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L’intenzione era quella di partire durante la mattinata, dopo l’ultima colazione in Serbia, per affrontare le quattro ore di viaggio che ci separavano da Sarajevo, la capitale della Bosnia-Erzegovina, ed arrivare in tempo per visitare la città. “Life is what happens while you are busy making other plans”, direbbe John Lennon, tanto per abusare di una delle mie citazioni preferite. Le ore di viaggio sono state 13: si è trattata di un’avventura. Siamo partiti da Belgrado a cuor leggero, senza preoccuparci del motivo scatenante l’infinita coda di tir alla dogana, che ci aveva accolto pochi giorni prima (se vi siete persi il passaggio, ecco qui le disavventure della tappa serba). Potremmo dire di aver provato un sentimento di forte empatia con i camionisti. Sei ore e mezza per percorrere una ventina di chilometri, alla dogana tra la Serbia e la Croazia; ecco, normalmente ci accorgiamo a stento, noi cittadini dell’Unione Europea, di cosa questo nostro status voglia dire e di quali vantaggi e facilitazioni usufruiamo nella nostra vita quotidiana! In questo caso, il fatto di aspettare così tanto alla dogana, ci ha fatto sentire, in Serbia, ancora più lontani dall’Europa, casa dolce casa, sebbene ci si trovasse a pochi chilometri dal confine croato. Questi momenti, tuttavia, possono essere comunque impiegati in modo costruttivo: si possono osservare facce e comportamenti dei vicini tra le corsie di automobili ferme, cercare di indovinarne la provenienza, fare conoscenze. Si può riempire il tempo suonando e cantando con gli amici, attirando così attenzione e gli sguardi incuriositi, perplessi o sempre più innervositi di tutte le persone intorno.

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Era già il crepuscolo, quando dalla Croazia abbiamo passato la frontiera bosniaca. I poliziotti ci hanno lasciato andare, guardando con un’espressione stupita e divertita le nostre tre macchine straripanti di bagagli e vettovaglie. Ci hanno anche ringraziato, non si sa bene per cosa, sorridendoci amichevolmente. Forse per infonderci coraggio: ne avremmo, a breve, avuto bisogno. Per arrivare da Belgrado a Sarajevo, il numero di chilometri da percorrere non è eccessivo, sono circa 296 Km. Tuttavia, bisogna oltrepassare due valli e non c’è alcuna autostrada. Se si è in viaggio sprovvisti di navigatori all’ultimo grido, aggiornati con le mappe di tutto il mondo, conviene portarsi dietro delle classiche cartine. Stava per scoccare la mezzanotte, quando, appena entrati in una galleria, sull’unica strada per Sarajevo, veniamo fermati dietro alcune vetture in avaria. L’urlo di un uomo a piedi, nel panico, (“Benzina! Alle, alle!”) ci intima a fare dietro-front. Cominciò così l’odissea tra le stradine buie delle valli bosniache: sprovvisti di mappe, lontani dall’unica strada diretta per Sarajevo, abbiamo vagato in una notte umida, finché un uomo, con la sua auto, si è accostato alla prima della nostra colonna e ci ha fatto segno di seguirlo. Evidentemente si era in breve tempo sparsa la voce che una compagnia numerosa si fosse persa nelle brughiere bosniache. Quest’uomo misterioso, senza dire una parola, ci ha guidati in stradine nascoste nelle fronde e fatti giungere nel tratto della strada maestra successivo alla galleria. Siamo arrivati a Sarajevo verso le 3 e mezza di notte. Stravolti dal viaggio, non ci aspettavamo l’accoglienza frizzante della città. Per raggiungere l’ostello, situato in un palazzo centralissimo, abbiamo dovuto farci largo con le nostre valigie e i nostri zaini nel bel mezzo di un’affollatissima via di localini alla moda, dove altissime e attraenti ragazze sorseggiavano drinks in equilibrio su vertiginosi tacchi all’ultima moda, e diversi ragazzi bevevano birra, spesso coinvolgendo gruppi di loro coetanei in uniforme, la polizia locale.

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Nonostante anche qui le facciate di molti palazzi siano devastate dai proiettili, l’atmosfera che si respira a Sarajevo è del tutto diversa da quella serba. L’aria è frizzante, le persone generalmente molto accoglienti e sorridenti, il centro della cittadina è vivace nei colori delle case e delle viuzze del centro e affollata di turisti. L’impressione che suscita è di un popolo che, nonostante i terribili avvenimenti di cui sono stati in gran parte vittima, per mano dei serbi e dei croati, si sta sollevando e lo stia facendo con ottimismo. Sarajevo è una perla, nei Balcani: è d’obbligo visitarla per respirare la commistione culturale che la contraddistingue. Il centro città, infatti, assomiglia ad una cittadina austroungarica, in quanto alla conformazione delle vie,  piuttosto strette e lastricate di pietra chiara, e dei palazzi che vi si affacciano. Appena si alza lo sguardo, però, si nota un minareto che svetta sopra i tetti. Se si guarda poco oltre, se ne scorge un altro, e un altro ancora! Il contrasto è davvero affascinante. Il punto da cui ci si può effettivamente accorgere dell’enorme quantità di minareti è il cimitero musulmano, luogo che sorge sulla collina vicina al fiume che attraversa la città. Migliaia di sottili lapidi bianche coprono, come un manto, l’altura, tra alberi di pruno e salici piangenti. Il silenzio è denso, mentre, con un primo colpo d’occhio, su tutte non ci sono date di morte diverse dagli anni compresi fra il 1995 e il 1998. Nel centro città, vale la pena visitare l’esposizione fotografica sulla Strage di Srebrenica. Continuando il giro, è immancabile perdersi nelle viuzze del quartiere turco: date una veloce occhiata al bazar coperto, in cui purtroppo vendono solo cianfrusaglie da turisti, e dopo aver visitato almeno una moschea, fate una tappa per assaggiare il Burek, tipico rotolo di pasta fillo, ripieno generalmente di carne o formaggio acido, e dissetatevi con lo yogurt, che è particolarmente liquido e leggermente salato. Di sera, potrebbe capitare che coetanei bosniaci, a cui avete chiesto un consiglio riguardo ad un posto dove fumare narghilé, vi guidino fino al locale prescelto e decidano, amichevolmente, di passare la serata con voi a chiaccherare. Questo è quello che è successo a noi, inizialmente un po’ perplessi, ma poi allegri per il simpatico incontro.

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Foto: Balnaszorp

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