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Siamo sicuramente tutti concordi sul fatto che quello della omonimia sia un fenomeno largamente diffuso e comune nella lingua italiana. Capita spesso che uno stesso termine, una stessa parola, possa ricoprire significati fra loro anche molto diversi. Altre volte però si tratta di sensi fra loro simili, accumulatisi nella storia e nelle vicende della parola e della lingua. Un caso interessante quanto particolare è quello del termine “ideologia“, che dalle sue origini ad oggi ha indicato realtà fra loro anche molto differenti, pur appartenenti ad un ambito più o meno comune.

Il termine fu coniato a cavallo fra Settecento ed Ottocento dal filosofo francese Destutt de Tracy, che con questo termine voleva indicare semplicemente la scienza che si occupa delle sensazioni e delle idee. Dove, parlando di idee, si riferiva non ad elaborazioni intellettuali o culturali, ma ad un elemento psicologico, indagato a partire da una concettualizzazione tipicamente sensista. I pensatori legati a questo progetto furono denominati idéologues e rappresentarono l’ultima fase di elaborazione intellettuale dell’illuminismo francese. Il termine iniziò ad assumere un significato negativo per ragioni accidentali: questo gruppo di intellettuali era infatti avverso al potere di Napoleone Bonaparte, il quale prese dunque a utilizzare il termine “ideologo” in senso dispregiativo. Con questo infatti egli andava riferendosi a quegli intellettuali astratti, che si occupavano esclusivamente delle loro teorie e delle loro idee, trascurando ogni confronto con la realtà concreta.

E’ a partire da questo significato critico che Marx ed Engels elaborarono la loro precisa teoria sul ruolo e il significato delle ideologie. Con loro i termine assume un significato estremamente negativo, andando a riferirsi a tutti quei complessi teorici che sovvertono, per così dire, il sopra e il sotto. L’ideologia è quella forma di pensiero che pone a fondamento l’astratto, l’universale e tralascia concreto e particolare. Così dapprima tale critica riguarda i cosiddetti “giovani hegeliani“, per poi però divenire strumento d’accusa per Feuerbach ed, in parte, per Hegel stesso. L’ideologia è quindi intesa come un’elaborazione teorica astratta, che pone l’idea, il concetto prima del concreto e che pretende di dedurre quest’ultimo a partire dal primo. Si tratta invece, per Marx ed Engels, di compiere una mossa esattamente speculare: si tratta di comprendere l’astratto, il regno delle idee, a partire dalla concretezza delle condizioni materiali d’esistenza, a partire dalla struttura economica. Solo in questo modo il pensiero cessa di essere apologetico, la realtà non è più giustificata a partire da una norma ideale, ma è questa stessa norma che scaturisce dalla concretezza delle cose. “Comunismo”, d’altronde, altro non è che “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”.

Spesso il termine è utilizzato ancor oggi in questa accezione, tuttavia, col tempo, si sono andati sviluppando ulteriori significati del nostro termine. Lungi dal cancellare quelli precedenti, questi si sono depositati su quelli, rendendo talvolta non facile capire in che modo qualcuno, parlando di “ideologia”, intenda esprimersi. Nel corso del Novecento, infatti, il termine è andando perdendo i connotati negativi che aveva assunto nel pensiero marxiano, per diventare quasi un sinonimo di “visione del mondo”. Avere un’ideologia significa allora possedere una visione della realtà nel suo insieme, di natura specificamente politica. In questo senso sono ideologie il fascismo, il liberalismo e lo stesso comunismo, che nel quadro teorico marxiano mai si sarebbe potuto etichettare in questo modo.

Ecco allora che si parla, rispetto alle guerre del Novecento, di “guerre ideologiche”, di conflitti legati a opposti e precisi modi di intendere il mondo e la vita di chi chi lo abita. A questo tipo di riferimenti del termine, tipici anche del parlare più comune e quotidiano, si lega un nuovo significato negativo del termine. Quest’uso è in parte legato alla terminologia marxista e in parte all’aspetto “fideistico” che Vilfredo Pareto riteneva tipico delle ideologie. “Ideologia” indica così un apparato di idee astratto, lontano dalla vita quotidiana e reale delle persone. E al contempo indica qualcosa in cui si ha fede, come se si trattasse di una religione, e che esula dallo spazio della pubblica discussione. Questo tipo di critica è stata fatta propria, benché in forme in parte differenti e certamente più raffinate, da alcuni autori di stampo liberale, con i quali hanno polemizzato numerosi intellettuali più legati al mondo della sinistra.

E’ molto difficile ripercorrere gli estremi di questo recente dibattito: è indubbio, a mio avviso, che le stesse accuse al concetto di ideologia muovano a loro volta da presupposti ideologici. Ma è vero al contempo che non si può oggi, dopo le vicende storiche che hanno contraddistinto il XX secolo, riproporre un modo di concettualizzare la sfera politica che sembra avere dei difetti innegabili. Così, ad esempio, mi sembra doveroso riconoscere come spesso ci sia un fondo “fideistico” nelle ideologie. E’ questo indubbiamente un atteggiamento dannoso, che rischia spesso di rendere impossibile un serio ed autentico confronto fra persone di idee differenti.

Insomma, la mia impressione è che il termine possieda oltre ad un’ambiguità prettamente semantica, una più profonda problematicità rispetto ai contenuti di cui si fa carico. C’è un’ambivalenza fra elementi positivi e negativi, che solo con difficoltà riusciamo a dividere e separare. Professiamo la necessità di un’ideologia ma al contempo non possiamo non scorgerne i tratti critici e problematici, cerchiamo di disfarcene e ne sentiamo immediatamente il bisogno. E’ un’ambiguità, in fondo, che la storia del termine in questo caso ben restituisce.

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One thought on “Una parola, mille significati

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