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Due giorni fa era il 28 giugno 2014. Non una data qualunque insomma: cento anni fa Gavrilo Princip esplodeva due colpi di pistola contro l’arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie, un mese dopo sarebbe scoppiata la Prima Guerra Mondiale. E’ con questa data che Eric Hobsbawm fa iniziare il “Secolo Breve”, destinato poi a chiudersi con la caduta dell’Unione Sovietica.

Su tutto ciò moltissimo ci sarebbe da dire. Si potrebbe riflettere sulla validità o meno della datazione di Hobsbawm, o si potrebbe cercare di caratterizzare meglio il periodo che va dal ’91 a oggi. Si potrebbe inoltre capire meglio ruolo e portata che questa data ha avuto ed ha tuttora per l’Europa, e così via. L’aspetto su cui vorrei provare a concentrare la mia attenzione è però un altro e mi porta proprio alle prime pagine del grande capolavoro dello storico inglese.

 La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani, alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono. Questo fenomeno fa si che la presenza e l’attività degli storici, il cui compito è di ricordare ciò che gli altri dimenticano, siano ancor più essenziali alla fine del secondo millennio di quanto mai lo siano state nei secoli scorsi. Ma proprio per questo motivo gli storici devono essere più che semplici cronisti e compilatori di memorie, sebbene anche questa sia la loro necessaria funzione.

Hobsbawm ha la straordinaria capacità di saper esprimere, in poche righe e in poche pagine, quanto c’è di più profondo nel lavoro dello storico. Senza sbrodolarsi per capitoli e capitoli, riesce con una straordinaria sintesi a esprimere il ruolo della scienza storica nella società. Questa, per dirla con termini che non sono i suoi, è una scienza civile.

Per capire di cosa si tratti è opportuno seguire proprio la sua argomentazione; questa procede in negativo, da una critica a un fenomeno che ha avuto luogo a fine secolo e proprio nei paesi più ricchi e progrediti. Nello specifico si riferisce all’Europa e a quanti non si resero conto che Mitterand non aveva scelto a caso la data del 28 giugno per visitare Sarajevo nel 1992. Hobsbawm si riferisce al venir meno di quei meccanismi sociali che permettono la trasmissione, tra le generazioni, della memoria storica. Nel suo testo questo passaggio non viene argomentato, ed è anche possibile che forse egli veda più nero di quanto si debba. Non so francamente che conoscenza del passato avesse un contadino abruzzese di cento anni fa, ma non sono del tutto convinto che sapesse molto più di un ragazzotto d’oggi. Ma quest’annotazione è parziale, perché è indubbio che le classi colte di un tempo avessero dei forti meccanismi per trasmettere la conoscenza della storia alle nuove generazione, e anche presso i ceti più umili la tradizione orale sopperiva alla mancanza di istruzione. Il nostro tempo ha operato una istituzionalizzazione di queste funzioni: si impara a scuola e nelle università, questi sono i luoghi rivestiti del ruolo sociale di trasmettere la memoria. A cui ovviamente vanno aggiunti i giornali, l’editoria, la televisione e gli altri media.

Esula ovviamente da questo discorso un’analisi puntuale ed approfondita di pregi e limiti di tali meccanismi, mi limiterò dunque ad un paio di osservazioni. In primo luogo, il venir meno della trasmissione in forma orale della memoria, rischia spesso di rendere la narrazione storica più impersonale di quanto essa sia realmente. Non c’è forse cosa più utile e formativa che capire che la storia non appartiene ai libri, ma al nostro passato: a quello dei nostri genitori, dei nostri nonni, dei vicini di casa, e via discorrendo. Inoltre noto spesso con amarezza il fatto che l’insegnamento scolastico si arresti ai tempi a noi più vicini. Finisce così che un ragazzo, che pur magari conosce tutto dei Pipinidi, non sappia nulla della Repubblica Italiana e della sua storia.

Questo penso debba portarci a riflettere, se crediamo che lo studio della storia abbia un senso e non sia puramente fine a se stesso, dobbiamo rilanciare il suo ruolo civico. Il compito della scienza storica sarà allora quello di mantenere viva la memoria negli eventi passati, di ricordare il passato in vista del presente. Ripensare i meccanismi di trasmissione della memoria e la stessa didattica scolastica è possibile a partire dai principi di due grandi storici. Marc Bloch, rispondendo a chi definiva la storia come scienza del passato, si premurava si precisare: la storia è scienza del passato, in quanto passato umano. Similmente, in un senso non troppo diverso, Benedetto Croce rivendicava l’attualità di ogni narrazione storica: la storia è sempre storia attuale, serve al presente e la si legge sulla scorta del presente.

Queste due annotazioni vanno in una direzione analoga: la storia ha senso in quanto permette di conservare la memoria. Ma non si tratta affatto di un’operazione fine a se stessa, di un eruditismo cui interessano solo date e nozioni. Lo storico rivendica un passato umano e lo legge a partire dalla sua concretezza, dalla sua collocazione in mezzo al tempo. La scienza storica rivela quindi una profondissima tensione umanistica, diretta verso il passato a costituire il suo oggetto di studio, e verso il futuro ad indicare il proprio scopo.

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