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Son passati novant’anni da quel 1924 che vide le riprese delle attività del cosiddetto Circolo di Vienna. Dopo un periodo di attività prima della Grande Guerra, esso aveva infatti dovuto sospendere i propri incontri. A partire dal 1924 sarebbe iniziati i cosiddetti “colloqui del giovedì sera” che diedero il via al periodo più fortunato per quel gruppo di intellettuali che avrebbe rappresentato la scuola del neopositivismo.

Pretendere qui di delineare una traiettoria di questa tradizione, o di spiegarne i contenuti sarebbe veramente troppo, considerando perdipiù le differenze e le distanze che contraddistinguono gli stessi autori accomunabili sotto tale etichetta. Quel che è certo, è che il loro ruolo nel dibattito europeo ed americano fu realmente immenso, e che condizionarono in misura fortissimo lo sviluppo della filosofia e della logica nei decenni successivi. Non sempre questo ruolo gli fu riconosciuto, tanto che anche oggi nei manuali e nei corsi universitari hanno probabilmente meno spazio di quanto gli spetterebbe. Si tratta in gran parte di un atteggiamento comprensibile, benché non giustificabile, se si pensa alle tesi forti e provocatorie che caratterizzavano la scuola. Si pensi ad esempio al celebre testo di Carnap che fin dal titolo, “Il superamento della metafisica tramite l’analisi logica del linguaggio“, era un manifesto programmatico che, in fin dei conti, teorizzava l’insensatezza di ogni indagine filosofica, almeno nel senso più forte del termine.

Il Circolo, che negli anni aveva visto partecipare grandi intellettuali quali Neurath, Carnap, Waissman, Schlick e numerosi altri logici, filosofi e scienziati si andò sciogliendo negli anni ’30. La scuola neopositivista, sviluppatasi in lingua e territorio tedesco, fu apertamente osteggiata dal regime nazista. Molti autori di origine ebraica furono costretti a scappare negli Stati Uniti, nel 1936 Moritz Schlick venne assassinato sulle scale dell’università di Vienna. Le attività della scuola ripresero oltreoceano, influenzando profondamente la vita intellettuale degli Stati Uniti ed instaurando un proficuo confronto con le tradizioni di pensiero più tipicamente americane.

A partire dal celebre principio di verificazione, i nodi critici, problematici o semplicemente su cui riflettere rispetto al neopositivismo sarebbero moltissimi. Quello su cui qui vorrei concentrarmi è soltanto uno, ossia la considerazione che in questa tradizione viene ad assumere l’attività pratica, intesa nel significato di attività morale. A tal proposito credo sia molto indicativa la proposizione 6.421 del Tractatus di Wittgenstein, autore pur non inscrivibile in toto in tale scuola. Essa recita: “E’ chiaro che l’etica non può formularsi. L’etica è trascendentale. (Etica ed estetica sono tutt’uno)“. Lapidario come sempre, Wittgenstein ci dice in due righe moltissimo di come la tradizione neopositivista affronta la questione morale. Nella terminologia del Tractatus, infatti, “trascendentale” indica qualcosa che non appartiene al mondo, ma alle condizioni della sua sensatezza. Logica, etica ed estetica sono tre discipline trascendentali, tre discipline che non parlano dei fatti, ma che riguardano una dimensione normativa, un “dover essere”. Di questi tre ambiti non si può parlare; ogni possibile proposizione li presupporrà, senza poterli mai esplicitare. Logica, etica ed estetica si mostrano, hanno in qualche modo ache vedere con la sfera dell’ineffabile, con quello che Wittgenstein chiama “il Mistico”.

Giova qui ricordare che, nonostante il carattere decisamente esistenziale della riflessione che Wittgestein conduce nel Tractatus, occorre tenere presente che ogni riflessione lì contenuta, anche quella dal contenuto più prossimo a posizioni che possono addirittura essere considerate religiose, và inquadrata in un contesto argomentativo che vede nel ruolo della logica il suo punto chiave, e nella distinzione fra il “che” indicibile del mondo, e il “come” dei suoi fatti, un punto essenziale. Su Wittgenstein ed il Tractatus si potrebbe riflettere moltissimo, data la mole di stimoli e di riflessioni che le sue pagine contengono. Qui è sufficiente prenderlo come un caso più o meno esemplificativo di un certo clima culturale.

Le ultime proposizione dle Tractatus, infatti, sono un bell’esempio di un movimento tipico della scuola neopositivista: da un lato ci sono i fatti, il mondo e la scienza, dall’altro la morale, il sentimento, la sfera dell’indicibile. Si tratta di un paradigma che ha del manicheo, che divide il mondo del sapere in uno spazio penetrabile dalla ragione, ed in uno di cui sarebbe vano anche solo provare a parlare. Ecco, io credo che questo modello possa francamente lasciare insoddisfatti. Personalmente, non nascondo di provare anche una certa irritazione nei confronti di questo modo di vedere le cose, e questo non perché disprezzi i filosofi in questione, ma perché una tale impostazione del problema nega in toto la legittimità di ogni discussione sui valori, sulla morale, su ciò che reputiamo giusto o ingiusto fare. Le proposizioni morali, le proposizione che esprimono un dover essere non sono dunque né vere né false, non dicono nulla del mondo, nulla della realtà, ma sono pura emissione di suoni. Quello che rimane è il nostro sentimento, un privato sentire che ci lascia tremendamente soli e che bolla di non senso ogni nostro quotidiano discutere. Ovviamente nella tradizione neopositivista esistono posizioni differenti, alcune più sfumate ed altre più radicali, ma se c’è un pregio di questa scuola è la sua forza provocatoria, che è spesso buona cosa prendere sul serio.

Spero risulti altresì chiaro come queste poche considerazioni non rappresentino affatto una vera e propria critica a tali idee; è chiaro che una riflessione seria a riguardo non può prescidere dal coonsiderare attentamente la natura della normatività, di quella logica e di quella morale. Ma, pur ammettendo con Carnap e compagni che dall’essere non si deriva un dover essere, il fatto che tutti, sempre e con passione ragioniamo di cosa fare, di cosa è giusto o meno, di cosa è bene e cosa male, ci può quantomeno mettere in avviso. Ci può segnalare che quella di ragionare, non solo dei fatti, ma anche di etica e morale è un’esigenza fondamentale. Ci può spingere quantomeno a riflettere su un’altra via, una via che vede nella normatività – nella logica, nell’etica e nell’estetica, per dirla con Wittgenstein – un elemento fondamentale per orientarci nel mondo e nella vita. Una strada dunque che prende sul serio l’idea del trascendentale, ma che non lo sublima al di fuori dell’ambito del disputabile, bensì lo intende sempre come oggetto di critica, riflessione e discussione. Da qui forse, tanto contro le derive di un razionalismo freddo e inutile, quanto contro fughe mistiche o sentimentali, si può prendere spunto per riflettere su una rinnovata ragione pratica, una ragione il cui compito fondamentale ed essenziale resti sempre quello di aiutarci ad agire e muoverci nel mondo.

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