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languore

Con questi versi d’apertura, Paul Verlaine ci consegna una delle immagini più emblematiche per rappresentare la fine di una gloria che, innanzitutto, è una gloria culturale. Il poeta francese tinge questa tragica conclusione di bianco e di oro, anche se il tono delle parole sembra alludere a una cupezza ben diversa. Questi versi mi sono tornati in testa ieri, mentre osservavo le opere della Ravenna tardo-antica e bizantina rilucere davanti ai miei occhi. Verlaine usa l’Impero Romano d’Occidente e la sua fine per indicare la decadenza della poesia nel proprio tempo. Ora, se la poesia può permettersi di indicare questo evento storico come la Decadenza per antonomasia, forse i monumenti di quell’epoca ci dicono qualcosa di diverso. 

Partendo dal battistero detto “neoniano” o “degli ortodossi”, la mia gita ravennate ha toccato il mausoleo di Galla Placidia, nonché le basiliche di Sant’Apollinare Nuovo, Sant’Apollinare in Classe e quella di San Vitale: l’impressione che, quando l’Impero Romano d’Occidente cadde, in un primo momento non se ne accorse nessuno trova conferma nel modo in cui la trionfante Bisanzio e i suoi gran federati Ostrogoti decorarono la propria riconquista di Ravenna dalle mani dell’usurpatore Odoacre. Dovrei procedere con ordine e usare questi monumenti come una piccola mappa per ripercorrere le tappe con cui l’Occidente venne trasformato, nel giro di duecento anni, da centro del mondo a una bellicosa periferia. Per farlo però ci vorrebbe un intero libro. Mi sposterei perciò al capolinea di questa tratta e userei, come simboli di questa decadenza inconsapevole di sé, due mosaici in particolare, entrambi contenuti nell’abside della basilica di San Vitale. Questi sono i celebri riquadri in cui vengono rappresentati l’imperatore Giustiniano e sua moglie Teodora, circondati, il primo, dal vescovo Massenzio e la propria corte, la seconda dalle proprie dame di compagnia e dagli eunuchi di palazzo. [rispettivamente, immagine di copertina e immagine sottostante].

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Le prime domande che sorgono sono ovviamente: perché l’imperatore e la sua nobile consorte sono rappresentati all’interno dell’iconografia religiosa della basilica, per di più con il capo circonfuso da un’aureola di santità? L’esemplarità della loro vita, ecclesialmente parlando, potrebbe essere messa in dubbio dal forte antipatia che intercorse tra Giustiniano e l’episcopato italico del tempo. Ciò non toglie che l’imperatore, in quella fase, si ritenesse ancora la massima autorità politica esistente in terra, sia temporalmente che spiritualmente parlando. Tale divisione di competenze gli era infatti completamente ignota, ancora ben lungi dall’affermarsi, allusa soltanto del Civitate Dei di Agostino d’Ippona e per nulla confermata dall’azione di un’autorità unica e capace di comandare la chiesa. La possibilità di rappresentarsi in questo modo è per Giustiniano il coronamento di una linea ideologica che, da Costantino, procede per molti politici ascesi al soglio imperiale. L’antico culto pagano dell’Imperatore come figlio degli dei è tradotto cristianamente nel sommo intermediario tra Dio e la Chiesa, i suoi vescovi inclusi: l’imperatore può dunque decidere chi siano i propri vescovi, legiferare in materia teologica e, anche chi osasse mettere in dubbio questa sua autorità, deve comunque cercare una linea concorde agli intenti del signore di Bisanzio.

Basti pensare che Giustiniano emanò nel 344 l’editto dei Tre Capitoli, dove fugava ogni dubbio circa la natura umana e divina del Cristo, nonché sedava le liti sorte attorno alla natura trinitaria dell’unico Dio cristiano. I tentativi di sua moglie Teodora di far approvare questo provvedimento dai vescovi italiani sfociarono in una destituzione del vescovo di Roma e la sua sostituzione con il famigerato papa Vigilio: quest’uomo, che ottenne la carica in cambio della promessa di approvare l’editto, rinnegò il patto una volta ottenuta la propria parte. Per questo Teodora, con la stessa facilità con cui lo aveva posto sul soglio, lo riportò a Bisanzio per ben due volte, prima che Vigilio cedesse e approvasse l’editto tricapitolino. Insomma, questi due personaggi rappresentano il trionfo dell’Impero sulla Chiesa, la teocrazia imperiale non è soltanto riconfermata come nell’era pagana, anzi, ne è rafforzata, poiché è riuscita ad imporre in tutti i propri domini un culto unico, sebbene al prezzo di rinunciare alla divinizzazione della figura imperiale in cambio di una sua sola santificazione. Per quanto il cristianesimo, se impugnato come instrumentum regni, tenda a replicare la struttura tipica di un culto pagano, la teologia cristiana non può compiere il passo politeistico fino in fondo per affiancare Giustiniano al Dio creatore dell’Universo.

