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La-Costituzione-Italiana

Sempre più spesso si sente urlare tra i banchi della politica: “ Colpo di Stato!”, “Attentato alla democrazia!”. Si tratta naturalmente di supercazzole. Ma non solo: chi dà credito a queste populistiche grida si dimostra un poco attento lettore della nostra Costituzione – creata a regola d’arte per evitare l’insorgere di novelli fascismi. Una delle più recenti accuse di golpe è stata rivolta da Beppe Grillo al premier Matteo Renzi sul tema della riforma costituzionale del Senato. Questo progetto di modifica della Costituzione, condivisibile o meno, sta in ogni caso seguendo esattamente l’iter prescritto dalla Costituzione stessa. Perciò è e sarà nell’alveo della Costituzione che gli oppositori di tale riforma hanno e avranno tutti gli strumenti per far valere la propria opinione. Mi sto riferendo al penultimo articolo della nostra Carta, il 138, che recita:

“Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”

Questo articolo prevede sostanzialmente una procedura aggravata per la revisione della Costituzione e le leggi costituzionali. Prima di tutto sono necessarie due deliberazioni da parte di ciascuna camera, prese a maggioranza assoluta dei componenti. Se nella seconda votazione non si è raggiunta la maggioranza dei 2/3 dei componenti è possibile, con le modalità indicate, ricorrere a referendum popolare: spetterà quindi al corpo elettorale esprimersi con un “pollice su” o un “pollice giù” sulla modifica. Nel caso in cui i 2/3 di ciascuna Camera, invece, avalli la proposta di modifica non fa luogo il referendum: in questo caso, infatti, una buonissima parte delle minoranze si è trovata d’accordo con la proposta di revisione e quindi non è necessario il consenso del popolo, visto che in una Repubblica parlamentare il Parlamento è lo specchio del popolo. Né mai ci potrà essere una legge elettorale che annulli o limiti fortemente la presenza di minoranze all’interno del Parlamento: sarebbe questa stessa incostituzionale e abrogata con i procedimenti previsti a garanzia della Costituzione. A meno quindi che il popolo stesso non lo voglia, il colpo di Stato o le modifiche alla Costituzione che spianano la strada a un colpo di Stato, state certi, non potranno esserci. La violenza e le armi, la rivoluzione popolare: questi appaino le modalità più plausibili perché riesca un colpo di Stato. Assai improbabili però nel contesto odierno. Da escludere è invece un golpe silenzioso e meramente politico: la nostra Costituzione lo scongiura e ci protegge, fintanto che vorremo farci proteggere.

“Non è stato eletto da nessuno: se ne vada!”. Questa critica, rivolta all’attuale premier e a quello prima e a quello prima ancora, può essere fondata dal punto di vista politico. Usarla però per sollevare un’ombra di autoritarismo è inutile. Di fatto “non è stato eletto da nessuno”, nel nostro sistema, è una tautologia priva di qualsiasi connotazione negativa. Vediamo perché. La nostra è una Repubblica (e questo non cambierà mai ex.art.139 Costituzione) parlamentare. Questo significa che l’unica istituzione a livello nazionale eletta dal popolo è il Parlamento, che quindi rappresenta il corpo elettorale. E’ il Parlamento a eleggere e nominare tutte le altre figure istituzionali: dal Presidente della Repubblica, ai membri parlamentari del C.S.M. e della Corte costituzionale ecc. E’ il Parlamento che dà la fiducia al Governo – dopo la solo formale (art.92) nomina del Presidente del Consiglio da parte del Presidente della Repubblica. Infatti, il Governo “deve avere la fiducia delle due Camere” e può essere sfiduciato (art. 94). Il Governo, quindi, non è eletto da nessuno e così deve essere. Noi votiamo per eleggere il Parlamento. Può Gianni l’idraulico diventare primo ministro? Se viene nominato dal Capo dello Stato (dopo la prassi delle consultazioni) e ottiene la fiducia delle Camere: certo che può! Che poi sia preferibile che il rappresentante della coalizione che ha avuto il maggior numero di voti diventi Primo Ministro, è tutt’altro discorso, e così infatti è avvenuto in tempi di normalità e di Parlamento “non spaccato”. Nel nostro sistema, insomma, il Governo è legato al Parlamento e quindi solo attraverso questo al popolo. La nostra è una democrazia rappresentativa, indiretta, con solo qualche elemento di democrazia diretta : del secondo comma del primo articolo della nostra Carta, si cita sempre: “La sovranità appartiene al popolo”, ma mai si termina la frase con quanto esattamente afferma: “, nei limiti e nelle forme della Costituzione”. La sovranità è presso il popolo, certo, ma viene incanalata, formalizzata, potremmo dire purificata, nelle forme e nei limiti della Costituzione. E questo è proprio ciò che, secondo me, evita l’insorgenza dell’autoritarismo – che più facilmente infatti nasce dal populismo.

