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Prima il Nord. Prima di cosa? Prima di tutti. Perché? “Perché prima si aiuta noi e poi se Dio vuole si aiuta gli altri.”

Queste sono alcune delle risposte che ho ricevuto dai partecipanti al corteo della Lega Nord contro gli immigrati, sabato 18 ottobre a Milano.

Mi avvicinavo a piccoli gruppi di persone e chiedevo loro se avevano voglia di rispondere a qualche domanda. No, non sto registrando e no, non sono una giornalista. Sono una spettatrice curiosa e vagamente autolesionista, interessata alle ragioni che oggi hanno spinto questa folla a radunarsi qui.

“No alla moschea… perché?” chiedo, leggendo uno dei tanti cartelli. Il cinquantenne rubizzo che lo regge mi guarda come se mi fosse sfuggito qualcosa di ovvio: una moschea è il luogo ideale per progettare attentati, senza contare che loro parlano arabo, “chissà cosa si dicono, non ci può essere controllo”. Faccio notare che un attentato si può comodamente progettare in qualsiasi appartamento privato, lì sì al di fuori di ogni controllo. Anzi, forse vedersi riconosciuti tramite l’assegnazione di un luogo di culto spingerebbe anche i più esaltati ad accantonare la loro crociata e rinfoderare il kalashnikov. Lui ribatte, ma è evidente che non siamo sulla stessa lunghezza d’onda quindi presto desiste, sospira, scuote la testa e mi dedica un sorriso paterno: sono giovane, non capisco ancora come va il mondo.

Trovo lo stesso atteggiamento in un anziano signore in cui mi imbatto poco oltre. A una mia domanda sugli immigrati risponde che quelli si lamentano, ma intanto finiscono negli alberghi di lusso, mentre migliaia di pensionati italiani tirano la cinghia per farsi bastare una pensione misera. Gli chiedo qual è, secondo lui, la percentuale di immigrati che riceve questo trattamento. “Eh, tanti… tanti tanti”. Ma in giro non se ne parla perché sono cose che non si devono sapere, nessuna meraviglia che io, così giovane, non avessi idea della portata del fenomeno.

Gli immigrati negli alberghi sono evidentemente un tema caro ai leghisti, perché pochi dimenticano di farvi cenno. “Quelli che non stanno negli alberghi scappano in Francia”. E i CIE stanno per dichiarare fallimento, immagino. “No no, ci sono, solo che di lì loro scappano subito”.

Le opinioni che raccolgo delineano un’immagine quasi mitologica dell’immigrato: arriva, scappa, sta negli alberghi, parla una lingua che non si comprende, crede in un Dio ambiguo o fin troppo esplicito, si organizza, prende il controllo di interi quartieri in cui si insedia con le sue tante mogli e i suoi innumerevoli figli.

E’ davvero così? Difficile a dirsi, ma in fondo cosa cambia? Una sola cosa è certa: noi siamo in crisi, quindi che non vengano a chiedere aiuto qui.

Pragmatismo casereccio leghista, intervallato da episodi di rara quanto inutile erudizione: da un distinto signore sulla sessantina ricevo un’impeccabile lezione di esegesi biblico-coranica le cui conclusioni sono che Islam e Isis non si possono distinguere chiaramente.

A parte questa parentesi di serietà intellettuale, sotto il sole delle Alpi c’è il clima frizzante dei cortei, di rabbia e insieme di festa. Nell’esaltazione generale tutti hanno qualcosa da dire.

Ben diversa l’aria che si respira tra i ragazzi (tutti maschi) di CasaPound. Saranno quattrocento persone, una falange compatta di figure nere in cui il mio abbigliamento non regolamentare attira immediatamente l’attenzione.

Sono appena entrata nello spezzone quando un biondino con gli occhi chiari viene verso di me, mi chiede se sono una giornalista e, ignorando la mia risposta, mi informa gentilmente che le interviste le fanno “là davanti”. Non qui in mezzo, insomma. Gli ripeto che non sono una giornalista, lui si rilassa e accetta di rispondere. Prima, però, mi invita a seguirlo all’ombra (cioè al bordo della strada, fuori dal gruppo) perché “lì si sta meglio”.

CasaPound Italia. Unita alla Lega nella lotta ai clandestini. Vanno aiutati, certo, ma non qui e non così. L’Europa deve fare la sua parte, non può lasciare tutto il peso sulle nostre spalle. “Quindi siete europeisti?” Giammai. Anche su questo sono d’accordo con la Lega: fuori dall’euro subito, ma soprattutto fuori dall’Europa, per una sovranità nazionale autentica. Non va oltre. Ci tiene però a sottolineare la differenza tra i due movimenti: la Lega fa leva sui malumori, sulle cosiddette reazioni di pancia, mentre CasaPound si ispira ai più alti valori.

Me lo conferma il secondo ragazzo con cui parlo, un laureando in giurisprudenza venuto apposta da Roma per la manifestazione. Emerge dal gruppo che avevo avvicinato e, dopo essersi annunciato con un educato ma deciso “alle domande rispondo io”, mi conduce fuori dal corteo, come da copione,  perché “lì in mezzo c’è troppa confusione”.

Anche per lui gli immigrati vanno aiutati nel loro paese. In che modo?  I compianti accordi Italia-Gheddafi erano un ottimo esempio. Faccio notare che Gheddafi non era esattamente il migliore amico di chi cerca di prendere il mare su un barcone, e che il fine di quegli accordi era più l’approvvigionamento energetico che la solidarietà internazionale, al che lui mi rimprovera per la mia presunzione. Non capisco, e lui si spiega: io consideravo Gheddafi un dittatore sanguinario secondo la mia mentalità tipicamente occidentale, ma non devo dare per scontato che anche un libico, cresciuto nel rispetto di valori diversi, lo ritenesse tale. Ah ecco, ora sì che ha senso. In effetti è molto probabile che libici in fuga lo considerassero un ottimo statista. Eppure quel ragazzo non era affatto ignorante, come non lo era la maggior parte delle persone con cui ho parlato nell’ora e mezza che ho passato lì (di più non ho retto).

Dovrei trarre delle conclusioni, ma mi vengono in mente solo premesse, le premesse di questo lavoro: il fatto che anziché andare al controcorteo a insultarli a distanza ho preferito andare in mezzo al corteo a parlarci da vicino.

Già molto è stato scritto sull’impulso che le crisi economiche danno ai movimenti nazionalisti, e io non ho nulla da aggiungere. Tutto ciò che posso dire è che in quel momento ogni strada del centro rigurgitava bandiere verdi mentre un poderoso impianto di amplificazione diffondeva per tutta Piazza Duomo una musica da battaglia.

Erano tanti, e questo mi ha spaventata molto.

 

Martina Milos

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