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La Storia ha protagonisti? Certamente ha molti personaggi. Sono però loro ad agire liberamente all’interno di quelle strutture economiche e sociali che sembrano dettare legge nella scansione degli eventi? Oppure sono altre le forze in gioco a cui le azioni umane si adeguano, quasi queste ultime fossero lo strato meramente decorativo di un processo che non potrà essere altrimenti che quello dettato da cause ben maggiori?

Rispetto a una Storia concepita in maniera mitica e ideologica, in cui gli eroi e le nemesi sono una componente fondamentale per trasmettere i valori di lotta, difesa e salvaguardia del bene comune, la scienza storica può subire la tentazione, nel voler stilare una panoramica in “terza persona” degli eventi, di cancellare anche le “prime persone” che, quegli eventi, li hanno vissuti. Ciò può condurre all’annichilimento del ruolo degli individui e delle loro scelte all’interno della determinazione del futuro collettivo. A dare ragione senza riserve a quest’ultima prospettiva, verrebbe a cadere uno dei generi letterari più tipici della storiografia: la biografia.

Sul ruolo della biografia all’interno della storiografia contemporanea si interrogò anche il da poco scomparso storico francese Jacques Le Goff che, non a caso, pubblicò nel 1996 un’opera sulla vita di uno dei più importanti re di Francia, Luigi IX detto il Santo. L’interrogativo che Le Goff si pone nell’introduzione di questo libro (San Luigi, edito in Italia da Einaudi) è come fare a tenere insieme l’esigenza dello storico di preservare uno sguardo “globalizzante” sui fenomeni e, dall’altra parte, di rivendicare la possibilità di avere come proprio oggetto di studio la vita di un personaggio in particolare.

La prima analisi che Le Goff dunque compie è: quale genere di oggetto storico è la vita di un uomo, svoltasi anni e anni prima di noi, una vita che ci è consegnata non dalla nostra diretta testimonianza, bensì da una serie di fonti parziali, talvolta tra loro contraddittorie, che spesso portano con sé anche un giudizio soggettivo su di essa?  Un giudizio, tra l’altro, naturalmente privo del senno di poi sul lungo termine che gli darebbe il dovuto fondamento. Ciononostante, proprio questi giudizi sono considerati da Le Goff parte integrante di quella vita che ci è consegnata, tanto che, nel San Luigi, egli divide in due parti l’opera biografica. Una prima, più breve, dove sono analizzate le effettiva gesta di Luigi IX in un doveroso resoconto di cosa il re di Francia fece: nella seconda, decisamente più corposa, è invece descritto come questa vita sia connessa alle sue molteplici rappresentazioni e ideologizzazioni, a seconda delle necessità e delle fonti, di come il personaggio storico ‘Luigi il Santo’ abbia poi effettivamente agito come “causa teorica” sull’immaginario comune. Oltre a ciò, lo studio del contesto è usato da Le Goff per ricostruire su base storica, al disotto del personaggio, la persona che effettivamente compì quelle azioni. Questa attenzione per la stratificazione di tale particolare oggetto è uno dei tanti aspetti che fanno di Le Goff il grande storico che è oggi considerato.

La domanda che ci si pone però ora diventa un’altra: se sia le rappresentazioni ideologizzate di Luigi IX, che il ritratto riportatoci da Le Goff sono delle immagini mentali costruite su una serie di eventi ben inseriti in un contesto causale, cosa rende più “reale” il resoconto dello storico francese rispetto alle precedenti figurazioni? Non sarebbe dunque più corretto attenersi a una mera cronaca degli eventi, considerando qualunque giudizio e qualunque ricostruzione come un surplus contaminato da uno sguardo “in prima persona” sulla Storia?

È chiaro che le differenze tra queste due rappresentazioni ci sono eccome: la biografia di Le Goff infatti è uno studio che si fonda sul confronto tra testimonianze, anche quelle visibilmente manipolate nel medioevo francese per fini agiografici, e tiene conto delle proprie affermazioni sulla base di richiami esterni alla propria narrazione. Se poi ci fosse chi accusasse l’operazione dicendo che si tratta di una semplice “metanarrazione”, una “narrazione di narrazioni”, la risposta più adeguata sarebbe ricordare che la Storia, in ultima istanza, va comunque narrata e che, allo stesso tempo, è un racconto che non trova il proprio fondamento in un atteggiamento finzionale. La biografia è vero che, come sottolinea Le Goff, è un genere storiografico che si avvicina tantissimo all’arte del romanziere; tuttavia, a differenza di quest’ultima, essa non dipende soltanto “dallo stile, dalla scrittura dello storico”. C’è un rapporto con le fonti, una contestazione sempre mirata, e non è certo compiuta da una non-persona, senza interessi e senza presupposti, anzi! Ciò sembra restituirci quel particolare oggetto storico che è la vita di una persona in maniera più completa ed esauriente rispetto a una semplice cronaca dei fatti.

Le Goff, partendo dallo sguardo dello storico, ritiene dunque sensato il tentativo di ricostruire, tramite i mezzi della propria scienza, lo sguardo di quelle persone che prima di noi sono entrate in contatto con quel sistema di cause complesse che è la Storia e che, al suo interno, hanno pensato, espresso idee, preso decisioni e compiuto atti secondo motivi, nella convinzione o meno di poter determinare con le proprie azioni il corso degli eventi.


Testo di riferimento: Jacques Le Goff, San Luigi, Einaudi, Torino, 2007, Introduzione (pp. XV-XXVI)

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2 thoughts on “Gli occhi della Storia

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