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Per un ragazzo cresciuto nella campagna biellese l’impatto con Milano non è semplice. Dall’imponente Stazione Centrale al maestoso Duomo, con le sue affusolate guglie puntate verso il cielo, ci si ritrova circondati da un mondo nuovo, enorme e sconcertante. Il traffico che marcia su infiniti viali e le migliaia di occhi della folla indifferente ti circondano e ti vorticano attorno in un disorientante caleidoscopio di ombre e suoni, di schiamazzi e luci, incorniciati ad arte dagli immensi profili dei grattacieli.

Milano

Tutt’altra storia rispetto alla pacifica Biella. Situata ai piedi delle alpi, ad una ventina chilometri dalla Val d’Aosta, conta poco più di 40.000 abitanti e un centro urbano relativamente ridotto. Appena fuori città ci si rituffa nella Pianura Padana, dove un grazioso paesaggio rurale punteggiato da piccoli borghi si stende su uno sfondo di magnifiche montagne. Qui la vita scorre più lentamente, i frastuoni delle auto si perdono nell’aria dei campi, e gli unici enormi palazzi che attirano lo sguardo sono coperti di neve e costruiti di dura roccia, su progetto di un architetto antico e d’eccezione. Al Pirellone si sostituisce il monte Camino, alla Velasca il monte Mars; alla Torre Unicredit il Mucrone (foto sotto); allo sconcerto si sostituisce il sublime.

Biella

“Ma ora basta con le romanticherie! La grand Milan potrà stupire un paesanotto – direte voi –, e che le montagne siano belle, lo sappiamo tutti bene”. Certamente avete ragione. Il trauma del passaggio dalla campagna alla città può scioccare un animo giovane, così come la sublimità delle montagne può toccarci solo se ci sentiamo piccoli e insignificanti quando siamo sottoposti ai loro occhi innevati a chilometri sulle nostre teste. Ebbene – non temete, sono quasi al punto –, allontanandoci un poco dal nord Italia possiamo trovare qualcosa che, a mio avviso, lascerà sgomento anche il più navigato uomo di mondo: l’infinito abisso dello spazio intorno a noi.

Per capire meglio a cosa mi riferisco, vi rimando a questo bellissimo sito: If the Moon Were Only 1 Pixel – A tediously accurate map of the solar system.
La mappa, realizzata dal grafico statunitense Josh Worth, mostra le reali distanze tra i corpi celesti del nostro sistema solare. Se le avete dato un’occhiata sommaria vi prego di ritornarci. Prendetevi del tempo (perché di tempo ce ne vuole) per osservarla e scorrerla attentamente; ne rimarrete sicuramente impressionati. Per la stragrande durata del “viaggio” ci troviamo di fronte a nere distese di nulla cosmico, intervallate – fortunatamente – dagli ironici e spiritosi commenti dell’autore. Ogni tanto – davvero tanto – appaiono dei piccoli pallini colorati che rappresentano pianeti e satelliti, dei quali riusciamo a cogliere finalmente e intuitivamente le vere distanze e dimensioni. Nel nostro percorso scolastico, in effetti, ci è stato insegnato che la massa del Sole è pari a circa 300.000 masse terrestri e che il nostro pianeta dista dalla sua stella 150 milioni di chilometri; e da buoni studenti abbiamo incassato la notizia senza particolari problemi. Certo, forse eravamo rimasti un po’ sbalorditi dagli enormi numeri che ci erano stati presentati, ma essi erano così inconcepibilmente grandi da non renderci realmente chiaro ciò a cui stavamo assistendo. Il merito della mappa di Worth è proprio questo: ci mostra in maniera semplice e intuitiva (forse un po’ noiosa, ma è inevitabile) quanto siamo infinitamente piccoli rispetto a ciò che ci circonda.

