si definisce unicamente in relazione a quello che è il suo presente, gli ideali che canta non affondano le loro radici in alcun altrove, temporale o spaziale che sia.

Tutto deriva da un qui e ora che ci racconta quello che siamo, Bello assorbe quello che vede e lo copia per essere uno di noi, è specchio fedele di quello che noi italiani mostriamo di essere. A volte è esagerato certo, ma così l’immagine che restituisce è più nitida. Quello che compare nei suoi video e nei suoi testi sembra voler dire: “guardate sono uno di voi, faccio quello che fate voi, compro quello che comprate voi, i vostri leader sono i miei, amo le vostre donne. Sono uno che c’è l’ha fatta, godo del vostro stesso benessere, forse anche più di voi.”

Gucci Boy va in giro griffato, è attento ai simboli e ai nomi e sul suo corpo precipitano la bocca dei Rolling Stone, Hello Kitty, una canzone è dedicata alle sue nuove Jordan. Per lui è fondamentale essere figo: vuole apparire bello e ricco. Indossa sempre qualche nuovo marchio con l’etichetta a bella vista. Ci mostra i suoi soldi, si vanta della sua ricchezza, ci dice, con splendida metonimia, delle sue donne. Il successo per lui è questo, questo è la sua vita.

Non c’è poi da stupirsi se spesso usa l’inglese. Ci racconta un’Italia globale, in cui è forte l’influenza anglosassone, con l’Iphone che diventa oggetto di culto, parte di un’identità, e in cui l’inglese è diffuso trasversalmente. Esibire prodoti stranieri, parlare altre lingue non è certo in contraddizione con la sua ostenta italianità, lo facciamo tutti e tutti i giorni. Lui si adegua, tutto qui.

Gramsci definiva cultura egemone quello che riusciva a trasmettere i suoi valori nella quotidianità, quasi spontaneamente a tutti i livelli, spesso senza definirli come tali. Bello FiGo recepisce quello che lo circonda e se ne fa cantore, ci riflette quello che ha incontrato nel nostro paese e che ha visto e sentito così tante volte da farlo suo nel tentativo di assimilare il nostro modo d’essere.

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One thought on “Bello FiGo si sente italiano.

  1. Quel “sono uno che c’è l’ha fatta” è un tentativo borghese di accostarsi alla realtà di scarsa educazione e degrado culturale del sottoproletariato urbano o ne è la pasoliniana riproduzione in forma dialogico-popolare?

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