Home

la_quota_rosa

In quanto donna e in quanto appassionata di politica, non potevo esimermi dal darvi il mio modestissimo parere riguardo al tema delle quote rosa (contenti, eh?).

Il “casus belli” è scoppiato il 10 Marzo quando alla camera sono stati respinti tre emendamenti alla nuova legge elettorale, che prevedevano, rispettivamente, l’alternanza di genere nelle liste bloccate, dunque perfetta parità di genere,  la parità solo per i capolista ed infine la presenza del quaranta percento di donne, anche in questo caso, solo per i capolista,  quest’ultima considerata la misura più “soft”.

Non è servito neppure il fronte comune femminile che ha visto schierata la quasi totalità delle deputate, a destra e a manca, a favore della legge: indossando una camicia bianca, infatti, hanno espresso la ferma volontà di votare a favore della piena parità di genere (Santanchè a parte, la quale si è presentata con una giacchetta rosa shocking. Ma quest’anno non è mica di moda il verde?).

A conti fatti, dunque, l’Italia rimarrà ancora per molto sprovvista di una legge sulle quote rosa.

Matteo Renzi, comunque, pur avendo lasciato libertà di voto agli emendamenti, si è già affrettato a garantire che nel suo partito verrà seguito il criterio paritario, ovvero una perfetta alternanza di genere.

Quello delle quote rose non è mai stato un argomento di facile interpretazione né di immediato giudizio e sono molte le posizioni contrastanti non solo all’interno dei partiti, ma anche tra le donne stesse, non sempre convinte che tali provvedimenti possano garantire un’uguaglianza de facto.

Rendendo obbligatoria una percentuale piuttosto alta di presenza femminile, le quote rosa hanno senza dubbio il merito di abituarci all’idea che anche le donne possano ricoprire ruoli che nell’immaginario tradizionale sono sempre appartenuti a uomini, ovvero deputato, senatore, ministro.  Non a caso, infatti, fatichiamo ancora a coniugare queste cariche al femminile: Presidente o Presidentessa Boldrini?

I sostenitori delle quote rosa, inoltre, affermano che esse non solo favoriscono l’inserimento femminile, ma siano indispensabili per tradurre in sede parlamentare  l’alternanza di genere presente nel nostro paese, un’Italia metà rosa e metà azzurra a cui deve corrispondere un Parlamento colorato allo stesso modo.

Le quote rosa, in ultima analisi, consentirebbero alle donne di meglio occuparsi di istanze  prettamente “femminili” , di cui, spesso, il sesso maschile non comprende l’importanza: leggi sulla violenza femminile, sull’aborto, sul congedo materno, alcuni esempi.

Tuttavia,  quello delle quote rosa sarebbe  la punta di una piramide priva di basi solide, che a mio parere, difficilmente potrà risolvere il vero problema: una società tradizionalmente maschilista.

Ardua sfida, infatti, quella di risolvere la disparità di genere partendo dall’alto, dalla rappresentanza parlamentare, quando non esistono norme adeguate a tutelare le donne in ogni ambito della vita, da quello lavorativo  a quello sanitario, passando per quello materno.

Abbastanza controcorrente, non riesco a fare a meno di pensare a questo tema  come un vero e proprio palliativo che altro non farebbe se non creare una spaccatura tra un parlamento metà femminile e un paese reale in cui le donne sono discriminate nella quasi totalità degli ambiti: la politica diverrebbe una vetrina per vantarsi di una parità che tuttavia non trova riscontro nella realtà quotidiana di noi donne.

Un esempio in questo senso, viene dai paesi scandinavi dove la presenza di donne nella politica è la più alta in Europa (42-45%) e, a sorpresa, non è favorita dalla presenza di quote rose. I paesi del Nord Europa, si sa, sono quelli in cui la parità tra uomo e donna è reale grazie a  politiche efficienti che hanno costruito solide basi, dall’alta presenza di asili nido e asili, al congedo paterno, all’assenza di discriminazioni nel mondo del lavoro. Ed è stato esattamente questo che ha favorito la più naturale ascesa delle donne in campo politico.

Per quanto riguarda la questione delle “istanze rosa”, è certo che nessuno più delle donne conosca i problemi che riguarda loro personalmente e, tuttavia, non riuscirei a votare una donna solo ed esclusivamente in quanto donna.

Sono sempre più convinta che si debbano votare sempre e solo le idee, che siano pensate da un uomo o da una donna, sinceramente, poco  importa.

Che dire, poi, delle istanze che provengono da altre identità collettive, quali immigrati e omosessuali? Molti potrebbero, infatti, ritenere che anche queste che impropriamente vengono definite “categorie” debbano avere delle quote riservate in ambito politico. Ma chi e come potrebbe decidere quanta rappresentanza assegnare ad ognuna di queste? Quali istanze accogliere e quali no?

In conclusione, per quanto le quote rosa possano favorire il sesso femminile in politica, ritengo che il bisogno di tali meccanismi sia, in realtà, il sintomo di una società in cui persiste la discriminazione di genere: il tentativo di imporre quella che dovrebbe essere la “normalità”, semplicemente non è normale.  In un paese in cui esiste una reale eguaglianza donna-uomo, una sana alternanza di genere potrebbe voler significare una legislatura composta dal trenta percento di donne così come una legislatura “rosa” per il settanta percento.

Ma forse, questa mia posizione, sarà, ancora per molto, pura fantapolitica.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...