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4 maggio 2014.

L’episodio di violenza intercorso fuori dallo Stadio Olimpico tra gli ultras di Napoli e Fiorentina in occasione della finale di Coppa Italia ha consegnato al nostro paese l’ennesima fotografia di un calcio malato, viziato dalla foga esasperata sugli spalti e dai manifesti interessi economici, dentro e fuori dal campo. La gravità dell’accaduto – già amaramente condannato dall’opinione pubblica – ha scosso ancor più nel profondo il mondo sportivo, obbligato ad una severa indignazione proprio nel giorno del sessantacinquesimo anniversario di uno dei drammi sportivi più pesanti ed insanabili della storia: la tragedia di Superga, che vide l’improvvisa scomparsa di quello che è stato ricordato come il “Grande Torino”. A maggior ragione, quanto successo a Roma suscita uno sdegno viscerale, ma non mi soffermerò più a lungo su questo argomento. Quella che voglio raccontare è un’altra storia. È la storia di uomini e atleti eccezionali, simbolo ed orgoglio del loro paese; è la storia di un’Italia che rinasceva dalle ceneri della guerra nel segno degli invincibili giocatori granata; è la storia di un calcio diverso e genuino, lontano dall’imbastardimento della modernità. Disgraziatamente, ai più, è una storia sconosciuta. Dunque, in memoria di questi grandi campioni e del lutto suscitato dalla loro improvvisa scomparsa, mi accingo a scrivere queste poche parole su una delle pagine – spesso ignorata a causa di un tema che in realtà, credetemi, è tutt’altro che banale – più gloriose e allo stesso tempo infauste della storia, sportiva e non, del nostro paese.

Un’ultima annotazione: a raccontare questa storia non sarò io, o almeno non solo. Ho deciso infatti di affidarla alle commoventi parole di chi ha vissuto il mito e la tragedia del Grande Torino sulla propria pelle: l’ex primo cittadino del comune di Camburzano (BI) e appassionato tifoso granata Bruno Maffiotti, che ringrazio sentitamente per la disponibilità con cui mi ha concesso questa intervista.

Innanzitutto, perché il Torino?
«Perché quando si è giovani la squadra più forte è quella per cui veramente tifi, inoltre avevo tanti amici che tifavano Juventus. In contrapposizione, è nata così.»

Proprio in contrapposizione al dominio bianconero prende forma la stessa leggenda del Grande Torino. Nell’estate del 1939 l’imprenditore torinese Ferruccio Novo acquista la società con l’obiettivo di surclassare i rivali concittadini e riportare la squadra alla gloria di un tempo. E tramite il leggendario Valentino Mazzola, i grandi Ezio Loik, Mario Rigamonti, Virgilio Maroso, Franco Ossola e molti altri campionissimi invitati a vestire la casacca granata il presidente Novo, con estrema lungimiranza, riuscì nel suo intento. Il suo Torino era diventato Grande, e lo dimostrava in campo.

Come vivevano le vittorie del Grande Torino gli avversari, e gli altri tifosi?
«Con una certa invidia, con tanta invidia. Anche perché in nazionale giocavano 10 giocatori del Torino, e solo il portiere  – Sentimenti IV – allora era della Juventus. La città di Torino rappresentava l’Italia, in pratica.»

Nulla di più vero. Durante il decennio 1940-1949 la nazionale azzurra vestiva granata. L’intero paese, scosso dagli orrori della seconda guerra mondiale, vedeva nei giovani atleti del Grande Torino il simbolo della rinascita, accostandoli a intramontabili miti dello sport quali Gino Bartali e Fausto Coppi. «L’Italia, non solo Torino, li amava. Perché con Coppi, Bartali e pochi altri rappresentavano una rivincita dopo tante sconfitte, un motivo d’orgoglio, un simbolo di ripresa. – scrive il giornalista granata Giorgio Tosatti, figlio di una delle vittime di Superga – Erano la gioventù vincente di un paese ansioso di ricostruire non solo fabbriche e case, ma anche il proprio prestigio».
Ma per quanto l’Italia li amasse, gli italiani erano pur tifosi, e li vedevano con invidia:

Quest’invidia si incanalava in odio, o piuttosto in ammirazione?
«Odio no, fatta eccezione per le persone più anziane di noi, considerando che io allora avevo quattordici anni. Nelle discussioni si capiva che non volevano darti ragione, ma dentro di loro sapevano che non c’era nulla da fare: quella squadra era Grande. Nonostante tutto gli altri tifosi dovevano arrendersi di fronte al Torino, non c’era storia.»

