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Chi mi conosce, probabilmente lo odia.

Chiaramente non per il fatto di averlo ascoltato e giudicato, ma per il fatto di avermi sentito nominare il suo nome centinaia e centinaia di volte, Alessandro Mannarino (“come, Mandarino?” “No, MANNARINO!”), appunto.

Cantautore romano, si esibisce sin dagli anni 2000, diventando famoso (più o meno) grazie all’album “ Il Bar della Rabbia” nel 2009, a cui è seguito “Supersantos” nel 2011.

Mannarino è uno di quei pochi capace di raccontare i drammi dell’uomo di ogni tempo, dall’amore, alla religione, alla ricerca di un senso, alla politica, passando attraverso i più svariati sentimenti: ironia, tristezza, allegria ubriaca, rabbia.

Attraverso la sua musica e le sue parole, plasma un vero e proprio universo di protagonisti  reali o fantastici, sinceri o andati a male, alle volte strampalati e bizzarri, in grado di raccontare i drammi e le gioie umane. Dal pagliaccio, attento critico del capitale umano che lo circonda (“il Pagliaccio”), all’uomo sedotto e abbandonato de “L’amore Nero” che pagherà “100 giorni di aceto per una notte di vino”, alla esuberante “Mary Lou”, che fugge in città per non essere sottomessa al padre e di cui tutti si innamorano, al vescovo, colpevole di farci vivere da morti per “poi resuscità”  (“Serenata Lacrimosa”), alla politica, che accumula solo ricchezza e potere dell’ “onorevole”,a noi, italiani intrappolati nella logica del denaro in “Sveglia Italiani”.

Il contorno non può che essere il folk vivo di violini, fisarmoniche, chitarre, trombe, ritmi gitani e zingareschi, ma anche valzer dissonanti e tarantelle, ballate e rumbe, quanto di più primitivo e viscerale possiate conoscere.

Pare una passeggiata in uno spaccato di mondo periferico, quella di Mannarino: notte, baracche, chitarre scordate e poi ubriachi, mignotte, vagabondi, botte, vino, pianti, zingari e poi LUI, attento osservatore, acuto cantastorie.

 

 

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