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Quante volte, sfiniti dalle ansie accademiche o da serrati ritmi lavorativi, ci diciamo di aver bisogno di una vacanza? Per non cadere nello sconforto di giorni che ci sembrano uguali e fini a loro stessi, coccoliamo la nostra immaginazione con fantasie di luoghi da raggiungere, fuori dal tempo e dallo spazio opprimente, in cui spogliarci delle preoccupazioni.

“Vacanza” deriva dal latino “vacare”, che non significa solo “essere libero da occupazioni, avere tempo”, ma anche “essere libero, mancare di, essere lontano da”. Stessa radice del verbo in questione, ha l’aggettivo “vanus”, da tradurre con “vuoto, vano, privo di sostanza, inutile, falso”. Le etimologie sono interessanti proprio perché mostrano come una parola non nasce per caso, ma racchiude l’evoluzione di un pensiero che, talvolta, assomiglia ad una spregiudicata opinione su qualche sfaccettatura della vita. Da una parte, la “vacanza” sembra proprio essere quel momento agognato di serenità meritata, dall’altra il possesso di tempo libero sprecato in occupazioni vane, inutili e, probabilmente, anche noiose.

Un altro aspetto da prendere in considerazione è il fatto che i Latini, per definire la “vacanza” come la intendiamo noi, usavano la parola “otium”, che nulla ha a che fare con “vacare”. Il suo significato di base, però, è quello di “astensione dagli affari pubblici”: per tutto il periodo della Repubblica (dal 509 a.C.), fino ai primi anni del I secolo a.C., questo comportamento era considerato molto negativo. Non preoccuparsi dell’attualità politica era giudicato come una condotta ai limiti del disfattismo e del tradimento nei confronti della res publica. Proprio per questo, in un primo momento, il termine era caricato di una connotazione dispregiativa: nell’ozio erano compresi vizi e dissolutezze di ogni tipo. Successivamente, con l’avanzare dell’individualismo, il privatum otium cominciò ad affermarsi come una scelta di vita desiderabile: quella di trascorrere il tempo libero dedicandosi ai propri affetti e interessi, nel riposo, magari all’ombra del pergolato di una terrazza, in una villa di campagna lontana, lontanissima, dalla Urbe. E’ con l’avvento del principato che l’otium diventa per alcuni addirittura una necessità (otium come vita ritirata e quiete dagli intrighi di corte), per altri una parentesi inevitabile di solitudine e lontananza dagli affari pubblici. In età imperiale, l’individuo, non più cittadino, è suddito e, se vuole valere qualcosa nella società, si adopera per essere cliente: questo comporta la completa mancanza di impegno politico e battaglie civili e, per di più, significa votarsi ad attività sociali vuote, che distraggono dagli elementi davvero importanti della vita. Come in un climax discendente, il “male del secolo” diventa l’inquieta inertia, l’ozio non come porto sereno ma come inattività logorante, incapacità dell’individuo di trovare la propria collocazione nel mondo.

Il confine tra dolce far nulla e tedio, dunque, è molto labile. Non si aspetta altro che una vacanza, per scappare dalla routine opprimente dei giorni lavorativi: la stessa vacanza, però, può rivelarsi ancora più insopportabile. Esistono molti tipi di vacanze diverse, in genere adatte alle nostre esigenze del momento. Chi ha un lavoro più fisicamente provante, non vedrà l’ora di starsene spaparanzato su una spiaggia affollata ad abbrustolirsi al sole, sonnecchiando come un gatto. Chi, invece, vuole scappare dal sovraffollamento di preoccupazioni della sua testa, più probabilmente tenterà in ogni modo di evadere dalla quotidianità, andando alla ricerca di nuovi stimoli mentali che lo distraggano e lo arricchiscano. Ovviamente non è necessario andarsene, per prendersi la vacanza di cui si ha bisogno (normalmente, però, questo è il desiderio più comune). Ci sono, quindi, millemila modi di farsi una vacanza: non sempre, però, scegliamo quella più giusta per noi. La scelta sbagliata, secondo me, rischia di far sconfinare nel taedium vitae i nostri migliori progetti di rigenerazione.

Alla fine, in vacanza ci si annoia o si sente nostalgia dei luoghi e delle persone che ci fanno sentire a casa. Un periodo lontani dalle nostre consuetudini  suscita in noi il desiderio del ritorno. Il senso della vacanza è, dunque, farci apprezzare nuovamente il nostro lavoro, la casa, le persone che abbiamo continuamente intorno e che alla lunga abbiamo avuto l’impressione che ci stufassero. Poi sono quelle che ci mancano di più!  D’altra parte, viste le innumerevoli accezioni delle etimologie del termine, molti prima di noi avevano capito che è molto facile rendere un momento di tranquillità una perdita di tempo, una parentesi vuota nell’impegno lavorativo di tutti i giorni. Alle porte dell’estate, un augurio a tutti i lettori: a chi farà le vacanze e a chi le sognerà, a chi si annoierà e a chi, in vacanza, troverà casa sua.

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