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“Una fotografia fatta da una persona a se stessa, in genere con uno smartphone o una webcam e caricata su un social network”. Ma si è ovvio, l’autoscatto si potrebbe pensare leggendo questa definizione. No, un selfie. Questa è la “parola dell’anno 2013”, almeno così la pensa l’Oxford Dictionaries. E in effetti da un anno a questa parte credo siano ben poche le persone che non abbiano mai sentito parlare di selfie nella loro vita quotidiana. Una moda che ha preso piede abbastanza in fretta nel nostro mondo, pervaso da internet e dai vari social media. Ma è davvero una pratica così deleteria e negativa? Siamo davvero sicuri che sia poi una così grande novità che ci porta ad essere schiavi di noi stessi e della nostra stessa immagine?

In parte sì dai, come negarlo. “La nostra è una società sempre più schiava dell’immagine di sé, non siamo più in grado di vivere senza mostrarci in un certo modo agli altri, abbiamo continuamente bisogno della loro approvazione e dei loro “mi piace” per stare bene con noi stessi e con quello che facciamo”. Frasi del genere si possono sentire dette da sociologi, psicologi, mass mediologi (?) che studiano il fenomeno selfie per capirne (giustamente) i risvolti, a volte non troppo positivi, che può avere. È indubbio che (come in tutte le cose) l’eccesso può davvero portare ad una distorsione psicologica della personalità, ma da qui a dire che “il selfie è la malattia del decennio” direi che ne passa. C’è poi chi scegli di polemizzare con questa pratica in un modo un po’ più diretto, come gli “Elio e le Storie Tese” in un loro recentissimo brano, “Lampo”. Evidentemente stressati dalle continue richieste di foto da parte dei loro fan, hanno deciso di rispondere così (salvo poi pubblicare puntualmente dei selfie sulla loro pagina Facebook, ma questa è un’altra storia).

L’ennesima “malattia della nostra società supertecnologica che avanza” quindi? Ennesima prova che le tecnologie ci stanno portando alla distruzione e al plagio delle coscienze e che                               (continuate voi riempiendo lo spazio con qualche tesi catastrofista/complottista/totalitarista, che in questi casi va sempre bene)? Nì, perché non mi sembra che molto tempo fa le cose andassero molto diversamente. Andiamo a prendere qualche ritratto di personaggio storico famoso e vediamo un po’. Ne ho scelti due tra i più celebri: “Napoleone attraversando le Alpi” di Jacques Louis David e il “Ritratto di Alessandro Manzoni” di Francesco Hayez.

Qui Napoleone non è un po’ come quei vostri amici che, prima o dopo aver fatto qualcosa di importante o fantastico, si fanno un bel selfie e poi lo pubblicano aspettando i vostri commenti? Non ha forse anche lui una posa “leggermente” costruita, dei tratti somatici modificati per dare un risalto epico alla sua immagine di conquistatore? E gli effetti e le modifiche che possiamo fare alle nostre fotografie non vogliono, in fondo, suscitare lo stesso effetto e dare un immagine il più possibile perfetta di quello che siamo? Davvero il buon Manzoni era sempre così sereno e tranquillo come ci viene mostrato? Lì c’è un ritrattista che dipinge, non si vede una mano con uno smartphone che sta scattando una foto, ma non credo che siamo poi tanto distanti. Prima se lo potevano permettere solo in pochi, adesso possiamo farlo quasi tutti, ma siamo davvero cambiati così tanto?

Mi rendo conto che il paragone è un po’ azzardato, forse troppo, ci sarebbe molto da dire e da discutere. Penso però che riflettendoci un po’ su anche nel selfie si possa ritrovare qualcosa di perfettamente normale e umano, e magari inventarsi anche qualche utilizzo divertente, come hanno fatto alla NASA con il “Global Selfie”.

Senza esagerare quindi, ma un selfie non ha mai fatto male a nessuno (almeno fino ad oggi).

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