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“Quando c’era Berlinguer” è uno di quei racconti dal sapore nostalgico.

Il film si apre con una sequenza di scene quasi comiche: ragazzi, ma anche adulti dalla memoria evidentemente troppo breve, a cui è rivolto un tacito nome, “Enrico Berlinguer”, che, nel tentativo di non sfigurare davanti alla cinepresa, le provano tutte, dal commissario,  al politico francese, al romanziere. Il tutto, intercalato dal ritornello “non ne ho idea”, corollato da un “ non l’ho studiato e quindi è colpa del sistema scolastico” che, fondamentalmente, è anche vero.

Il documentario è un collage di immagini, interviste, comizi , sprazzi di vita di colui che cambiò le sorti del Partito Comunista italiano, vivificato dai racconti di chi quegli anni li ha vissuti da protagonista politico, come Ingrao, Napolitano e Scalfaro o da dietro le quinte, come il capo della scorta Menichelli e la figlia Bianca Berlinguer.

Nostalgico, dicevo. Sì, sono idealista e ho guardato con una certa gelosia i tempi raccontati nel film: c’era qualche cosa in cui credere, qualche cosa di cui nutrirsi, una forza politica e culturale che ha trascinato intere generazioni e che ne affascina, da così lontano, tante altre. Sconforto, subito dopo la nostalgia, per i tempi di apatia culturale, politica ed esistenziale in cui viviamo: come ci siamo arrivati? Che fine ha fatto la passione ?

Austerità. Non quella che riempie le pagine di giornali e telegiornali di oggi, bensì quel senso di rinnovamento morale, culturale e politico che Berlinguer stesso auspicava per riscrivere pagine nuove di Storia dopo i giorni bui dell’assassinio Moro e l’abbandono di ogni compromesso storico.

Un concetto tremendamente attuale, che, tuttavia, pare essere svanito con chi lo incarnava più di tutti, proprio Enrico Berlinguer : con la sua morte non se ne andò solo un uomo dall’animo nobile, una “brava persona”,  ma un sogno e una speranza di rinnovamento culturale, di una politica che sapesse dialogare e non urlare (sconvolgente la pacatezza dei dibattiti televisivi paragonati ai “pollai “odierni), che sapesse ascoltare ma che soprattutto sapesse osare.

Perché Berlinguer fu anche la sfida lanciata all’Unione Sovietica: non era il Comunismo il valore universale, bensì la Democrazia, il pluralismo e la dialettica politica e non ebbe paura di esprimerlo con forza a Mosca, alle celebrazioni dei sessant’anni dalla Rivoluzione Bolscevica, discorso che gli valse appena 7 secondi di applausi.

La sua politica era di coraggio e di innovazione e non, come semplicisticamente si ritiene, immobilismo ideologico: fu di Berlinguer il progetto del Compromesso Storico che unisse un paese spaccato in due e di un Eurocomunismo che potesse poggiarsi sulle base storiche della Rivoluzione di Ottobre ma che sapesse distaccarsi dal contesto sovietico per abbracciare quello del processo di integrazione europea, perseguendo una strada europea al socialismo.  E per questo venne considerato troppo filo-sovietico dagli americani e troppo filo-americano dai sovietici.

So bene che nostalgia vuol anche Guerra Fredda, Brigate Rosse, stragi politiche… tanto che oggi in confronto è una passeggiata. Ma proprio in un contesto così difficile, la politica più che mai fu in grado di essere elaborazione e riflessione,  idea e strategia aperta a chiunque volesse esserne parte.

Mi hanno fatto notare che, tuttavia, il paragone coi ricordi è suicidio. E probabilmente è così, il passato è conosciuto, è certezza ed è per questo che rifulgiamo in esso. Ma il passato non è tangibile e di fronte ad esso solo la memoria può essere salvifica: “tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi torna a volare nel vento…” ammonisce il film.

Se la storia deve insegnare, ogni tanto è bene ritirarla fuori.

Delle immagini che regala il film, non posso dimenticare le piazze, quelle gremite di persone, bambini, ragazzi, adulti e anziani, le piazze piene e silenziose, le piazze che ascoltano e che vengono ascoltate. Alla gente si parlava, si parlava per davvero.  Oggi ci si siede davanti ad un computer e si “parla” ad una rete virtuali di umani disumanizzati.

Il film emoziona, suscita ricordi e nostalgia, ma più di ogni altro, il film è toccante e lo è perché, dopotutto, lo era la realtà.

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