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Sikh

Io lavoro 12-15 ore a raccogliere zucchine o cocomeri o con trattore per piantare altre piantine. Tutti i giorni anche la domenica. Io non credo giusto così. Troppa fatica e pochi soldi. Perché italiani no lavorano così? Dopo un po’ io e anche altri indiani troppo male a schiena, male mani, collo, anche agli occhi perché hai terra, sudore, chimici. Sempre tosse, mattina dolore troppo a schiena. Tu capisci? Ma io devo lavorare e allora prego Signore e vado ancora tutti i giorni a lavorare in campagna da padrone. Lui bravo ma paga poco e lavoro troppo. Lui no tratta male me ma dice sempre lavora ancora e domani ancora. Sempre vuole lui che io lavora. Anche domenica. Ma io uomo di carne no di ferro. Allora dopo sei/sette anni di vita così, che fare? No lavoro più? Io e amici prendiamo piccola sostanza per non sentire dolore. Prendiamo una o due volte quando pausa da lavoro. Poi andiamo a lavorare nei campi senza dolore. Io prendo per non sentire fatica e lavorare e poi prendere soldi fine mese. Altrimenti per me impossibile lavorare così tanto in campagna. Tu capisci? Troppo lavoro, troppo dolore a mani”

 

Tu capisci? Ritorna in continuazione questa domanda nelle testimonianze dei Sikh dell’agro pontino raccolte dall’associazione In Migrazione. Come se si trattasse di una storia troppo assurda per essere raccontata alle porte di Roma, capitale di un paese civile. Come se essere compresi, ascoltati, fosse un bisogno primario. Probabilmente è così, il caporalato, lo sfruttamento nei campi, balza di rado all’onore delle cronache e noi popolo da decenni ormai urbanizzato ci siamo dimenticati cosa fosse il lavoro nei campi. Come possiamo immaginare cosa siano quindici ore piegati a raccogliere pomodori? Con paghe misere che chissà se arriveranno, con la necessità di mandare rimesse, la nostalgia di casa e il continuo scalpiccio di violenza e umiliazioni che costringe ad abbandonare ogni dignità?

E poi sì, è facile che sia vera la necessità di essere ascoltati e capiti. Nonostante le mille ritrosie di chi sa che sta tradendo la sua cultura, i suoi principi, la sua religione. Perché i Sikh, non bevono, non fumano, non si drogano: è contrario al loro credo. Chi infrange le regole rischia l’emarginazione, l’espulsione dalla comunità, l’unica possibile per chi parla male la lingua della terra in cui vive.

Ma per molti non c’è scelta. Dopo anni passati nei campi a raccogliere, piantare, seminare, fertilizzare, doparsi è una scelta obbligata, per non sentire il dolore alle mani e alla schiena, per non sentire gli occhi che bruciano per i prodotti chimici diffusi senza protezioni. Per lavorare sette giorni su sette. Per produrre quanto vuole il padrone. Bisogna pagare l’affitto, mantenere la famiglia, che altro fare? Vite che devono tradire la loro storia e mettere ulteriormente a repentaglio la loro salute per garantirsi il posto, per esercitare un loro diritto, per sopravvivere qualche anno di più.

Per fortuna ora qualcosa sembra muoversi, in seguito alla pubblicazione dossier redatto da In Migrazione sulla diffusione del doping nella comunità Sikh sono state presentate 7 interrogazioni parlamentari e sarà costituita una task force dalla regione Lazio che si occupi del fenomeno.

Per chi volesse approfondire: http://www.inmigrazione.it/

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