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Democrazia vuol dire governo del popolo. Espressione poetica e suggestiva. Così cita un famoso pezzo di Giorgio Gaber [proposto qui sotto]. Così definiamo il valore politico a fondo di tutte quelle istituzioni che vogliono dirsi moderne e, che nei fatti, corrispondono a quelle dei paesi occidentali o occidentalizzati, sempre che ciò non sia inteso come sinonimo di moderno (ma preferirei sorvolare sulla questione).

La legittimazione popolare è uno dei criteri su cui la maggior parte di questi stati oggi poggia, tant’è che anche operazioni ambigue come la scissione della Crimea dall’Ucraina, corredata di invasione russa ed annessione a tale Federazione, è stata sottoposta a un vaglio di tipo referendario, la massima espressione del voto del popolo. Inoltre nel nostro Paese si ricorre spesso all’idea che un’istituzione sia rafforzata dal voto popolare, tanto che i governi, sebbene non siano vincolati costituzionalmente a tale tipo di legittimazione, si compiacciono di far sfoggio di risultati e sondaggi positivi al proprio operato. A gran richiesta invece è l’ampliamento delle pratiche di democrazia diretta all’interno dei partiti, dello stato e di gran parte dei contesti decisionali della società civile. Perché questo amore per la democrazia?

Questo sembra essere sotteso nell’idea di poter far esprimere a tutti la propria opinione, forse il principio di giustizia a cui meno ci si sente in grado di rinunciare. Inoltre, la democrazia si connette a quell’idea per cui tutti i cittadini sono uguali dinnanzi alla legge. Nell’antica Grecia, dove il concetto fu affermato con forza nella città di Atene, i principi di isegoria e isonomia significano esattamente questi due intenti, in contrapposizione ai sistemi oligarchici nei quali qualche cittadino è più uguale degli altri, per citare stavolta Nanni Moretti che parafrasa un caimanico Silvio Berlusconi [minuto 4:44 del video seguente]. La democrazia ateniese e il suo fondatore Clistene fecero propria, con l’istituzione delle proprie assemblee, quella che è definita l’uguaglianza matematica tra i cittadini, contro uguaglianza geometrica tipica dell’aristocrazia. La democrazia ateniese è così continuamente tramandata nell’immaginario comune come la perfetta espressione della democrazia diretta, quella in cui il popolo governa veramente; quel sistema a cui, in realtà, ogni democrazia dovrebbe idealmente aderire se vuole definirsi tale. Ovviamente nessuno degli Stati moderni si sogna minimamente di aderire a quel modello, eppure non smette di definirsi “democratico”. Ecco allora che nei bar, e non solo, si comincia a mormorare: “Ma sarà democrazia la nostra?”, “Ah, non c’è democrazia!”, “Questo è un attentato alla democrazia!”, “Ah, decide il palazzo e il popolo non se ne frega nessuno… non è democrazia questa”.

Che differenza e che analogie ci sono dunque tra le democrazie occidentali e la democrazia ateniese? Iniziamo con una considerazione semplice: quella ateniese fu “democrazia” nella propria costituzione. Le nostre costituzioni, invece, citano voci di altro genere: repubblica e monarchia, con aggettivi a lato, quali parlamentare, federale, presidenziale e simili. Nel nome della propria costituzione, nella nostra politeia, come direbbero i Greci, e nel nostro modo di definirci cittadini dentro un’istituzione, la democrazia non ha ancora luogo. Democratiche sono invece alcune procedure e la legittimazione più o meno diretta di conferimento del potere descritti da queste costituzioni. In Atene no: in Atene la democrazia esauriva l’intera definizione costituzionale, per cui l’ultima parola in ogni questione spettava direttamente al popolo. A livello di organi, ciò si traduceva tuttavia in una divisione più o meno precisa in diversi consigli ed assemblee, il cui accesso era spesso determinato dal censo, ma il cui verdetto era in ultima ricaduta sottoposto al vaglio popolare. Risultato? Atene per due secoli odiò qualsiasi tirannia, ma non si preoccupò di tutelare ciò che sta più a cuore alle democrazie moderne: i diritti individuali. Il cittadino in Atene era tanto libero di esprimere la propria opinione quanto di essere ostracizzato dal voto collettivo, anche ingiustamente. Poiché la maggioranza dell’assemblea esprimeva il verdetto, l’esilio era da applicarsi a prescindere dalle ragioni o dai torti del cittadino ostracizzato. Il provvedimento implicava così la cacciata decennale dalla polis,  la perdita dei diritti civili e, tuttavia, l’obbligo di essere ancora sottoposto alle leggi di Atene e al giudizio da parte dei suoi tribunali, qualora la città l’avesse ritenuto opportuno. Atene aveva infatti un tribunale in riva al mare per processare personaggi a cui non era permesso l’ingresso entro le mura.

