Home

Il corpo delle teorie che una persona possiede è un complesso eterogeneo e difficile, che non sempre siamo in grado di padroneggiare compiutamente. Sapere qualcosa significa essere in grado di muoversi in un reticolo di nozioni, di teorie più generali ed altre meno, significa sapere organizzare il marasma di dati che possediamo e che apprendiamo costantemente. Ma significa anche sapere cosa aggiungere e cosa eliminare, significa sapere dove sforzarsi di ricercare, e dove lasciar spazio ad altro.

In un modo più o meno simile a questo potremmo cercare di raffigurarci le nostre conoscenze, come una sorta di città, con il suo centro storico e le sue periferie, il moderno skyline e i quartieri abbandonati. E’ a Ludwig Wittgenstein che si deve questa fortunata metafora; il nostro linguaggio ricordava al grande filosofo austriaco la struttura, le forme, secondo cui si articolano le realtà urbane. Ma forse potremmo provare a sviluppare ulteriormente questo parallelo, spingendoci a sottolineare come questa forma cittadina possa ritrarre in modo preciso e proficuo  la mappa dei nostri saperi. Non è difficile pensare ciò che sappiamo come organizzato secondo una mappa, secondo infinite articolazioni e richiami, che continuamente rinsaldiamo o accantoniamo. Ci sono zone che frequentiamo più spesso, aree del sapere in cui ci muoviamo con disinvoltura, c’è il centro cittadino che ospita le questioni più nevralgiche, e ci sono le periferie dove si affastellano i temi più marginali.

Ma i movimenti essenziali che possiamo descrivere in questo quadro sono due: quello che si spinge verso l’interno e quello che si spinge verso l’esterno. Non è difficile infatti scorgere in numerose discipline una doppia tendenza: da un lato la spinta verso il particolare, diretta alla ricerca di sempre più dettagli e  lavorare sempre più di fino, dall’altro la ricerca di unità. Un movimento verso l’alto, verso il generale e l’universale, una mossa che ricerca ponti e legami tra gli aspetti separati ed individuali fa da controcanto alla prima tendenza del nostro intelletto.

Sembra addirittura inutile dover stare a sottolineare quanto questi due atteggiamenti si siano contrapposti e combattuti nella storia e nelle vicende delle singole discipline. Un caso interessante può forse risultare quello della metodologia storica, che ha visto contrapporre la scuola positivista, nota per la ricerca quasi maniacale della precisione (si pensi alle ferree regole da essa stabilite per datare i documenti), a quella degli annales di Bloch e Febvre, nata in contrapposizione a un tal modo di intendere la storiografia. Spesso dunque questi due movimenti sono sembrati fronteggiarsi, come se fossero antitetici ed uno escludesse l’altro. L’idea è stata spesso quella per cui o si dissertava dei massimi sistemi, parlando di cose grandi quanto vuote, o si scendeva nei dettagli, nella massima concretezza, perdendo però di generalità.

Contro questo modello manicheo di intendere il sapere e contro l’idea che queste due istanze, entrambe così legittime, siano costrette ad escludersi, penso si posa far valere un ordine di considerazione che Kant fa suo nella sua Critica della ragion pura. Infinitamente grande ed infinitamente piccolo (temi su cui poco tempo fa il nostro ziggy ha fatto un bell’articolo) sono due idee della ragione, due elementi regolativi che non possono mai essere circoscritti dal nostro intelletto ma che devono essere ricercati e perseguiti. Il valore di queste idee è pertanto primariamente pratico: esse non parlano direttamente del mondo, ma di come espandere la nostra conoscenza su di esso. Quello che Kant indica in tal modo è il dominio della ragione, quella sfera del pensiero umano che non osserva il mondo in presa diretta, ma che lavora sulle conoscenze di cui siamo già in possesso.

Recuperando al nostro fine queste riflessioni del filosofo di Königsberg, si può sottolineare un ultimo aspetto. Infinitamente grande ed infinitamente piccolo non si escludono affatto, ma rappresentano, piuttosto, due tendenze di indagine speculari. Se è vero che occuparsi di ciò che alto, di ciò che è generale, è pura astrazione se non si tiene conto della concreta realtà., è vero anche che questa, il concreto, il materiale, assume senso e significato solo quando è inserita all’interno di un contesto più ampio. Ritornando alla metafora della città, si potrebbe dire che il centro storico non vale nulla, se non vi affluiscono gli abitanti delle periferie e del contado. Viceversa, però, questi ottengono una forma, una struttura, solo in riferimento ad un centro.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...