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Obbiettivamente non è un buon periodo per parlare di calcio. I fatti degli ultimi giorni hanno decisamente (e giustamente credo) spostato l’attenzione su ciò che ruota intorno al campo di gioco e non sul calcio giocato. Sospendendo queste utili e necessarie discussioni (su cui si sono già espressi in tanti, forse in troppi), vorrei tornare sul rettangolo verde e sulle partite vere. In particolare sul momento esatto in cui si guarda una partita. Il campionato si sta ormai per concludere, e fra poco più di un mese inizieranno i Mondiali brasiliani, tanto attesi. Gli appassionati e non si godranno le partite in compagnia di amici e famigliari, tifando tutti insieme la Nazionale e cantando abbracciati il nostro Inno nazionale (possibilmente senza fischiarlo). Tutti davanti alla televisione o a un maxischermo, tutti insieme per tifare. Bello, un bel momento per stare insieme. Ma pensate ai nostri nonni (e magari a qualche nostro genitore) come “seguivano” le partite… grazie alla radio.

Sì la radio, quello straordinario mezzo di comunicazione di massa che ormai non so nemmeno se abbiamo tutti in casa. Certamente quasi tutti i nostri smartphone hanno la “Radio FM” come funzione, ma non so a quanti sia mai venuto in mente di utilizzarlo in questa direzione. Una volta, a dire il vero non molto tempo fa, la radio era usata moltissimo per seguire le partite di calcio. Il binomio partita-radiocronaca era quasi scontato. Ovviamente il programma più famoso, e che resiste tuttora, è “Tutto il calcio minuto per minuto”: dirette e commenti da tutti i campi con un passaggio continuo di linea per seguire gol, proteste e momenti importanti. Un programma che, nonostante gli anni (va in onda ufficialmente dal 1960), continua ad avere un discreto seguito. Resta storica questa scena de “Il secondo tragico Fantozzi”, in cui il povero ragioniere e gli altri impiegati non sanno cosa fare per seguire la partita della Nazionale (ed evitare così la proiezione de “La corazzata Potemkin”). La radio (in sostituzione della comoda poltrona e della televisione), la fa da padrona.

 

Un utilizzo del mezzo radiofonico che si sta via via perdendo. Nell’era delle pay-tv e di internet tutte le partite sono ben visibili, e sono pochi i bar in cui la domenica pomeriggio qualche anziano si riunisce ancora per fare una bella briscola mentre ascolta, senza vedere, la partita. La radiocronaca è rimasta ormai come un ultima spiaggia per chi proprio non riesce a trovarsi un modo migliore per seguire la sua squadra del cuore.

A me è capitato poche volte di seguire un’incontro via radio, ma ricordo sempre con piacere una cosa: l’immaginazione. In questi casi, proprio perché la partita non la puoi vedere, sei costretto ad immaginare cosa sta succedendo in campo seguendo il racconto del radiocronista, l’enfasi con cui sottolinea un’azione, il momento in cui chiede repentinamente la linea dallo studio perché è successo qualcosa di importante. Mi sembra quasi che in questo modo si riesca a vivere la partita più in prima persona, un po’ come se la si potesse “giocare” nella propria testa.

E poi niente moviola, meno proteste, niente cori, non possiamo vedere i brutti gesti sui campi e sugli spalti. Contano solo il terreno verde, i 22 giocatori che corrono e quell’oggetto rotondo che tutti inseguono. Il calcio punto e basta, epurato da tutti quegli elementi che spesso ci disgustano e ci fanno passare la voglia di seguirlo. Non sarebbe forse venuto il momento di rivalutare anche la radiocronaca sportiva?

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