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Sono passate poche ore dall’annuncio che ha schoccato il popolo juventino: Conte lascia, così, all’improvviso. Il tempo di diffondere un video solitario in cui ringrazia il presidente Agnelli, lo staff, “i giocatori che l’hanno reso un tecnico vincente”, e i tifosi. Poi via, rescissione consensuale del contratto e addio: questo matrimonio non s’ha (più) da fare.

Dopo poche ore c’è stato uno strano passaggio di consegne con l’odiato (dai tifosi bianconeri) ex allenatore del Milan, Massimiliano Allegri. La dirigenza bianconera non ci ha pensato un attimo: neanche un giorno dopo l’addio di Conte, ecco subito annunciato l’arrivo di Allegri per sostituirlo. Ma come, un ex milanista alla Juventus? Sembra una mossa avventata, a parere di molti, ma il punto forse è un altro.

 La scelta di puntare su Allegri come successore di Conte mi ricorda infatti quella di Benitez per il post-triplete all’Inter, quando si cercava un allenatore che sostituisse l’insostituibile Mourinho. Allora la dirigenza nerazzurra scelse il tecnico spagnolo per la sua esperienza internazionale e le sue doti tattiche, senza preoccuparsi della rivalità ai tempi della Premier League tra lo speciale one e Rafa. Così il matrimonio tra l’Inter e Benitez non durò che fino a Natale: come si dice a Milano, Rafa “non mangiò neanche il panetùn”. Ma siamo sicuri che un altro allenatore avrebbe fatto una fine diversa da Benitez, molto simile a quella che, a mio parere, potrebbe fare nei prossimi mesi anche Allegri?

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Qui torniamo a Conte e alla Juventus, e a questo punto scopro le carte del mio ragionamento: Allegri potrebbe fare la stessa fine di Benitez non perché anche lui, come lo spagnolo, aveva una rivalità (da milanista) con Conte, ma perché questi assomiglia molto a Mourinho e al suo modo di conquistare la vittoria. Il paragone all’inizio può lasciare storditi: in Italia avvicinare il tecnico del triplete nerazzurro con il trascinatore del tris di scudetti bianconero può portare all’accusa di blasfemia. Ma lasciamo da parte le rispettive bandiere e guardiamo al carisma, allo stile, al modus operandi dei due tecnici: così facendo si noterà che le differenze tra i due sono molto meno dei punti in comune. Per quanto ne dicano interisti e juventini.

Grandi tecnici sul campo, maniaci dei particolari negli allenamenti, affabulatori in conferenza stampa: Mourinho e Conte, inutile negarlo, sembrano aver studiato alla stessa scuola. Vivono entrambi il loro lavoro come se non ci fosse altro al mondo, sono pronti a tutto pur di difendere i propri giocatori, con cui stringono un legame quasi fraterno (per non dire paterno) e che spingono a scendere in campo come gladiatori. In una cosa più di tutte si nota la somiglianza tra il portoghese e l’italiano: la via della gloria per loro è una lotta contro tutti: squadre rivali, arbitri, dirigenti ostili e altro ancora. Mourinho ai suoi tempi italiani faceva costantemente “a botte” con i giornalisti in conferenza stampa (dall’ ”io non sono un pirla” alla “prostituzione intellettuale”); Conte quest’anno ha sbraitato più volte davanti alle telecamere, tra il ”sono antipatico perché vinco” e il “noi soli contro tutti” della fine dello scorso campionato.

 

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Questo modo estremo di vivere la competizione, trasformando la propria squadra, prendendo a prestito un termine della sociologica politica, in un club a regime totalitario, che pratica la mobilitazione constante dei propri tifosi contro i “nemici” del pallone e i cui allenatori si presentano come leader carismatici a guida delle folle, fa sì che l’ambiente che circonda la squadra si faccia giorno dopo giorno più ostile verso tutti quelli che non vi fanno parte. I tifosi vivono il campionato come una lotta manichea tra i buoni (noi) e i cattivi (tutti gli altri), innescando tensioni pericolose con tutte le squadre rivali. Così Mourinho e Conte alla fine dei loro percorsi con Inter e Juventus si sono lasciati alle spalle terra bruciata: giocatori spremuti, ambiente surriscaldato a livelli di emergenza, tantissimi nemici intorno, alcuni anche creati a tavolino per cementare ulteriormente il senso di gruppo del club. Certo hanno anche portato le loro squadre a raggiungere trionfi unici, con un prezzo da pagare: ricominciare a vincere dopo di loro sarà difficilissimo, per non dire impossibile.

 Del resto anche Mourinho l’aveva dichiarato in una intervista a Tuttosport di qualche mese fa: “Conte il Mourinho italiano? Antonio mi piace un sacco come allenatore. È un vincente, sa quello che vuole, ha carisma“. Insomma se lo ammette lo stesso special one bisogna dirlo: in bocca al lupo Allegri, ne hai davvero bisogno.

Matteo Guidi

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One thought on “Da Mourinho a Conte: quando vincere è una lotta contro tutti

  1. Pingback: Antonio Conte fra passato e futuro | Angry Italian

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