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Dopo aver trascorso un paio di giorni a Sarajevo, siamo partiti alla volta di Mostar. La strada che abbiamo percorso si snoda tra le alture dell’Erzegovina, una regione montuosa dalla vegetazione rigogliosa, che occupa la parte meridionale della Repubblica bosniaca. Le curve di asfalto seguono quelle della Neretva (in italiano, il fiume Narenta), in una valle color smeraldo, coltivata a tabacco e vite. Pare, infatti, che l’Erzegovina sia rinomata per la produzione di vino: sarà. Tuttavia, date le nostre tragiche esperienze con i vini locali durante tutto il giro nei Balcani Occidentali, consiglio vivamente di puntare su altri prodotti tipici da portare a casa come souvenir.

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Lungo la strada, per esempio, all’altezza di quasi tutti i tornanti, si vedono pile di barattoli ambrati, di diverse gradazioni di colore. Prima di uscire dalla valle, state certi che non resisterete alla tentazione di fare una sosta. Si tratta di barattoli di miele, senza etichette, né chiusure ermetiche: tuttavia, non appena aperti, sprigionano un aroma così dolce e intenso, da far dimenticare ogni norma igienica e indurre nella tentazione di comprarne qualche chilo. Il paesaggio, tutt’intorno, è incantevole: rocce e montagne coperte di vegetazione si tuffano scoscese nelle acque turchesi della Neretva. Tranne che per i venditori ambulanti di miele e frutta, tutto è in silenzio e non c’è abitazione, o anima viva. Alcuni cartelli, di tanto in tanto, avvertono chi passa della presenza di mine inesplose nei boschi.

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Mostar è il principale centro urbano dell’Erzegovina e sorge sulla Neretva. Il nome deriva dal suo simbolo, lo “Stari most” (o “ponte vecchio”) e dai torrioni che sorgono sulle rive, ai due capi del ponte, chiamati “mostari”, che significa “i custodi del ponte”. Il ponte di Mostar è un monumento carico di significati: è stato un simbolo prima e dopo la guerra degli anni ’90. Fu fatto costruire dal sultano ottomano Solimano il Magnifico nel 1557, e da allora il ponte è stato protagonista di leggende popolari. Una di queste vuole che il suo architetto, un certo Mimar Hayruddin, il giorno dell’inaugurazione del ponte, si fosse vestito a lutto per il suo funerale. Infatti, se non avesse costruito il ponte più grande e maestoso, di dimensioni senza precedenti, il sultano l’avrebbe condannato alla pena di morte. Vista l’ampiezza piuttosto ridotta del letto del fiume, quest’umile uomo ha dato il meglio di sé. Pur non essendo gigantesco, la costruzione del ponte è stata mirabile per la stabilità: è rimasto in piedi fino al 1993, ed è ricordato per la sua bellezza e le sue vicissitudini.

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Collega, simbolicamente, la parte croata-cattolica e quella bosniaca-musulmana della cittadina. Nel 1993, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992-1995), le forze secessioniste croate distrussero il ponte, dopo che questo era già stato danneggiato l’anno prima dai bombardamenti serbi. Entrambi i gruppi etnici, sia i serbi, sia i croati, vedevano nel ponte quello che effettivamente era e rappresentava: uno dei simboli dell’identità e della cultura bosniaca, da distruggere, in quanto tale. È stato meticolosamente ricostruito nel 2003 e da allora i suoi gradoni lisci e scivolosi sono percorsi ogni giorno da frotte di turisti. È facile imbattersi in qualche comitiva di pensionati in tour verso Medjugorje.

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Sul ponte, lo sguardo non ha potuto che soffermarsi su un uomo, vestito di un costumino da bagno, appollaiato sul corrimano di ferro battuto. È un membro del Club dei Tuffatori: un ristretto gruppo di coraggiosi che, seguendo una radicata tradizione, amano tuffarsi dal ponte nelle acque turchesi della Neretva. Per passione, ma anche per lavoro: si tuffano, infatti, solo dopo aver raccolto 25€ dai turisti lì intorno, che aspettano lo spettacolo. Di coraggio, per buttarsi da quasi 30 metri in quelle acque gelide, ce ne vuole. Ma viste le cicatrici di proiettili che segnavano il dorso e le gambe, muscolose e cotte dal sole, probabilmente il tuffatore ha dimostrato ben più coraggio in qualche altra occasione, una ventina di anni fa.

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Foto: Balnaszorp

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2 thoughts on “On the road: Mostar, Erzegovina

  1. Sono innamorata di quei territori, parte del mio sangue…sono altresì contenta che qualche italiano si spinga fin laggiù per visitarli, sono ancora “veri”…non come la costa della Croazia che oramai si sta cannibalizzando da sola 😦

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