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La prima cosa che stupisce, quando si arriva a Belgrado in macchina dalla Croazia, è l’interminabile fila di camion che occupano la corsia di senso contrario sulla sinistra, in autostrada. Chilometri e chilometri di tir fermi: il traffico, nella corsia opposta, scorre veloce verso la capitale serba, tanto che non si ha quasi il tempo di leggere, sui teloni che coprono le merci, le scritte in cirillico, in turco, o in qualche lingua dagli impronunciabili suoni slavi. E’ la coda alla dogana tra la Serbia e l’Unione Europea. Sfrecciamo liberi in Serbia, dopo un veloce controllo, convinti che non potremo mai trovarci nella stessa tragica situazione dei camionisti, che intanto aspettano.

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La seconda cosa che stupisce, quando si entra nella città di Belgrado, sono i palazzi bombardati ai lati dello stradone a più corsie che porta verso il centro. Non smetterà mai di fare una certa impressione, lungo tutto il viaggio nei Balcani Occidentali, che ho intrapreso con un’adorabile compagnia di amici. Davanti ai finestrini si susseguono enormi condomini grigi, sporchi di smog e fuliggine: sembrano quasi arrugginiti. Una volta scesi dalle macchine, il panorama più di tanto non cambia. Gli edifici sventrati, infatti, non sono nascosti e, nonostante le voragini nelle pareti, rimangono in piedi, lasciati lì, per mancanza di risorse finanziarie per la ricostruzione, forse per incuria. O come monito, a testimonianza del turbolento recente passato: nel 1999, Belgrado fu bombardata per 78 giorni di fila dalle forze NATO.

A Belgrado, mai come prima, mi sono sentita in Est Europa. Si tratta di un altro mondo rispetto alla decadente, ma aristocratica e romantica Mitteleuropa. Può capitare di sentirsi un pesce fuor d’acqua, nel momento in cui si constata che l’ostello prenotato è un appartamento in un condominio in stile sovietico che ha visto passare su e giù per le sue scale vite e vicissitudini di sostenitori e oppositori di Tito. Superato l’ingresso, saliamo per quelle stesse scale per salire fino al terzo piano, visto che un cartello affisso sulle porte cigolanti dell’ascensore, ancora quello originale, ne sconsiglia l’uso. Ad ogni pianerottolo, si ha l’impressione che dietro le porte e le pareti scrostate scorrano i fili delle cimici e dei microfoni nascosti e che, all’altro capo dei cavi, ci sia una spia del KGB in ascolto.

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Kalemegdan è il più grande parco di Belgrado: si tratta di un’ampia altura nella Stari Grad, la città vecchia, su cui sorge la Fortezza, di cui rimangono mura, bastioni, fossati di epoca bizantina, ottomana e austriaca. Le porte di accesso sono precedute da un allestimento di carri armati di sorta diversa, che sono anche disposti lungo tutte le mura: non esattamente quello che si potrebbe definire un caloroso benvenuto. Dall’interno delle mura, si gode di una vista panoramica mozzafiato. La collinetta, infatti, degrada ripida verso il luogo dove il Danubio e la Sava confluiscono. Oltre i due fiumi si stende a macchia d’olio la moderna e grigia Novi Beograd.

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Belgrado è rinomata per la sua vita notturna, recentemente sempre più in voga per il prezzo più che accessibile, la varietà e l’intensità dei divertimenti. Effettivamente, già solo se si passeggia lungo le sponde del Danubio, vi è un’incredibile scelta di locali. Si tratta di vere e proprie discoteche galleggianti: barche, battelli e quant’altro, diverse per dimensioni, arredamento, musica. Però, per i programmi serali, ho la tentazione di sbilanciarmi a dare altri consigli.

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ll quartiere che più merita, infatti, è quello bohémien. Si tratta di un angolino della città, in cui un saliscendi di stradine ciottolate si intrecciano l’una nell’altra e dove si respira un’atmosfera frizzante e allegra, del tutto diversa dalle altre zone, un po’ fosche e dense di tristi ricordi. In questo quartiere, chiamato (generosamente) la “Montmartre di Belgrado”, si susseguono ristorantini tipici, tutti decorati con fiori e luci, che di sera si animano di vita, turisti e anche molti serbi. La massima aspirazione di un viandante occidentale è, in un posto del genere, assaggiare gli onnipresenti cevapčiči, bere vino rosso e, soprattutto, godere nell’ebbrezza dell’allegria incontenibile provocata dall’irresistibile musica balcanica. Ecco, dopo una cena in uno di questi bistro, vi toglierete questo sfizio, probabilmente per un bel po’ di tempo. “La musica balcanica è bella e tutto quanto, ma alla lunga…”, tanto per fare una citazione poco politicamente corretta. Soprattutto quando il suono incalzante di violini, celli e fisarmoniche rende impossibili le conversazioni con i vicini allo stesso tavolo, a causa del volume assordante e dell’insistenza dei musicisti. Tuttavia, è un’esperienza di cui non posso pentirmi: sicuramente più che piacevole, con qualche bicchiere di vino in corpo.

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Foto: Balnaszorp

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