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Una delle cose che siamo più soliti fare, parlando con amici e dialogando con le persone, è prendere posizione. Sempre, e a maggior ragione in uno stato democratico, siamo chiamati ad esprimere il nostro modo di vedere, a spiegare come leggiamo il presente e il mondo in cui viviamo. Che si tratti di politica, di calcio o di un programma televisivo, siamo soliti parteggiare in qualche modo.

Si tratta ovviamente di un’abitudine più che positiva, nel seguirla ci distinguiamo dagli altri, affermiamo la nostra personalità e dimostriamo di essere in grado di pensare da soli. Tuttavia, ci possono essere in questo dei risvolti negativi: spesso infatti, ci capita di sostenere una tesi per partito preso o di difendere un’argomentazione come per un riflesso pavloviano. Insomma, l’abitudine a riflettere rischia di diventare abitudine a sostenere sempre le stesse idee e, insieme, di diventare la cattiva propensione ad esprimersi su tutto, chiudendo gli occhi davanti alle tante differenze che invece distinguono argomento da argomento. Una hybris argomentativa, insomma. Ecco, personalmente penso che quest’atteggiamento, che rischia di colpire proprio chi è più solito ad esporsi e ragionare da sé, sia estremamente dannoso, specialmente per chi si trova a realizzarlo. Oltre alla saccenteria che ne consegue, infatti, ci sono infatti alcuni problemi più concreti legati a questo cattivo uso dell’intelletto.

Quando iniziamo ad esporci su ogni argomento, ci rendiamo presto conto della poca originalità delle nostre argomentazioni. Ripetiamo sempre gli stessi schemi, applichiamo in ambiti diversi ragionamenti già consolidati altrove, e via discorrendo. Sia chiaro, questo modo di procedere è non solo naturale, ma doveroso. E’ giusto e legittimo sviluppare le conseguenze di un argomentazione, estendendole da un tema all’altro; è un modo per rivederle e metterle alla prova, per vedere in concreto sin dove le si può portare. Quel che viene a mancare è l’amore per il dettaglio, l’attenzione per la novità che ogni situazione porta con sé. Si rischia insomma, di considerare le proprie idee come reali, anziché come un modello che perennemente deve fare i conti col mondo. Insomma, tante volte la smania di avere un’opinione può impedirci di imparare qualcosa sul serio, rischia di chiuderci in un dorato recinto di pregiudizi che nulla ci dicono sul mondo in cui viviamo.

In un certo senso, l’antico pensiero scettico portava alle estreme conseguenze questa argomentazione: non c’è nulla che ci sia dato sapere con certezza, ma nel momento in cui prendiamo coscienza di questo fatto, nel momento in cui attuiamo l’epoché, la sospensione di ogni giudizio, perveniamo allora alla tranquillità dell’animo. Lo scettico rifiuta di proferire qualsiasi giudizio: ormai consapevole dell’impossibilità per l’uomo di conoscere il mondo, comprende la piccolezza di tutte le cose, la loro irrilevanza. Eccolo allora giungere all’atarassia, alla desiderata imperturbabilità dell’animo, che rivela il profondo carattere morale di questa scuola ellenistica.

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Venendo così alla pars costruens di questo articolo, mi auguro decisamente che questo non risulti un’apologia dell’ignavia, a cui forse rischia di approdare la riflessione scettica. Fra il polemizzare con la cattiva abitudine del voler avere un’idea su tutto, e il difendere chi non sa assumersi l’onere della scelta, della decisione e in definitiva delle proprie idee, c’è un bel salto. Il mio rimprovero vuole infatti essere animato da quello stesso spirito critico, quella stessa voglia di esprimersi e di elaborare idee che caratterizza proprio colui che, in tutta foga, si esprime su tutto.

Quel che manca a chi cerca spasmodicamente di aver un’opinione è forse un pensiero lento, uno stile argomentativo che sappia prendersi i suoi tempi e le sue pause. E’ indubbio che talvolta si sia nella condizione di dover rapidamente prendere una decisione, di dover scegliere in fretta come comportarsi. Ma è altrettanto certo che spesso questa impellenza non c’è, e che abbiamo tutto il diritto di riflettere con calma, di ammettere le nostre lacune e di porvi rimedio. In un passo dei Pensieri diversi Wittgenstein scrive che due filosofi dovrebbe salutarsi così: dicendosi “Datti tempo”. Il pensiero è una cosa importante, lo è troppo per delegarlo all’abitudine o alla fretta.

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One thought on “Datti tempo

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