Aderire alla democrazia nella sua veste di valore assoluto implica dunque accettare di subire il giudizio del popolo o, meglio, della sua maggioranza, qualunque esso sia. Ciò vuol dire svincolare tale giudizio da qualunque principio astratto e normativo di giustizia, per sostituirlo con il concreto verdetto collettivo. Non vengono forse in mente le continue espulsioni da movimenti e partiti che si vedono oggi, quando qualcuno si scosta dalla linea dei vertici e diviene una figura troppo “ingombrante” nell’opinione comune? Non si vota forse con un clic sul web l’espulsione o meno di questi personaggi sgraditi? Ciò in nome di una maggiore democrazia e. dunque, coerentemente con l’esigenza di questi movimenti di applicare sistematicamente tale antico concetto.

Fu però proprio su questa base che la parola democrazia, dice il grecista Paul Cartledge, agli occhi di molti intellettuali elleni assunse un connotato analogo a quello di “dittatura del proletariato” per i borghesi di fine Ottocento e inizio Novecento; insomma, estremamente negativo. Uno su tutti si può citare il nome di Platone. Egli propone – in alternativa a quella che egli ritiene una costituzione tendente all’anarchia, invece che al buon governo – un tipo di ordinamento tipicamente oligarchico, in cui a governare erano “gli amanti del sapere”, i filosofi. Quest’idea spesso e volentieri è stata inscritta in una logica reazionaria e conservatrice del gran pensatore greco. Il mio personale invito è però di riconsiderare le ragioni di Platone, per il quale la morte di Socrate, condannato dalla democratica Atene a bere la cicuta [processo rappresentato nel film di Rossellini sopra indicato, dal minuto 01:08:00], non è in contraddizione con i principi della democrazia; anzi, Socrate ritiene giusto obbedire alle leggi della propria città e non si sottrae alla condanna. Se tuttavia la morte di Socrate risulta, nonostante ciò, ingiusta, è perché è la democrazia a essere in ultima istanza ingiusta. Questo perché? Perché la democrazia diretta ateniese, per parafrasare un brillante passo di Senofonte, non è altro che la tirannia dei molti sulla minoranza e non si preoccupa in alcun modo di garantire uno spazio di confronto e dibattito, ove sia la bontà degli argomenti a determinare il giusto e l’ingiusto: ciò per un filosofo è ciò che viene detta una cattiva forma di governo. Il governo giusto, invece, è quello che permette uno spazio di dibattito in cui determinare le proprie scelte sulla base della forza delle ragioni, anziché sulle “ragioni” della forza. Da qui la sofocrazia platonica, che paga però il prezzo di rinunciare all’eguaglianza sociale.

Ecco però che sorgono due idee diverse di democrazia: la prima, quella più classica dell’immaginario comune, è quella proposta all’inizio di governo del popolo, dove però il popolo è da intendersi come una forza reale capace di affermare il proprio volere, in nulla dissimile alle armi del tiranno, alle armate che circondano il parlamento di Crimea mentre è indetto il referendum per l’indipendenza da Kiev, o ai soldi e la corruzione delle oligarchie. In questo caso, più che democrazia, oggi si parlerebbe di populismo, sebbene in forme diverse. La seconda idea è invece quella di sfruttare la natura collettiva del popolo per creare e legittimare gli spazi di dibattito ove le diverse opinioni siano libere di essere esposte e di esibire le proprie ragioni. Su questa base, e non su uno schieramento preconcetto basato sui soli rapporti di forza, dovrebbero allora determinarsi le maggioranze popolarmente legittimate. La democrazia così intesa è dunque uno dei sistemi correttivi e di tutela per garantire tali spazi. A me sembra che oggi sia questo ciò che intendiamo con democrazia. In questa accezione è comunque ancora possibile includere, a patto di restare entro i contesti costituzionali e alle loro regole, la lotta per l’ottenimento di nuovi luoghi di discussione in cui poter compiere le scelte comuni.


Fonte: Paul Cartledge, Il pensiero politico in pratica. Grecia antica (secoli VII a.C. -II d.C.), trad. di Federica Pezzoli, ed. Carocci, Roma, 2011.

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2 thoughts on “Attentato alla democrazia!

  1. Siamo tutti sulla stessa barca, barca che dovremmo preoccuparci di governare, sebbene un equipaggio di sessanta milioni di uomini dalle ideologie fin troppo eterogenee renda le cose piuttosto problematiche. Sessanta milioni di uomini sono troppi per accordarsi secondo ragione e, non appena una fazione elegge un capitano approvando la sua rotta, il resto dell’equipaggio si ammutina e si ritorna allo stadio di partenza. E la nostra barca procede alla deriva in balìa di onde più grosse di noi e nessuno se ne preoccupa perché è troppo occupato dal chiedere aiuto per se stesso.

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