Home

Una serata inaspettata, così definirei la fine del mio lunedì scorso. Al telefono, un’amica mi dice che in Corso Garibaldi, a Milano, si terrà un incontro tra Massimo Cacciari, noto docente di filosofia, nonché esponente del centrosinistra italiano, e Paolo Sorrentino. Il secondo ospite è ovviamente un errore, mi stupisce che la notizia non fosse poi così nota. Infatti, se La Grande Bellezza compare nel titolo della conferenza, a rappresentare il film italiano e vincitore dell’Oscar non sta il suo regista, bensì l’altro suo sceneggiatore, Umberto Contarello (immagine di copertina). Poco male, ho scoperto. La verve non gli manca.

La domanda di partenza è stata: esiste una bellezza di Milano? Contarello ha messo giù, in una chiacchierata eclettica e poetante, i nessi che Milano stringe con un importante ideale estetico della storia dell’arte: la modernità. Un ideale di cui essa si fa carico a livello nazionale, tant’è che l’Italia si sente moderna solo se Milano è moderna. Ciò che è moderno, inoltre, diventa modello per le città minori. Si citano frammenti di Milano in molti centri della pianura, anfratti costruiti a immagine e somiglianza del simbolo della modernità sul suolo nazionale. E così via. Milano città viva, Milano nascosta, Milano città dei prosatorisi è generosi nell’attribuire proprietà estetiche e poetiche alla grigia cittadella del Settentrione, al crocevia d’acqua della pianura. Milano è una città con un’identità propria, ben salda, sepolta sotto svariati livelli di modernità, che, nel tempo, hanno cercato di stare al passo con i tempi, stratificandone l’assetto urbano e sfuggendo all’immagine storico da cartolina o alla città-museo all’italiana.

bigmilano

Cacciari, allora, butta giù di controcanto la propria idea di modernità: il nuovo che è già vecchio, così la chiama. Inseguire ciò che l’estetica collettiva ha assunto come novità e proporlo nell’assetto urbano, proprio mentre ci si sta prodigando per metterlo da parte e passare allo step successivo: questa è modernità. La modernità è il nuovo assimilato, ovvero, ciò che nuovo più non è. Milano non può, non deve arrendersi a incarnare soltanto questo ideale che le è stato affibbiato dall’immaginario comune. Se Milano vuole ritrovare una propria bellezza, secondo Cacciari, di quel nuovo già vecchio deve osservare con molta più attenzione il nuovo. Cosa vuol dire ciò?

Quel che ha fatto intendere Cacciari è che Milano debba rimanere un centro attivo di idee, infischiandosene di quei passi di modernità che si è persa per strada. L’immagine del crocevia suggerisce bene la natura di incontri che Milano può rappresentare. Scambi, opinioni, sperimentazioni, estetiche e culturali … insomma, chi più ne ha, più ne metta. Trasformare Milano in una città laboratorio non è uno scherzo, è qualcosa che bisogna volere, non da impartire aprioristicamente da parte dell’istituzione. Essa, al più, può soltanto assecondare questo agognato dinamismo operativo. Se Milano fallisce qui, Milano muore. Insomma, un finale tragico per una città che ama nascondersi e ingrigirsi pensando al futuro; la tragedia dell’inettitudine, quella tragedia che si può permettere, alla fine, di strappare alla propria vittima un sorriso amaro.

aa1156amilano assediata

E mentre il coro del pubblico si lamenta di un destino così tracciato (dicendo che è colpa del non saper lasciare spazio ai giovani, e di chissà quali altri buonismi a cui nessuno sa dar voce nelle azioni), la sentenza dell’ex-sindaco di Venezia è tutt’altro che paternalistica: i giovani si devono arrangiare, non devono pensare di trovarsi la pappa già pronta, il loro spazio se lo devono conquistare, forse a caro prezzo. C’è da essere grati di tanta schiettezza, pensiamo io e un altro mio amico lì presente. Forse è la volta buona che si parta con il fare qualcosa, tra le tante distrazioni che una città stratificata, frammentaria, dispersiva e prosaica come Milano oggigiorno offre.

In questa chiacchierata quasi informale, tuttavia, tra i macigni del calcestruzzo e del cemento, rimane ancora spazio per l’immaginario leggero di Contarello che, con il suo sguardo da padovano e dichiaratamente “provinciale”, si diverte a infilare il suo modo di intendere la modernità. Non una modernità fine a sé stessa, fatta perché bisogna essere moderni per principio; bensì, una modernità che, dall’ipnotico fascino di un semaforo, sa trarre lo sguardo di una ragazza i cui occhi cambiano colore a ogni battito di ciglia.

P.S. Alla fine di questo excursus milanese, non può mancare l’elenco degli itinerari finora tracciati in questo blog da balnaszorp e i tre begli articoli sull’urbanistica di Ziggy:

Annunci

One thought on “Poesia di una Milano prosaica

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...