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E’ con la madre di tutte le domande che animano la sfera politica che vorrei aprire questo post. Diversamente dal solito, vorrei provare a riflettere a partire da quanto ha animato il dibattito politico italiano nell’ultima settimana. Mi riferisco ovviamente alle elezioni europee, di cui immagino tutti sappiate gli esiti (nel caso li trovate qui) e che penso abbiano molto da farci pensare. La mia quindi non sarà affatto una dichiarazione di voto (anche perché quelle di solito si fanno prima, non dopo) ma neppure la consueta analisi che segue puntualmente la chiamata alle urne. Vorrei, più semplicemente, cercare di illustrare l’idea che mi sono fatto di questo periodo, di quella che è stata (plausibilmente almeno) una data importante nel contesto europeo, oltre che italiano.

Un primo aspetto che trovo estremamente positivo è che, benché in maniera ancora incerta, sembra si stia avviando un processo di parlamentarizzazione dell’Unione. Non ci è ancora dato sapere chi sarà il futuro presidente della commissione europea, ma è certo che qualora si trattasse di uno dei candidati che espressamente sono stati sostenuti dalle liste politiche nel corso della campagna elettorale, si tratterebbe di un grande passo in avanti. Che si tratti di Juncker, Schulz, Verhofstadt o Tsipras, un presidente della commissione scelto secondo questa modalità, contribuirebbe a spostare verso il parlamento il centro del potere a Bruxelles. Su questo punto, insomma, sembra si giochi molto del futuro politico europeo: da un lato c’è chi, come Cameron, vorrebbe mantenere una forte autonomia degli stati nazionali, dall’altra chi invece spinge verso un maggior federalismo europeo. La mia opinione è che il processo di federalizzazione dell’Unione sia fondamentale; non solo per renderla un luogo di decisione più democratico e comune ai popoli europei, ma anche perché, in un contesto come quello contemporaneo, è solo insieme che gli stati europei possono valere qualcosa. Di fronte alla Cina, agli Stati Uniti e ad altre potenze in crescita l’Europa può avere un ruolo solo se unita.

Un secondo ordine di considerazioni riguarda più da vicino i partiti e, soprattutto, le posizioni politiche che ho sostenuto e sostengo. In queste ultime elezioni europee ho votato alla fine per L’altra Europa con Tsipras, la lista italiana sostenuta da Sel, Rifondazione e da alcuni noti intellettuali (Spinelli, Ovadia, ecc). Ho votato questa lista da socialista e, precisamente, da socialista liberale, convinto della bontà di buona parte del programma. Non posso dunque che dirmi più che soddisfatto del risultato raggiunto, del fatto che si sia superato lo sbarramento del 4% e che si sia riusciti a eleggere tre eurodeputati. Ma resta comunque una profonda riflessione da fare, e non solo per gli scivoloni che questa stessa lista ha fatto in campagna elettorale (chi non ne fa?), bensì per il fatto che, a fronte di un Partito Democratico ai massimi storici e che supera il 40%, la sinistra più radicale non è riuscita a conquistare nessun voto di quelli che si pensava lasciassero Renzi per approdare ad altri lidi.

Questo deve essere tema di riflessione, come deve esserlo il fatto che si incontrino grandi difficoltà a conquistare quelle fette di popolazione che più dovrebbero sentir propri certi temi. La mia impressione è che la maggior parte dei voti che L’altra Europa ha ottenuto provengano dalla borghesia cittadina, e che sia ben poco riuscita a conquistarsi i voti dell’elettorato delle provincie e delle periferie. Ma, oltre a questo, è inevitabile riconoscere il successo, quantomeno elettorale, del Partito Democratico di Renzi, Ed è altrettanto necessario riconoscere il fatto che questi è riuscito ad ampliare il suo bacino verso il centro, senza perdere quello tradizionalmente più “di sinistra”.

Non so quello che accadrà in Italia nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, sicuramente Sinistra ecologia e libertà, partito che ho sostenuto alle scorse politiche, rischierà di frammentarsi fra chi preferirà andare verso il Pd, e chi preferirà portare avanti il percorso apertosi con questa lista alle Europee. Personalmente penso siano entrambe vie legittime, quel che più mi sembra importante oggi, a sinistra, è però la chiarezza. E fa un po’ ridere vedere militanti e sostenitori di Sel che dopo essere usciti da Rifondazione, dopo aver sostenuto un partito che ha chiesto per anni l’adesione al Pse, ora insultano chi, in fondo, non fa che continuare su questa strada.

Ma in fondo tutto questo vale ben poco. La politica è ben più di un’organizzazione o di un partito e, per quanto mi riguarda, starò a vedere. La mia posizione non è in primis quella di un militante, ma quella di chi parteggia semplicemente per i valori di un rinnovato socialismo. Chiunque oggi riesca, in Italia ed in Europa, a fare passi nella direzione di una maggiore equità, di una maggiore attenzione alle politiche sociali ed ambientali, chiunque rilanci un modello europeo di democrazia partecipativa è per me oggi un compagno di strada in battaglie comuni. Senza alcun disprezzo dunque per chi si occupa di partiti e comitati elettorali, mi limito a far presente questo semplice punto: l’esigenza di avere in mente i contenuti, più che le sigle o le persone. Posso concordare con molti nel mancare di simpatia per Renzi, ma non importa nulla. E se è vero, come sembra, che il Partito Democratico possa essere l’unico partito in Italia a poter avviare riforme in un senso anche solo timidamente progressista, allora ci si deve discutere assieme, Renzi o non Renzi. Personalmente, credo che quello che oggi sia più impellente per chi crede in un progetto socialista, sia quello di contribuire a spostare in questa direzione le politiche e le manovre del Partito Democratico. Se per far questo sia più opportuno unirsi, o costituire una lista indipendente, è una questione cui non so rispondere. Ma non si perda entro i meandri di questo dibattito, il fine da tener fermo: l’istanza riformatrice, il cambiamento.

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