Effettivamente era proprio così. Tra 1940 e 1949 il Grande Torino inanellò una serie di risultati sconcertanti proponendo un gioco divertente ed allo stesso tempo estremamente efficace (“attacca in sette e difende in sette” si diceva allora del Torino). Con un’autorità a dir poco soverchiante – cui simbolo rimangono i 408 gol segnati nei cinque anni dello scudetto, le costanti vittorie nei derby torinesi o il leggendari 6 gol rifilati alla Roma in soli quattordici minuti – i granata conquistarono cinque titoli nazionali (1942/43, 1945/46, 1946/47, 1947/48, 1948/49) ed una Coppa Italia (1942/43) stabilendo dei record imbattuti ancora oggi. Per gli appassionati (e i curiosi): Tutti i record del Grande Torino.

Mazzola

Un giocatore ed una partita simbolo?
«Beh, se parlavi di Mazzola parlavi di Dio. In proposito, mi viene in mente un ricordo particolare. Ero andato a vedere un film a Biella e allora c’era la Settimana Incom, che nell’intervallo trasmetteva i risultati delle partite e faceva vedere le sintesi. Ecco, ricordo di aver visto Mazzola andare verso la rete a chiedere quanto mancava alla fine in una partita che avevano giocato a Livorno, e quando gli hanno detto che mancavano dieci minuti ha fatto un segno ai compagni – a significare “Diamoci una mossa” – così hanno vinto 1-0.
Altre partite simbolo, da tifoso, sono state le vittorie sulla Juventus; ma anche le sfide con le milanesi. Il resto essenzialmente non aveva importanza, perché nel 99 % dei casi si sapeva già come sarebbe andata a finire.»

Con 123 reti in 201 partite giocate in maglia granata Valentino Mazzola è fuor d’ogni dubbio il miglior rappresentante di quel Torino, nonché uno dei più grandi numeri 10 della storia sportiva italiana e globale. Ma, oltre al calciatore, è importante ricordarsi dell’uomo: certosino, di poche parole e preciso all’inverosimile Mazzola viveva in un piccolo appartamento di Torino, lavorava come operaio al Lingotto FIAT e grazie alle 80.000 lire al mese di stipendio era uno dei pochi giocatori della squadra in grado di permettersi un’automobile. Come lui, anche gli altri granata prima di essere calciatori erano gente semplice: operai, impiegati e piccoli commercianti trattavano collettivamente l’ingaggio con il presidente Novo e investivano i loro guadagni, ridicoli in confronto a quelli odierni, in bar, case o terre. Oltre a rappresentare con forza la classe medio-bassa della società italiana, in contrasto con la “padrona” Juventus degli Agnelli, il Grande Torino era anche una grande famiglia: chi aveva la macchina (Mazzola e Loik, ad esempio) dava un passaggio ai compagni verso lo stadio Filadelfia o il bar Florio, dove si ritrovavano tutti insieme prima degli allenamenti.

L’unico eccesso di superbia i giocatori del Torino se lo permettevano in campo, laddove in fin dei conti era giustificato. Talvolta accadeva che i granata giocassero ben al di sotto delle loro possibilità per poi ribaltare le sorti della partita in pochissimi minuti, sbaragliando li avversari con diverse reti consecutive. Quando dalle tribune dello stadio Filadelfia si alzavano i tre squilli del trombettiere Oreste Bolmida, Valentino Mazzola si rimboccava le maniche per mostrare ai compagni che era arrivato il momento di scatenarsi, e questi non si facevano attendere. Il risultato era, ogni volta, sconcertante: il sopra citato episodio di Livorno, la goleada alla Roma (7-0 finale, con sei gol segnati in 14 minuti) e la rimonta sulla Lazio (da 0-3 a 4-3 dopo l’intervallo) rendono più che degnamente l’idea di quanto quel Torino fosse Grande.

Com’erano visti i giocatori del Torino al di fuori del campo?
«Non erano come quelli di oggi. Sapevano di dover giocare a calcio, e basta. Sulle cronache apparivano ben poco, ed erano veramente dei professionisti. Giocavano a pallone, e lo facevano bene. Allora si giocava per passione, non per soldi. Insomma, rappresentavano un calcio completamente diverso.»

Allo sguardo disilluso di oggi quel calcio e quel Torino sembrano un mondo lontano ed idilliaco. Ma per chi lo viveva era come un sogno ad occhi aperti. Purtroppo, come tutti i bei sogni, improvvisamente svanì. Era il 4 maggio 1949, e tra la nebbia di Superga si consumava la tragedia.

(continua)

Matteo De Toffoli

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