Home

Sbuchiamo dalle nostre tane, come talpe, un po’ ciechi e con il naso quasi incredulo per le tante nuove sensazioni. Lo spettacolo che a noi si offre è uno sterminato campo. Il nulla. Terra bruciata. Eppure che storia prima di quel niente, Napoleone? Non solo lui, ma l’intero cammino dello spirito occidentale. Laddove sorgevano tutte le torri di Babele che i nostri avi conobbero, il nulla. è l’era post-ideologica. Usciamo così dai nostri cunicoli dalla terra, dal ventre materno, e cominciamo a procedere con la stessa flemma di Jep Gambardella. Nè più lenti, né più veloci: quella camminata ci viene naturale, ci è consona, ci appartiene – proprio come quella libertà che diamo per scontata e che pure – c’è chi dice necessariamente – tante città ha raso al suolo, lasciando il nulla e qualche spirito. Il ricordo di Destra e Sinistra ancora c’è, come c’è la flebilissima eco della battaglia tra comunismo e capitalismo: ma tutto questo è un vuoto simulacro e quelle voci che s’ostinano a riferirsi a queste parole si pongono sul piano quasi del ridicolo, aprendo bocca ed emettendo suoni – storici sì, ma morti. Dunque la nostra camminata, il nostro lento incedere, procede. Il nostro sguardo -noi che siamo la generazione post-ideologica – cerca pigro un appiglio, qualcosa su cui aggrapparsi, perfino qualcosa per cui correre. Ma niente.

Invero, come nella testa degli architetti newyorkesi dopo l’11 settembre, qualcosa nello skyline comincia a ridisegnarsi, dopo la guerra nucleare che ha vaporizzato le ideologie, lasciandone solo alcune, ma deformi per le radiazioni. Forse sarà la battaglia del secolo prossimo, forse è una battaglia già in atto ma inconsapevolmente: all’orizzonte lentamente cresce la disputa tra mondialisti e nazionalisti. Ancora embrionale, ancora strumentale a fatti interni a ciascun paese, a come accaparrarsi poltrone. Ma presto diventerà una battaglia strutturale tra visioni del mondo, del futuro, e non si risolverà più con quelle tenzoni senza contenuto tra falsi ideologi dell’era post-ideologica, che tanto ricordano le sfide tra rappers, neanche in freestyle, ma già preparate.

L’eclissarsi delle ideologie non è stato un avvenimento negativo, certo: le ideologie con la pretesa di portare la Luce, accecano e non permettono di cogliere le sfumature – belle importanti e non trascurabili – di cui la vita è piena. Però il dibattito post-ideologico si è svuotato a tal punto di qualsiasi emozione, qualsiasi faro (non c’è bisogno di un Sole – che poi acceca – ma almeno di un faro come guida nella notte…), che anche gli impulsi elettrici dei circuiti neuronali di molti “aventi diritto al voto” si sono diratati: troppi votano con il ventre, per chi grida più forte. La speranza per il futuro è allora che non ritornino mai più le ideologie ma che al loro posto – e al posto del Nulla – tornino le Idee, e che si incarnino in dibattiti di ragione, ad armi pari, su visioni del futuro assieme. La speranza, enorme, immensa, che sola però ci può salvare, di un riconoscimento dell’altruità più consapevole di un tempo e di oggi: e che questa consapevolezza comune sia il terreno per il confronto tra Idee, tra uomini che solo così saranno liberi davvero. Riconoscere l’altruità è sinonimo di essere liberi, di realizzare pienamente la propria essenza. Siamo condannati ad essere liberi, proprio per la nostra finitudine, che comporta la necessità di scelta tra questa strada o quell’altra – se il tempo è limitato, non si può fuggire dalla scelta, tenendo conto che anche la non-scelta è una via, un’espressione della libertà. Ma possiamo far sì che questa condanna sia leggera, non pesi né su noi né sugli altri: bisogna riconoscere l’alterità non già con lo scopo di distruggerla, di appianarla – come invece farebbero gli ideologi del tempo passato – imponendo la propria scelta. Bisogna riconoscere l’alterità e nemmeno dunque pretendere che sia tutto uguale, che non faccia differenza alcuna quella o quell’altra strada. Riconoscere l’altruità, battersi con la ragione a sostegno della propria strada (della propria visione del bene comune) con però un elemento fondamentale, una particella che riveste ogni cosa di una luce diversa, più splendente, più serena: la compassione. Compassione come altare nella chiesa dell’empatia, quel sentimento che ci fa realizzare la nostra umanità negli altri. Compassione come la forma più alta delle emozioni umane: patire insieme.

In questa fase storica in cui sulle rovine del vecchio mondo aleggiano ancora spiriti, la speranza è: che saremo in grado di ricostruire ogni cosa sulle note di una sinfonia immensa, cordiale perché collega cuore a cuore, perché riempie di contenuto ma svuota di violenza. La nascita dunque di una sinfonia di Idee, che pur diverse, producano egualmente un suono meraviglioso, grazie all’armonia dall’empatia, dalla compassione. Per questo ora è giusto battersi. Il rischio che qualcuno, sullo sterminato campo in cui oggi vaghiamo ma un giorno dovremo costruire, inietti veleno è troppo alto: noi le fondamenta avvelenate no, non le vogliamo.

Leonardo Moscati

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...