Ora, come affrontare questa verità?
Certamente non tutti sarebbero propensi ad accettarla. I web designer tolemaici vorrebbero ridurre a un pixel anche il Sole; mentre un contemporaneo Bellarmino denuncerebbe una connessione internet inadeguata a visualizzare l’animazione di Worth. Scherzi a parte, parecchie delle soluzioni alla questione sono venute dalla filosofia. Alcune più o meno fantasiose teorie metafisiche come la teleologia, lo stoicismo e la scolastica – per citarne solo alcune – hanno cercato di risolvere il problema muovendo in direzione antropocentrica: “Saremo pur piccoli, ma questo grande universo è stato creato per noi”, era il loro motto. Ovviamente simili visioni del mondo erano ben accette dall’ortodossia religiosa allora – e, in parte, ancora oggi – dominante, poiché se la ragione non sapeva darsi autonomamente una risposta la si cercava in qualcosa che razionale (dove con “razionale” si intende “razionalmente indagabile, verificabile”) non è: un telos, un logos o, più semplicemente, Dio; insomma, un “tappabuchi universale”. Ed ecco che il problema è magicamente risolto, ma non per tutti purtroppo. Chi vuol credere alla risposta ben venga, tutti gli altri restino nella loro cecità (o, nel peggiore dei casi, finiscano tra le fiamme).

Creazione

Vie alternative?
La prima e la più radicale è il nichilismo. Esso recita: “Siamo piccoli e insignificanti pezzi di materia che cercano invano di dare un senso alla loro effimera esistenza. Ma non esiste senso, non esiste verità e non esistono regole; tanto vale vivere come più ci piace fintantoché ci è possibile”. Personalmente ritengo questa posizione estremamente stupida, in misura infinitamente maggiore di qualunque visione antropocentrica. Per quali motivi? Perché nega il valore intrinseco della vita, la quale – sensata o meno – è tutto ciò che ci appartiene e massimamente ci sta a cuore; nega una qualunque condotta morale al di fuori dell’individuale ed animalesco desiderio; nega la possibilità e la sensatezza di una conoscenza rigorosa del reale; nega, in sostanza, il valore dell’uomo.

Proprio dall’uomo, da questo tutt’altro che insignificante animale razionale – razional-emozionale, per non irritare i romantici (tra cui il sottoscritto, s’intenda) – deve sorgere una seconda via. Essa è la più semplice e allo stesso tempo la più sensata possibile. Chiamiamola “antropica”, “trascendentale”, o come meglio preferite; l’importante è intendersi su cosa implichi: essa riconosce – inevitabilmente – la piccolezza e i limiti dell’uomo, ma entro questi limiti gli attribuisce il dovuto valore. In fondo, questo vasto branco di animali confinati su un ammasso di roccia che chiamiamo “umanità” sarà pur incapace di scoprire com’è nato l’universo, ma ne ha individuato alcune leggi generalissime; sarà pur un fortuito “scherzo” della creazione, ma è riuscito a plasmare a suo piacimento un mondo; sarà pur dotato di facoltà infime rispetto alla mole del conoscibile, ma attraverso millenni di storia ha saputo sfruttarle magnificamente: ha dato vita alla filosofia, alla scienza, all’arte, alla poesia, alla musica; a tutto ciò che rende la nostra vita qualcosa di più di una semplice attesa della morte. Sinceramente, chi di noi sarebbe veramente disposto a negare la bellezza del Don Giovanni di Mozart, la genialità dell’opera di Immanuel Kant o l’importanza di un abbraccio delle persone a noi care perché messo di fronte alla vacua immensità del cosmo intorno a noi? Credo che nessuno lo farebbe. Di più, credo che non abbia assolutamente alcun senso farlo. Che ci piaccia o meno dobbiamo riconoscere i nostri limiti, ma se non vogliamo stupidamente ricadere nel nichilismo dobbiamo riconoscere anche ciò che entro questi limiti è importante per noi; ciò che entro questi limiti abbiamo fatto e possiamo fare. Le nostre indagini muoveranno e resteranno entro l’esperienza possibile, e non la travalicheranno con fantasiose speculazioni giusto per rispondere alle nostre più sfrenate paure o curiosità. La nostra condotta cercherà di garantire nella misura più ampia possibile la felicità per noi stessi come per gli altri, nella piena consapevolezza che le norme etiche alle quali ci atteniamo sorgono esclusivamente da noi – e, mi rivolgo ai nichilisti, questo in nessun modo toglie loro valore . Per racchiudere in una massima questo atteggiamento: “Non saremo il vertice della creazione, saremo pur piccoli e limitati; ma entro questi limiti cerchiamo di costruire il migliore dei mondi possibili”. Credo che ciò sia quanto di più sensato e appagante possiamo fare. Dunque passiamocela bene questa breve vita su questo minuscolo pianeta; spassiamocela di tanto in tanto. Siamo in punta di piedi sull’abisso, e finché possibile cerchiamo di non cadere.

Matteo De Toffoli

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