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Può una narrazione essere valutata su una base etica o teoretica, oltre che estetica? Questo è il quesito con cui ci siamo lasciati lo scorso articolo, lungo un breve viaggio sul carattere finzionale della narrazione. Tuttavia molte erano state le perplessità davanti a una risposta negativa alla domanda.

Riprendiamo dunque dal risvolto etico della narrazione. Come si faceva notare nel testo di due settimane fa, la narrazione è impiegata sin dall’antichità per trasmettere insegnamenti morali. La domanda che ci si pone dunque è se abbia senso discriminare il nostro giudizio riguardo l’opera d’arte sulla base del messaggio di cui essa si fa portatrice. Prenderei però la questione di lato, affermando che nel giudizio sia lecito tener conto che la narrazione non sia essenzialmente una parentesi sul mondo, un “luogo” in cui ci stacchiamo totalmente dall’intreccio causa-consequenziale della vita di tutti i giorni; essa mi sembra piuttosto uno degli elementi dell’intreccio medesimo. Essa è frutto di un’idea e può diventare causa di nuove azioni.

Che cosa stupida!, direbbe qualcuno. Come si può lasciar determinare le nostre azioni sulla base di una finzione? Questa è la provocazione che spesso il pensiero moderno e un certo immaginario di gusto positivista ha lecitamente avanzato (tant’è che Carnap riduce la poesia a un semplice gioco linguistico semanticamente privo di senso). Ciononostante, questa potente critica al mondo delle “superstizioni e dei fantasmi”, per dirla con una retorica hobbesiana, sembra non tenere affatto conto della base del pensiero mitologico e del fondamento delle credenza, religiose o morali che siano. Non si nega infatti che l’Iliade, l’Eneide, la Bibbia, o le pitture nelle chiese, gli idoli antichi fossero delle opere artistiche: canti, poemi, racconti, dipinti, statue… papiro, carta, inchiostro, pigmento, o marmo. Ciononostante, proprio in virtù del senso che andavano a indicare, essi venivano assunti come “autorità”, cioè in grado di insegnare qualcosa e, dunque, attori a pieno titolo di quella rete causale di cui prima si parlava. L’Iliade rappresenta così in tutto e per tutto la potenza degli dei greci, la Bibbia è la parola di Dio, le pitture sono la catechesi della Chiesa: sono da essi considerati portatori di un vero insegnamento sulla base del senso morale di quanto hanno da trasmettere.

Non è un caso che la religione sfrutti forme estetiche per rappresentare e insegnare la propria idea di ordine sul mondo e che, per difendere tali prospettive, spesso si appelli all’autorità delle opere d’arte medesime, alle proprie prassi rituali e alle messe in scena elaborate negli anni per comunicare tale significato. A volte anche nelle nostre scuole vengono sfruttate in questa maniera le opere letterarie, secondo una specie di “culto della cultura”, facendoci vedere nei personaggi delle narrazioni dei modelli di vizio o di virtù che è bene avere con sé, per decidere se imitarli o meno, o anche solo per conoscere un poco di più la complessità della natura umana. Ciò rende danno alla natura della narrazione, oppure è l’adempimento di una sua finalità strutturale?

Se da una parte Wilde ci ricorda di non selezionare cosa sia un’opera d’arte e cosa non lo sia sulla base di che cosa essa comunica, ma di come lo fa, il modo di essere della narrazione all’interno della rete delle connessioni causali ci impedisce di rivolgerci ad essa soltanto in un puro atteggiamento finzionale. Un’opera d’arte deve farsi carico delle proprie responsabilità su quanto afferma o sottintende e, allo stesso tempo, anche il giudizio su di essa non solo può, ma deve tenerne conto. L’atteggiamento mitologico è infatti dietro l’angolo della finzione, anche nella teoria dell’arte per l’arte. Tale teoria infatti non sembra tanto essere la negazione dell’orizzonte etico della narrazione, ma la semplice affermazione di sé stessa come unico orizzonte etico possibile: a riprova, si può indicare come esempio la vita del più noto esteta italiano, Gabriele D’Annunzio. La sua opera letteraria è strettamente legata alle sue scelte politiche e alle sue azioni, dalla condotta quotidiana sino alla logica delle sue imprese militari.

Aderire moralmente o meno nel giudizio a un’opera d’arte non significa certo valutarla esteticamente: ma, se per questo si pensa di eliminare qualunque considerazione sulla portata morale dell’opera stessa, allora credo che questo divenga un abuso dell’estetica nei confronti dell’Arte. Come si fa però ad apprezzare la Commedia dantesca senza essere cattolici o, meglio ancora, tomistici? Forse il problema può essere risolto tratteggiando una differenza tra le teorie e prospettive contenute nell’opera, come la visione tomistica nella Commedia, e il senso dell’opera. Nella Commedia dantesca potremmo infatti parlare di senso riguardo a una certa visione della natura umana, indagandola in aspetti ben più vari alla mera concezione cosmologica di lettura tomistica. Per capire fino in fondo tale senso, è sì necessario conoscere la concezione tomistica, ma non serve aderire ad essa.

Quali sono allora le critiche “morali” che tanto vien da condannare, dando ragione a Wilde? La più classica e forse banale è quella legata alle scene di sesso nei film e nelle telenovele. Queste scene possono magari urtare alcuni valori di pudore di una certa visione morale; ciononostante, non sempre appartengono al senso complessivo dell’opera e, perciò, la miopia moraleggiante in questo caso impedirebbe di vedere il messaggio reale che l’opera stessa voleva trasmettere. Credo che abbozzare la soluzione al “problema morale” delle narrazioni in quest’ottica della confusione tra senso e teorie sia più proficuo della cesura tratteggiata teoricamente dall’Estetismo e al contempo negata nella sua stessa prassi.

Insomma, noi in atteggiamento finzionale sappiamo che non è vero che, sul palco di teatro, Edipo si stia strappando gli occhi. L’attore ci vedrà benissimo, a fine spettacolo! Esteticamente parlando, valuteremo il fatto nella dimensione  in cui è messo in scena. Non staremmo tuttavia trattando più dell’Edipo re di Sofocle (messo in scena da chi del caso) se, a partire dall’accecamento finzionale del protagonista, non comprendessimo e non valutassimo anche il senso che tale messa in scena comporta. D’altronde, lo stesso fatto, a seconda della narrazione in cui è inserito, può essere mosso verso un senso piuttosto che un altro. Basti pensare all’epica e alla mitologia, che ripropongono con significati molto differenti la stessa storia, cambiando il modo di raccontarla. Ecco: cambiare modo di raccontare una storia non è da considerare come un mero cambio tecnico-estetico, ma come un possibile cambiamento di senso della storia medesima e, dunque, di una diversa considerazione di carattere morale nel giudizio finale.

Ciò detto: che cos’è allora una narrazione? È vera, è finta? È entrambe? E, se lo fosse, come farebbe a essere soltanto una o tutte e due le cose?

(Continua)

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2 thoughts on “Narrazione = Finzione? [2]

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