Giustiniano e Teodora non sono dunque una semplice decorazione della decadenza dell’Occidente. Ne sono la principale causa, anche se non gli unici colpevoli, se di colpevoli si può parlare. La cosa interessante è però constatare che tale crisi, nell’ottica di questi due personaggi, fu funzionale a un rafforzamento dell’unica autorità imperiale, che già era stata minata dal cristianesimo all’epoca di Ambrogio. I barbari sembrano essere, nel quadro, quasi un semplice effetto collaterale, spesso tra l’altro impugnato politicamente dalla stessa Bisanzio. I mosaici di San Vitale non sono dunque, come suggerisce Verlaine, la dissimulazione di una crisi, ma l’affermazione di un trionfo di cui la crisi è stato il principale strumento di riuscita. I mosaici di Ravenna sono l’effettivo far mostra di un potere per nulla in decadenza, anzi, più che mai forte, per quanto contrastato. Dove però la visione proposta da Verlaine può ridere delle intenzioni di Giustiniano?

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La risposta sembra essere questa: dopo Giustiniano, Bisanzio smette di essere la potenza mediterranea egemone che si era proposta di essere. Dopo Giustiniano i Longobardi riescono a scendere in Italia e insediarsi in molte zone della penisola; gli Arabi irrompono a est, conquistano la Siria e l’Egitto e, da lì a centocinquant’anni, tutto il nord Africa e persino la Spagna. Ciò anche perché la Chiesa italica non ebbe mai alcun interesse nel dover rispondere all’imperatore di Bisanzio, senza vincoli teologici che lo prevedessero, né un vantaggio reale in termini economici o di legittimazione politica. La Chiesa italica prese così a battersi per una lotta che non fu più quella del sogno imperiale, ma l’affermazione delle proprie e ancora traballanti gerarchie. Chi accusava un tempo che il cristianesimo avesse fatto crollare l’Impero, avrebbe potuto accorgersi che la Chiesa si mosse soltanto da lì in poi secondo forme politiche a essa congeniali, dopo essersi sottratta dall’autorità dell’imperatore di Bisanzio. Questa battaglia si potrà dir vinta solo con Carlo Magno, per avviarne un’altra ancor più celebre che sfocerà, quasi seicento anni dopo la morte di Giustiniano, nella lotta per le investiture e nella teorizzazione forte della divisione tra i due poteri. La divisione dei poteri, che è atipica alla concezione antica ed è condizione della nostra attuale laicità di stato, è dunque il nodo ideologico che sfugge ai mosaici ravennati. La traduzione da “pagano” a “cristiano” della legittimazione divina del potere risulta possibile solo nelle immagini di San Vitale, ma non nella reale politica italica.

Invece, grazie proprio a questo nodo insito nella teologia cristiana, le gerarchie ecclesiali dell’Occidente riusciranno a mantenere un’autorità in parte anche politica, riportando in auge una classe fino ad allora caduta in disgrazia: la classe senatoria romana e quella aristocratica dei proprietari terrieri che, confinate dalla carriera militare, avevano dovuto reinventarsi secondo un ruolo culturale, andando a ricoprire cariche più che altro onorarie, come quelle vescovili. La scelta dei vescovi di Milano, Aquileia, poi di Roma e Ravenna, di sottrarsi all’imposizione dell’editto tricapitolino non sarà solo una posizione di natura dottrinale, ma anche fortemente politica, in quanto garanzia dell’indipendenza de facto di queste città all’autorità imperiale di Bisanzio. La lungimiranza della classe aristocratica e senatoria ha saputo rendere la propria autorità spirituale un potere reale, capace non tanto di far crollare l’impero romano d’Occidente, come spesso si crede, ma di sottrarre l’Occidente da quegli interessi che avevano portato alla sua stessa decadenza. 

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