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4 maggio 1949.

Il Grande Torino tornava in aereo da Lisbona, dove aveva giocato un’avvincente partita amichevole contro il Benfica di Francisco Ferreira (caro amico di Valentino Mazzola), sfortunatamente persa per 4-3. Dopo uno scalo a Barcellona il trimotore FIAT G 212 riparte alla volta di Torino, sulla quale aleggiava «un’ombra di malinconia, quasi un presagio» (Marco Innocenti, Il Sole 24 ore del 2 maggio 2008).
In rotta verso la pianura torinese il velivolo si ritrova nel bel mezzo di una bufera di vento e pioggia che annulla completamente la visibilità. «Superga era avvolta in una fitta nebbia» scrive Dino Buzzati. Alle 16:59 uno degli ultimi messaggi alla stazione radio di Torino recita: “Quota duemila, tagliamo su Superga”. Alle 17:03, dopo aver ricevuto il bollettino meteorologico, l’aereo trasmette il suo ultimo messaggio: “Ricevuto, sta bene, grazie mille”. Proprio a causa della ridotta visibilità e di un guasto all’altimetro per il pilota è impossibile rendersi conto di volare a poco meno di 300 metri dal suolo e non, come pensava, a 2000. L’aereo è troppo basso. E quando la basilica di Superga appare all’improvviso nel bel mezzo della nebbia non c’è più niente da fare. Lo schianto è inevitabile. Alle 17:05 un rombo amaro si diffonde sul colle di Superga, trascinando il cappellano della basilica e i clienti del ristorante allato di fronte a un inferno di fumo e fiamme. Inizialmente nessuno capisce, o forse non vuole capire; ma al ritrovamento di alcuni documenti dei passeggeri e delle maglie granata con cucito lo scudetto l’incubo diventa reale: l’aereo schiantatosi contro il pianterreno della basilica era proprio quello del Grande Torino, e dei 31 passeggeri non c’era nessun sopravvissuto.

Dove e quando sei stato informato della tragedia?
«La diffusione della notizia è stata velocissima, ma qui l’abbiamo scoperto soltanto il mattino dopo perché in casa mia non c’era la radio, che l’aveva passata verso le otto di sera. Io andavo a prendere il tram che passava da Camburzano per andare a Biella ed è arrivato un nostro compagno di scuola, di corsa, dicendoci che suo papà aveva sentito la notizia dello schianto. Ci siamo messi tutti a piangere. Eravamo un 7 o 8 amici torinesi, avevamo uno juventino solo in gruppo; e anche a lui la notizia ha fatto effetto. Qui a Biella la notizia aveva colpito molto, tanta gente piangeva per strada. La tragedia superava i limiti della casacca: colpiva tutto il mondo sportivo, il sentimento nazionale.»

Alla notizia della tragedia,  Torino cade nel terrore e nello sconforto. Migliaia di persone si recano d’impulso a Superga: le strade sono intasate dal traffico o da schiere di cittadini che continuano a piedi, mentre ambulanze e auto della polizia vanno su e giù dalla collina. Sul luogo dello sciagurato schianto il riconoscimento dei cadaveri schianto è affidato a Vittorio Pozzo – l’ex commissario tecnico della nazionale italiana – il quale, sul punto di svenire, decide di perpetuare quel tremendo compito per rendere omaggio ai suoi ultimi ragazzi in maglia azzurra.
L’Italia intera è stordita: tra confusione e sgomento viene proclamato il lutto nazionale, la FIGC assegna d’ufficio lo scudetto al Torino e i mezzi di comunicazione annunciano l’immane disastro con parole di profondo rammarico e sincero dolore. Questa la prima pagina de La Stampa del 5 maggio 1949:

Erano come soldati che tornavano all’accampamento, i giovanotti del Torino che erano stati a battersi sul campo di Lisbona: e si erano battuti con impegno sul terreno sconosciuto, alcuni di loro superando il malessere suscitato dal clima diverso e dalla rapidità del trasferimento; e avevano perduto con onore, come soldati che hanno fatto il loro dovere, anche se la fortuna non li ha premiati. Avevano tenuto alto il nome della Patria, fatto gridare il nome della Patria alla folla forestiera; avevano mostrato a gente che per anni ha conosciuto di noi solo le cose più tristi, che per anni ci ha immaginati avviliti, prostrati, umiliati, un fresco sorriso di giovani, un alacre impegno di far bene. Si erano presentati come eletta ad esempio della nuova generazione, che riprende con coraggio la sua vita dal fondo ove, non per sua colpa, si è ritrovata dopo la guerra. Perché con quest’animo noi vediamo partire le nostre squadre ginnastiche, sportive, atletiche, ogni volta che vanno all’estero; chiediamo ad essi qualcosa di più e di diverso che una emozione di tifosi o un’esaltazione di spettatori. Con che gratitudine li vedemmo uscire per la prima volta dai confini, questi giovani, dopo la buia paura della guerra; come benedicemmo quelle loro prime affermazioni, quelle loro prime vittorie, ciclisti, atleti, calciatori; raccoglievano intorno al loro gioco pacifico i primi consensi degli stranieri. E come soldati caduti li piangiamo questi giovani fulminati sulla porta di casa; né la parola ci pare troppo retorica, sappiamo di quanta disciplina, di quanti sacrifici, di quante rinunce alle facili gioie della giovinezza era fatto il loro compito che pareva ai nostri occhi di spettatori nulla più di un gioco gaio ed agevole. Li piange Torino, percossa e stordita dalla prima notizia come dall’annuncio di una sventura collettiva; e lo sbigottimento ed il dolore entrarono in ogni casa come se di ogni famiglia fosse scomparso il figlio diletto. E li piange la nazione che li amava, ne conosceva i nomi urlati tante volte nel calore di un incontro; e anche chi di calcio e di squadre non si è mai occupato, chi non ha mai assistito ad una partita è sbalordito e commosso; sente oscuramente che qualcosa di tutti noi è arso nel rogo sulla collina avvolta di fatale caligine insieme alla giovine vita dei campioni; ognuno di noi era loro debitore per qualche cosa, la gioia di vedere la bella squadra in cima alla classifica, l’orgoglio con cui la vedevamo partire per gli incontri internazionali, la nostra gratitudine di sedentari, di incerti, di sfiduciati per la gioconda volontà di vincere che ci offriva. Poveri ragazzi, loro certo a questo non pensavano. Erano contenti di tornare a casa, portavano nelle valigette il regaluccio per la mamma, le sorelle, l’innamorata e nella memoria il ricordo di qualche bella ragazza che aveva sorriso alla loro spavalda giovinezza; preparavano le parole con cui si sarebbero scusati con i compagni e con i dirigenti per non aver strappato la vittoria, se la promettevano brillante per la prossima volta. Erano spensierati e semplici anche se si sentivano avvolti dall’ammirazione e dall’affetto della gente; e ricambiavano quell’affetto, quell’aspettazione di grandi cose con una disciplina severa e volenterosa. Come soldati sono caduti, spensierati, semplici, colti a tradimento sulla soglia dell’accampamento. E ci suonano spontanee nella memoria le parole con cui i soldati ricordano i loro caduti: “tutti giovani sui trent’anni, la sua vita non torna più”.