“Che vergogna: perché la Corte Costituzionale ha impiegato 9 anni per stabilire l’incostituzionalità della legge elettorale? Lavorano o ci prendono in giro?” Queste parole, ripetute da politici e giornalisti più e più volte, hanno fatto mettere le mani nei capelli a chiunque mastichi qualcosa di materia costituzionale. Si tratta di bufala bella e buona. La fattispecie la conosciamo: alcuni articoli della legge n. 270 del 21 dicembre 2005 (la famosa legge elettorale di Calderoli, il “Porcellum”) sono stati dichiarati incostituzionali con la sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale. Non dobbiamo immaginare che nel momento in cui viene promulgata una legge, la Corte Costituzionale ci metta le mani per valutare la sua costituzionalità. Vi sono due modalità infatti per adire alla Corte Costituzionale: la via incidentale o la via principale. Quest’ultima comporta la possibilità per Stato (o Regioni) di rivolgersi direttamente alla Corte Costituzionale nel caso in cui si ritiene che una legge regionale (o statale) ecceda la competenza propria delle Regioni (o dello Stato). E questo quindi riguarda il conflitto Stato-Regioni. La prima via (art. 1 Legge costituzionale n. 1, 1948), invece, comporta che la questione di legittimità possa essere sollevata nel corso di un giudizio e davanti a un’autorità giurisdizionale; cioè è solo il giudice che può rivolgersi alla Corte nel caso in cui, in un processo, si trovasse a dover necessariamente applicare una legge di cui si sospetta la incostituzionalità. Verrà, in questo caso, interrotto il processo e aperta l’istanza presso la Corte, che valuterà prima di tutto l’ammissibilità della questione, per poi entrare nel merito della stessa. Le cose dunque stanno diversamente da come le hanno indicate numerosi politici e giornalisti e non potrebbe essere altrimenti: se non vi fosse il procedimento per via incidentale e la Corte potesse mettere le mani su tutte le leggi, questa avrebbe un potere incredibile ! Quando infatti la Corte decreta la illegittimità costituzionale di una norma, si crea una lacuna nell’ordinamento che solo il legislatore potrà colmare. I tempi della procedura incidentale, sopratutto in tema di legge elettorale, non sono così immediati: la legge in odore di incostituzionalità (e di cui non può trovarsi un’interpretazione conforme a Costituzione) deve capitare all’interno dell’ambito di pertinenza di un processo in corso e solo in quel momento, se tale legge è necessaria ai fini della decisione del giudice, questo potrà rivolgersi alla Corte, dando il via appunto a un processo incidentale presso questa stessa.

Sempre riguardo a questo tema molti, per primo il solito Grillo, hanno urlato che le Camere, vista la incostituzionalità di alcuni articoli del Porcellum, elette con tale legge, sono “illegittime” e debbono dunque essere smantellate. La Corte Costituzionale all’interno delle motivazioni che giustificavano la decisione presa ha specificato che questo non dovrà avvenire. In questo caso quindi la decisione non è retroattiva ma produrrà i suoi effetti a partire dalle prossime elezioni: la legge è sì “abrogata” ma non cancella l’esito delle precedenti elezioni. Le Camere non sono delegittimate, questo per l’importantissimo principio di “continuità dello Stato”: “Le Camere” – afferma la Corte – ” sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare»

OCCHIO ALLA BUFALA QUINDI !

Nella prossima puntata parleremo di bicameralismo perfetto, di decreti legge e decreti legislativi

Leonardo Moscati

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