Home

In un suo breve saggio Immanuel Kant parlava dell’umanità intera paragonandola a un legno storto: “da un legno storto, come è quello di cui l’uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente diritto” scriveva nella “Idea di una storia universale”. Il filosofo di Königsberg era ben lontano dall’abbracciare una qualche forma di pessimismo di stampo luterano e sarebbe estremamente sbagliato leggere tali affermazioni come la professione di un modo negativo di intendere la natura umana. La direzione in cui intende andare è decisamente opposta: la natura umana è intesa da Kant in chiave tendenzialmente positiva, ma pur sempre antinomica. L’essere umano manifesta due tendenze differenti ed opposte, una tesa ad affermare i principi della morale, l’altra invece definita da Kant come male radicale. Il riferimento alla nozione del peccato originario è indubbio, ma il pensatore tedesco opera una radicale secolarizzazione di tale concetto, che esce dallo spazio della fede, della religione e della teologia per andare ad indicare qualcosa di più generale ed universale. Pensando al male radicale di cui Kant parla ne “La religione nei limiti della sola ragione”, non dovremo allora richiamarci alla tradizione luterana o ad un qualche pessimismo cosmico di fondo. Il succo concettuale di tale nozione sta nell’affermare un limite proprio della specie umana: non dunque nel senso di una propensione a compiere il male, quanto piuttosto un’incompletezza propria della sua tendenza al bene.

Ecco, personalmente penso che questa riflessione kantiana, pur con i suoi tanti problemi e la sua inevitabile anzianità, abbia ancora qualcosa da dirci. Non tanto per ciò che riguarda l’aspetto più legato alla religione di queste riflessioni, quanto per il loro riflesso maggiormente politico. Mi spiego meglio, c’è un significato per il quale la teorizzazione kantiana è una tappa ancora parziale di una progressiva tendenza alla secolarizzazione: l’uomo si sente responsabile delle proprie azioni, è consapevole in maniera autonoma della massima dell’imperativo categorico. Tuttavia, nel cercare di concretizzare tale impulso morale, risulta ancora imperfetto, ancora inadeguato alla sua piena affermazione. Da qui il ruolo che Dio sembra assumere in Kant, quello di una sorta di garante, che nella “Critica della ragione pratica” è inteso come colui che commisura felicità e virtù, e che nella “Religione nei limiti della sola ragione” garantisce il concretizzarsi in terra di un regno di pura moralità, di una sorta di utopia morale che diventa termine finale della storia. Benché vi sia in queste riflessioni una forte concettualizzazione del progresso nel mondo e nella storia dell’uomo, vi è anche l’idea che tale utopia sia conseguibile solo con l’intervento di una grazia divina. L’idea che Dio giochi questo ruolo nella storia è in fondo una rielaborazione della nozione cristiana di provvidenza, Dio agisce nella storia e ne direziona il corso in vista di un fine ideale. E’ difficile oggi condividere un tal modo di intendere Dio, ed è ad ogni modo indubbio che presenti problemi e difficoltà. In particolare, sembra andar contro un’intuizione che ci sembra radicata: quella per cui la storia la fa l’uomo, e non altri.

E’ possibile però recuperare in un’altra accezione la riflessione kantiana: paragonare l’umanità ad un “legno storto” può stare ad indicare anche qualcos’altro. Più che negare l’umanità della storia, può valere a ricordarci la dimensione conflittuale e limitata che caratterizza la sfera politica. Il discorso kantiano assume dunque una valenza eminentemente liberale, ma (giova sottolinearlo) liberale nel senso più nobile ed alto. Ricordare la limitatezza dell’uomo non significherà affatto abbracciare posizioni quietiste nei confronti dell’esistente, ma muoversi polemicamente contro tutte le forme di ingegneria sociale e contro le numerose teorizzazioni, tipiche del secolo scorso, riguardo improbabili “uomini nuovi”. Contro queste forme di millenarismo più o meno vaghe, Kant ci riporta ad una dimensione umana e terrena di intendere la storia. Tolto infatti l’intervento provvidenziale che egli comunque teorizza, non c’è spazio per considerazioni politiche che non facciano i conti con l’uomo e la sua natura. La politica si muove in questo spazio: entro la sfera dell’uomo e dei suoi conflitti, delle sue tensioni e delle sue intenzioni, solo qui può radicarsi ogni concettualizzazione del progresso e della storia.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...