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Era il lontano 1989 quando i Queen pubblicavano il loro tredicesimo album in studio, “The Miracle”. Tra i tanti brani di successo inseriti in questo lavoro, la quinta traccia è “The Invisible Man”, di cui vi propongo il bel videoclip qui sotto (tenendo anche presente che proprio questo brano avrebbe dovuto dare, in origine, il titolo all’album).

Siamo in una fase molto delicata della storia della band, nonostante lo straordinario (e meritato) successo: Freddie (che nel videoclip pare in ottima forma) ha da poco scoperto di essere malato di HIV ed è un bel po’ che i Queen non si mostrano al grande pubblico. “Gli uomini invisibili” lavorano appartati al loro nuovo disco, che diventerà poi “Il Miracolo”, sia di successi che di vendite. Ma non scrivo per raccontarvi o invitarvi a riflettere sulla grande storia dei Queen (sì è vero, forse ce ne sarebbe bisogno, ma non è questo il luogo). Il brano della band inglese serve solo da spunto per riflettere sul tema dell’uomo invisibile, che tanto ha dato da pensare a scrittori (H.G. Wells su tutti), registi, sceneggiatori, fumettisti e chi più ne ha più ne metta.

In sostanza la storia (almeno quella che ci racconta Wells) è questa: un tipo con un quoziente intellettivo decisamente sopra la media inventa un siero in grado di renderlo invisibile. Forte no? Potrebbe essere utile per ogni evenienza: incredibili scherzi ai vostri amici, numeri di magia degni di far invidia al miglior illusionista, un bel furtarello in una banca… Ci si potrebbe davvero sbizzarrire con le applicazioni di questa invenzione, tenendo ben presente però anche i possibili effetti collaterali (ah sì, dimenticavo di dirvi che in genere l’inventore impazzisce o diventa malvagio a seguito dell’utilizzo del siero. Sono cose che capitano, facciamocene una ragione). Ma abbiamo davvero bisogno di un fantomatico siero per diventare invisibili? Io credo di no.

Certo, l’invisibilità in senso “stretto”, intesa come lo sparire dalla sfera del visibile mantenendo la possibilità di vedere il mondo che ci circonda, è una possibilità raggiungibile solo dalla fantascienza o da un avanzato studio fisico (qui si dice che il “tessuto invisibile” è già realtà). Ma si può diventare invisibili essendo, in realtà, ben visibili. Mi perdonerete per il gioco di parole che provo a spiegarvi con un esempio. Due persone che si sono frequentate per molto tempo e che hanno condiviso molti momenti insieme, ma che poi hanno magari avuto un qualche diverbio e hanno preso strade diverse, si incrociano per strada: uno abbassa lo sguardo, l’altro guarda distrattamente il suo cellulare. Sono stati amici, si sono visti distrattamente da lontano, potevano salutarsi, ma l’indifferenza ha avuto la meglio. “Perché dovrei salutarlo? Che sia lui a farlo per prima, è colpa sua se non ci parliamo più”, avranno pensato. Invisibili, l’uno per l’altro.

Un semplice esempio di una situazione che credo sia una nostra esperienza quotidiana: quante cose facciamo finta di non vedere? Per convenienza, perché ci danno fastidio, perché non le sopportiamo proprio, perché ci dovrebbero far pensare ma non abbiamo né tempo, né voglia… I motivi si moltiplicano a dismisura, ma se dovessi proporre una radice comune, forse direi che è proprio l’indifferenza. Vediamo cose che preferiremmo non vedere, allora “facciamo come se” non ci fossero e le rendiamo “invisibili”. Ci passiamo di fianco scansandole, le notiamo ma solo per evitarle, in un continuo gioco di “vedo e non vedo”.

Forse è anche giusto pensare così in alcuni casi, “in fondo non posso mica preoccuparmi di tutti i problemi di questo mondo”. Già, ma fare tutto questo processo con un’altra persona, renderla (o rendersi) “invisibile”, può essere davvero preoccupante (e qui mi sovvengono le splendide riflessioni proposte qualche tempo fa da Canio P in un suo articolo). In un mondo che ci porta a far diventare gli altri sempre più “trasparenti”, non rischiamo di diventare tutti quanti “invisibili”?

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