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Stacco dalla mia pausa tardo-estiva raccontandovi di uno strano incontro.

Questo agosto ho avuto modo di intraprendere, assieme al gruppo giovani del mio oratorio, una “visita missionaria” in Bangladesh, uno dei paesi più poveri del pianeta e decisamente tra i più sovrappopolati [*]. A guidarci c’era un missionario saveriano, Padre Giovanni Gargano (per tutti padre Giuà), attivo in Bangladesh da molti anni. Lui ci ha permesso non soltanto di osservare la caotica realtà bengalese, ma anche di incontrare le persone del luogo; molte di queste erano giovani e famiglie appartenenti alle piccole parrocchie con le quali la minoranza cristiana ha costellato il verde delle campagne e i palazzoni delle metropoli del Bengala. La nostra visita procedeva dunque di casa in casa, nelle quali i bengalesi si prodigavano a offrirci the caldo, biscotti e salatini dall’aspetto meno gustoso alla vista di quanto non lo fossero al palato.

Tuttavia, nella città di Satkhira uno dei nostri ospiti è diverso dagli altri. È sì un giovane e collaboratore della parrocchia (aiuta a tenere i bambini e fa animazione), ma è un musulmano. Quando padre Giuà era parroco della missione, il ragazzo era entrato in contatto con lui e si era prodigato nell’aiutare la realtà cristiana del luogo. Un fatto molto strano, considerando che i musulmani sono la maggioranza religiosa del paese e difficilmente, come tutte le maggioranze religiose, reputano il confronto con le altri fedi un’occasione di crescita. Nessuna barriera culturale sembra però aver fermato il nostro amico.

Siamo dunque entrati nella sua stanza. Dico la “sua stanza” perché si tratta di una sola delle stanze della casa, ma è l’unica in cui lui possa ospitarci; sotto lo stesso tetto vivono con lui anche i suoi fratelli che, tuttavia, non nutrono la stessa simpatia per gli uomini della missione, anche se tollerano diplomaticamente le stranezze del fratello minore, magari nella speranza che un giorno queste lo conducano lontano da Satkhira e permettano a loro di mettere le mani anche sulla sua porzione di eredità. Senza romanzare troppo, il ragazzo ci fa sedere sul suo letto e su alcune sedie. Il materasso è largo, il lenzuolo variopinto, le pareti sono decorate con quadretti dove i caratteri arabi (mi faccio spiegare) annunciano che “Dio è uno e grande”, mentre le icone della Mecca mostrano l’ideale della città santa con la fermezza dei bassorilievi su metallo.

Il ragazzo ci accoglie a braccia aperte: ci presentiamo, abbozziamo uno scambio di nomi. È padre Giuà in realtà che dirige la conversazione, facendo ponte tra l’italiano e il bangla meglio di qualunque inglese veicolare di cui ci si possa dotare. Mentre il nostro giovane ospite va in cucina a prendere le varie pietanze, padre Giuà ci spiega che ora il ragazzo è un universitario, che però è costretto a lavorare per pagarsi la retta. Ecco che un pensiero va immediatamente alla mia condizione: anche io sono universitario, mi dico, ma quante volte mi sono sporcato le mani per pagarmi gli studi? Risposta già sottintesa: mai.

Arrivano dunque i cibi: the, biscotti… ma anche patatine, delle deliziose mele a cubetti, tutto condito dai sorrisi del giovane musulmano, al quale poniamo qualche domanda e di cui padre Giua’ ci racconta la vicenda. Il missionario ride anche di chi, vedendo dei musulmani aiutare la parrocchia, si lamentava con lui di essere più amico dell’Islam che della Chiesa! Dopo meno di mezzora ci siamo già levati in piedi e ci dirigiamo verso l’uscita. Come tutti i bengalesi, a questo punto, il nostro amico ama essere fotografato e ci tiene a far vedere di aver ospitato un gruppo di stranieri sotto il proprio tetto. Ci fa allora disporre con gioia generalesca nel cortile della casa e noi, i suoi amici e i diversi cellulari cominciano a scattare le innumerevoli foto ricordo dell’incontro.

Non avevo la macchina fotografica in quei giorni. Eppure bastano le stranezze di quella situazione per farmi ricordare la piacevolezza di star seduti sul divano ad ascoltare qualcuno che ti parla di una vita che, per necessità, si impone a dover essere più virtuosa della tua, anche in un contesto religioso che è a noi è  distante e che spesso supponiamo essere paralizzante. A volte basta un the, per creare uno spiraglio nel muro dei pregiudizi.


[*] Per chi fosse interessato al racconto di tutto il viaggio, può consultare l’articolo su Varesenews.

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