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Siamo giunti infine alla terza tappa del nostro percorso sulla natura della narrazione (qui le precedenti due – I, II). Oggi sembra che finalmente la domanda posta nel titolo di questi articoli troverà una risposta. Raccontare storie è sinonimo di riportare il falso, un’illusione? Come si era già fatto notare per l’ambito etico con il pensiero mitico e la letteratura epica, sembra proprio che le narrazioni abbiano a che fare anche con la teoretica, con il vero filosofico o scientificamente inteso: erano stati citati al riguardo il caso delle testimonianze nei processi e quello della scienza storica. Che cos’hanno in comune queste due pratiche?

Innanzitutto, entrambe sono ricostruzioni fondate del passato. Lo scopo di queste ricostruzioni è dunque raccontare qualcosa che sia realmente avvenuto. Già nel testo biblico, per garantire questo particolare legame tra racconto e natura del raccontato, i comandamenti mosaici riportano la norma di non dire falsa testimonianza. Nella prassi tale legame era confermato dal costume del giuramento, compiuto all’ombra del secondo comandamento, quello di non nominare il nome di Dio invano. Volgarmente detto: non mentire, altrimenti sono guai.

Queste particolari narrazioni hanno però la necessità che quanto viene raccontato non solo sia accaduto realmente, bensì abbia anche l’esigenza di essere verificato. Verificato come? Con cosa? Anche qui è la legge mosaica che ci viene in aiuto, con il suo pregio di essere un esempio di diritto antico e quindi costruito secondo una logica molto funzionale, sebbene di stampo religioso. Nel particolare, sono gli evangelisti a essere molto chiari circa la natura della testimonianza, in quanto si sentono in dovere di riportare una parola vera nell’ostile panorama giudaico del tempo. Nei vangeli emerge così il bisogno che i testimoni siano sempre almeno due: l’imputato e il testimone di controcanto. Gesù, per affermare la propria natura divina aggiunta a quella umana, chiama però a testimonianza non il primo venuto, bensì Dio Padre. Questo, semplificando un poco, è un buon esempio di giuramento. Il giuramento, quando è praticato, ha uno scopo analogo alla pratica giuridica di verificazione, cioè chiamare come testimone Dio stesso, comparando dunque il proprio racconto ad una sorta di narrazione ultima, compiuta, perfetta e totale.

Un  poco diverso è oggigiorno il modo che si pongono le narrazioni di natura giuridica e storica. La pratica di comparare la singola narrazione (di per sé conclusa e compiuta nel suo essere raccontata dal testimone o dallo storico) ad altre narrazioni, o a indizi da cui si può ricostruire un’altra narrazione (sempre compiuta), si inserisce in un orizzonte dove non esiste alcuna chiusura ultima. Il raccontato è sempre e continuamente verificabile e falsificabile alla luce di una nuova narrazione che pretende di raccontare un accaduto. A differenza dei romanzi, dell’epica, dei film o di qualsiasi altra opera d’arte, il racconto della scienza storica e la testimonianza giuridica si pongono nella condizione di poter essere dette vere o false circa la natura del proprio raccontato.

Qui però un’intera orda di esteti e di amanti dell’arte insorgerebbe: ciò vuol dire che le opere d’arte non hanno una loro verità? E tutto quel bel discorso fatto riguardo all’etica nell’arte dell’articolo scorso, che fine fa? Che cosa insegna l’opera d’arte, se non può essere vera? E qui ribadiamo ancora: a non essere vera, o, meglio, a non dover essere necessariamente vera o determinabile come tale, non è l’opera d’arte, ma quel essa che racconta. Meglio ancora, non è che il raccontato sia vero o falso, semplicemente non sussiste alcun legame tra il raccontato e uno specifico accaduto.

Infatti, se per capire se Orlando fosse il fedele paladino di Carlo Magno, nonché devoto alla santa causa della lotta contro i mori, comparassimo la Chanson de Roland all’Orlando Furioso ariostesco, qualche perplessità dovrebbe sorgerci. D’altro canto, quando nel 1871 l’archeologo Heinrich Schliemann (foto di copertina) ritrovò il sito archeologico della città di Troia, egli utilizzò tra le sue fonti di ricerca proprio l’Iliade omerica. Ci viene dunque da pensare che le opere letterarie, nei due casi proposti, siano usate in maniera molto diversa. Nella prima comparazione, infatti, sappiamo bene che il poema di Ludovico Ariosto non ha alcun legame con un accaduto tale da renderlo un’attendibile fonte storica. Nella tradizione epica questo nesso invece, per quanto alla lontana, dà speranze di poter sussistere. Ciononostante, sarebbe erroneo pensare che il senso dell’Iliade coincida con le indicazioni per trovare il sito archeologico di Troia. Qualora questo sito non fosse stato trovato, l’Iliade sarebbe divenuta una patacca buona da buttare via? Assolutamente no.

Che differenza c’è allora tra la “verità dell’Arte” e la “verità della Storia”? Semplificando molto: la verità dell’Arte sembra costituirsi in un senso intrinseco alle sue componenti estetiche; la verità della Storia, invece, sulla natura del proprio raccontato. Parafrasando una citazione di Le Goff, che già avevo usato in un altro articolo a lui dedicato, la pretesa veritativa della narrazione storica non dipende soltanto dallo stile e dalla scrittura dello storico. Mentre nell’Arte, come sottolineano bene gli esteti, c’è un profondo legame tra il modo di indicare un senso e il senso indicato. Dove il racconto dello storico ha bisogno di rigore per poter comparare e fondare la verità del suo raccontato, l’opera d’arte non ha bisogno di confrontarsi con nulla, se non con se stessa e con il perché delle proprie parti estetiche, per capire che cosa stia e cosa non stia indicando. Se poi essa riesce a mantenere quel giusto tono di vaghezza, così da non far dire tutto e il contrario di tutto e, allo stesso tempo, non vincolandosi a un significato univoco tale da rendere infruttuosa una seconda lettura, tanto meglio!

Forse, nel caso dell’arte, parlare di verità è un abuso linguistico. Non saprei. Mi rendo conto che la nozione di “senso” risulta molto vaga in questi tre articoli, e che anche quella di “narrazione” potrebbe essere connessa in maniera molto più forte a tutto ciò che chiamiamo “opera d’arte” e, al contempo, alla sua dimensione prettamente temporale. Ci si potrebbe anche lanciare in una rivisitazione generale nella nostra concezione di “finzione”, per carità, si potrebbero fare libri interi su questi problemi. Ma questo non è un libro, bensì un blog, e già credo di aver dedicato troppo stazio alla questione. L’idea di fondo rimane però che i prodotti estetici devono parlare di qualcosa e affermarlo come vero per poter avere degli effetti più o meno ampi nei vissuti dei propri spettatori. Le storie non sono solo storie, e questo pure la scienza storica sembra non dimenticarselo quando, oltre alla sequenza degli eventi, cerca di carpirne anche il senso. Sarà un caso che, tra le nove muse della teogonia di Esiodo, ce ne fosse una anche per questa strana disciplina?

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One thought on “Narrazione = Finzione? [3]

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