Funerali

I funerali si tengono pubblicamente venerdì 6 maggio. L’Italia osserva il lutto nazionale e la città di Torino – con il gonfalone a mezz’asta – omaggia i suoi caduti ospitando le bare nella sua dimora più nobile: palazzo Madama. Una processione lunghissima ed ininterrotta di quasi cinquecentomila persone attraversa le strade accompagnando le bare dei campioni. Tutti volevano esserci, tutti volevano portare l’ultimo saluto agli illustri scomparsi: gente in lacrime e in ginocchio; disperazione e sgomento ovunque. L’intera città piange il Torino; è un momento di grande aggregazione e spiritualità. Partecipano alle celebrazioni rappresentanze di tutte le squadre italiane e molte estere, nonché le più alte cariche sportive e politiche del paese. In nome del governo presenzia un giovane Giulio Andreotti, per la FIGC lo stesso presidente Ottorino Barassi. In un profondo silenzio il presidente scandisce per l’ultima volta i nomi della formazione che ormai ognuno conosce a memoria: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Poi, alzando al cielo il trofeo del quinto scudetto, aggiunge con voce tremante: «Capitan Valentino, questa è la tua Coppa, una grande coppa, la coppa del Torino. Guarda com’è grande, è grande come il mondo, contiene il cuore di tutto il mondo, e pare Vi dica che Dio Vi benedice.»

Cos’ha comportato oltre al dramma sportivo l’incidente?
«Il Torino dell’epoca era una bandiera, era il simbolo di un’Italia appena uscita dalla guerra. Tantoché, dopo Superga, tutte le squadre del campionato hanno schierato la primavera e regalato un giocatore al Torino per rifare la squadra. Il campionato del ’49 comunque l’hanno vinto loro. Non ricordo quanto mancava per la certezza matematica, ma la cosa ormai era fatta. D’altronde lo scudetto era già stato assegnato a tavolino, quelle 4 partite sono state pura formalità.»

Dopo Torino – Fiorentina (rinviata) il campionato riprende “regolarmente” il 15 maggio 1949. I giovani granata affrontano il Genoa in uno stadio Filadelfia gremito come ai tempi del Grande Torino, ma immerso in un’aria cupa che fa rimbombare nel vuoto gli squilli di Bolmida. Nonostante l’amarezza per la recente tragedia il Torino vince 4-0, regalando ai tifosi una piccola consolazione. I giovani del Torino ripeteranno ottime prestazioni fino al termine del campionato: sconfiggendo le giovanili di Palermo, Sampdoria e Fiorentina i granata conquistano anche sul campo il sesto scudetto in onore dei campionissimi.

Il dramma di Superga ha una eco mondiale. Il giorno dopo la tragedia migliaia di persone si accalcano sotto l’ambasciata italiana di Lisbona per omaggiare il Grande Torino e il 26 maggio gli argentini del River Plate accolgono l’invito della FIGC a disputare una gara amichevole contro un “Torino Simbolo” formato dai più grandi fuoriclasse militanti nel campionato italiano. L’impressione suscitata dall’incidente è talmente profonda da convincere la Nazionale italiana a raggiungere il Brasile (dove sarebbero giocati i campionati mondiali 1950) con un viaggio in nave di tre settimane.

Per quanto si è parlato di Superga?
«Se ne parla ancora oggi, quando vengono fuori discorsi sportivi, e non di tifoseria.»

Con questa breve ma oltremodo eloquente risposta aveva termine la mia intervista. Certamente conteneva in sé tutto quanto c’era da raccontare, ma fin dal principio avevo deciso di affidare le ultime battute di questa storia non alla voce di Bruno Maffiotti, né alle mie parole – delle quale forse sarete un po’ stanchi – bensì alla penna esperta e commovente di Indro Montanelli, che così indora la tragedia sul Corriere della Sera del 7 maggio 1949:

«Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede.
E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto “in trasferta”.»

Grande Torino

Matteo de Toffoli

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