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Raccontare storie. Ecco la prima definizione a caldo della nozione di narrazione. E poi (già che ci siamo) raccontare una storia è un poco come dire una bugia a metà; si sa che quanto è raccontato in fondo non è vero, non serve che sia vero, se ne può fare a meno, anzi, più se ne fa a meno, più raccontiamo una storia e non chissà cos’altro. Questo è un pregiudizio in cui spesso incorriamo. “Storia” è sinonimo di “scena”, dove “scena” è a sua volta equivalente di “apparenza”: non fare storie, sono tutte storie, non raccontarmela su… questi e altri sono gli esempi che spesso sorgono da una concezione ridotta dell’idea di narrazione che vi sta alla base. Insomma, raccontare è davvero sinonimo di fingere?

Per prima cosa, vediamo in che maniera si può connettere la narrazione all’ambito finzionale. Può venire dunque in mente una delle più classiche categorie editoriali della letteratura occidentale: la narrativa, appunto. A partire dall’esigenza di una simile classificazione, viene allora da domandarsi se raccontare storie sia solo uno dei tanti modi di declinare la finzione letteraria. Dicendo di sì, ciò ci può far credere che la narrazione non sia altro che un sottoinsieme delle arti finzionali, dunque che non si possa, all’interno di una narrazione, avanzare una pretesa di verità. Al più, si può chiedere che essa sia plausibile, tant’è che, oggigiorno, il racconto realistico è ancora una delle soluzioni narrative più apprezzate. Nella concezione dell’arte per l’arte, questa è solo musica per le proprie orecchie. Cadono le costrizioni morali del racconto, il metro valutativo di stampo etico dell’oggetto artistico si rompe in mano agli stessi perbenisti che, anzi, cominciano pian piano a essere più estasiati tanto più è scandaloso il contenuto dell’opera. Oscar Wilde sarebbe felicissimo. Sua è la citazione: Non esistono libri morali o immorali come la maggioranza crede. I libri sono scritti bene, o scritti male. Questo è tutto. Questo ammettendo che ogni  fatto raccontato è finto. Ci si emoziona un poco, ci si sente sollevati dalle proprie costrizioni all’interno di quella piccola evasione… e poi?

E poi, attorno all’opera d’arte e al suo raccontare nella finzione, ci troviamo però anche due cadaveri alquanto notevoli. Il primo è quello della verità, o, meglio, della pretesa che la narrazione possa raccontare qualcosa di vero. Il secondo è quello dell’etica, anzi, della possibilità che un racconto possa assumere il compito di insegnare un ordine morale. O, forse, non si può valutare un racconto su una base morale per il semplice motivo che una morale non c’è. Insomma, ci si può anche fermare qui e alcolizzarsi di relativismo, che tanto fa bene, inebria al punto giusto e fa dimenticare i problemi. I problemi però rimangono, e sono i seguenti.

Perché per secoli si sono letti l’Iliade e l’Odissea, nell’Antica Grecia? Perché Augusto ha ritenuto un ottimo mezzo di propaganda dei buoni costumi un poema come l’Eneide? Perché l’Occidente cristiano ha stretto tanto a lungo il testo biblico? Narrazioni, già, ma da cui si determinava un ordine morale, se non preciso, quasi. E i testimoni dei processi? Non raccontano forse la propria versione dei fatti, racconti che possono assumere il valore di prova a colpa o discolpa dell’imputato? La loro versione va certamente confrontata con le storie di altri testimoni, ma alla fine la narrazione, in questi casi, è o non è usata per ricercare la verità? Che dire poi del lavoro dello storico? La scienza storica non pretende forse di ottenere una narrazione il più vera possibile, dove il senso della parola “vero” è ovviamente da intendersi nei canoni dell’epistemologia e delle riflessioni sul metodo scientifico medesimo? Anche in questi usi è sufficiente la plausibilità, o si chiede qualcosa di più?

Io partirei però constatando che Oscar Wilde, in linea di principio, ha ragione. L’opera d’arte ha bisogno di mantenere il proprio carattere autonomo. Credo che si sia bisogno di non poter  valutare la bellezza o meno di un racconto sulla base di un criterio etico-morale. Sarebbe decisamente contraddittorio, se allo stesso tempo il libro fosse scritto bene. Ciò non è però per dire che l’opera d’arte non parli di qualcosa, che non indichi un senso ben determinato. La narrazione un senso lo indica eccome, ma la natura di questo senso dovrebbe essere contingente nel far apprezzare o meno il racconto. Nella narrativa, quando è indicato un messaggio, noi non guardiamo in primo luogo quale sia il messaggio indicato, bensì la traiettoria dell’indice che lo punta. Per usare un’immagine: all’arte basta spostare il nostro sguardo nella direzione dove essa vuole che si guardi. Una volta adocchiato quel che si voleva far adocchiare, non serve però tenere lo sguardo fisso perché il suo compito sia stato svolto alla perfezione. Si può leggere Dante e Manzoni senza essere ferventi cattolici, osservare un quadro di Boccioni senza voler bruciare gli Uffizi e, ciononostante, si potrà comunque affermare che tutte queste sono belle opere artistiche. La narrazione può essere prima di tutto oggetto estetico e, in quanto tale, può avvalersi dell’unico requisito di essere bella.

Wilde vince così il primo round, ma non la partita.

(Continua)

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2 thoughts on “Narrazione = Finzione ? [1]

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