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La frase è di Nanni Moretti, Palombella Rossa, citatissima nei contesti più disparati e cara agli amanti del rigore linguistico e ai nevrotici della semantica. Questa attenzione deve però stare attenta, a mio parere, a non trasformarsi nel culto della parola, quasi che il linguaggio fosse il solo custode di un senso profondo delle cose stesse, ove, intaccando anche una sola delle sue forme, si comprometterebbe fatalmente il contenuto di ciò che si vuole dire. Già solo che nel nostro immaginario ci sia spazio per elementi come le formule magiche, o le maledizioni, fa capire quanto potere si attribuisca a questo piccolo e articolato fiato d’aria. D’altronde, sullo statuto del linguaggio si è riflettuto filosoficamente sin dall’epoca dei sofisti, per passare dai nominalisti e dalla Scolastica, giungendo fino all’attuale filone ermeneutico. In che maniera però si può pretendere di trovare un “senso intrinseco e profondo” radicato nelle parole stesse? Una via che voglio proporre qui e provare a confutare è la seguente.

Spesso capita di imbattersi, tra le tante parole del nostro linguaggio, in una serie di connessioni dovute alla struttura delle parole in quanto legate a origini comuni. Ecco dunque comparire, come possibile argomento a sostegno di una teoria e con scopo rivelatore, numerosi termini composti tramite l’uso di artefatti trattini; si formano dunque nuovi e strani usi di lemmi a noi invece già ben noti. Basti pensare al Dasein heideggeriano, l’Esserci, di cui spesso si sottolinea il Ci, per avere un’idea di quale sia la pratica di cui parlo. Questo uso del linguaggio purtroppo non si limita a intenti poetici, ma si muove soprattutto sul piano teorico e concettuale, quasi a ritenere inscindibile il legame tra concetto, significato e linguaggio. A partire da questa identificazione, si pretende di svelare un presunto “vero senso” della parola e, dunque, di stringere tra le mani l’unica forma autentica di quello che, alla fine, è molto più presumibilmente un semplice prodotto culturale, alquanto contingente nella sua struttura, un po’ meno nella sua funzione.

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Ma procediamo con ordine. Partiamo da una suggestiva sequenza di parole del vocabolario italiano, tra loro connesse da una comune origine: il verbo latino spectare, che è etimologia di molte altre parole.

  • Spectare – versione latina del nostro verbo “osservare”.
  • Spettatore – colui che che osserva.
  • Specchio – oggetto che, riflettendo, fa vedere.
  • Aspetto – ciò che si mostra, ciò che è visto.
  • Rispettare – guardare indietro, mantenere, preservare, custodire.
  • Aspettare – stare ad osservare. [*]

Ora: vedere che la parola rispetto può avere connessioni etimologiche con la parola specchio può portarci a creare portentose immagini concettuali nelle quali noi conferiamo senso all’altro nella dimensione in cui rispecchia la nostra stessa interiorità, o cose simili. Sono concetti che potrebbero sembrarci anche veri, evidenti, e qui non vorrei criticare troppo il concetto in sé, quanto più l’eterodossia con la quale si sostiene di poterlo affermare come ragionevolmente vero.

Anche stabilire una pindarica connessione tra l’aspettare e il rispetto (magari dicendo che il rispetto è anche aspettare l’altro, perché no?, suona così bene) non basterebbe certo a dimostrare qualcosa, a chiarirci le idee per come esse si strutturano nel nostro pensiero e quali nessi concettuali intercorrono tra loro. Le due parole sono sì legate tra loro da un nesso etimologico, tra l’altro molto vago, ma non per questo da uno concettuale: non unico e definitivo, perlomeno. Pretendere quest’ultimo in virtù del primo sarebbe inoltre una fallacia logica non da poco.

Infatti, tornando al primo di questi due esempi, il nesso etimologico tra rispetto e specchio può essere riscontrato soltanto in alcuni sistemi linguistici precisi, causalmente determinati. Meglio detto: respect e mirror sono ben lontani da avere nessi etimologici tra loro, se non quello legato alla traduzione di mirror, che ci ricondurrebbe alla parola specchio e allo spectare che sta ancora dietro al termine respect. Si potrebbe anche ricondurre mirror al latino mirare, guardare a, ma a questo punto si dovrebbe passare per quella proprietà verbale che è l’essere sinonimi. Quanto però questa sarebbe diversa dal tradurre? Si salterebbe così attraverso una varietà infinita di nessi semantici troppo variegata perché il metodo possa assumere una certa solidità.

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Ciò anche perché un nesso semantico come quello della traduzione tenderebbe a “tradire” quella che sarebbe l’ipotetica verità contenuta nella parola mirror. Mirror e specchio indicherebbero il medesimo oggetto. Nella “verità delle parole”, però, staremmo dicendo due cose completamente diverse, due svelamenti differenti della cosa, tant’è che un pensatore come Heidegger riservò ampio spazio e cura alla pratica traduttiva, rendendola quasi una misterica alchimia alla quale, per molte parole, preferì rinunciare (esempio più rilevante,  ἀλήθεια, l’aletheia di greca memoria).

Il risultato di questa concezione è che, se dovessimo muoverci dando priorità ai nessi etimologici, la traduzione tenderebbe a venirci impossibile. È solo sulla via concettuale che possiamo dire che mirror e specchio sono usi linguistici che rimandano al medesimo significato, fondato all’interno di un’esperienza comune: la lastra lucida che riflette ciò che le sta davanti, un oggetto che si forma in stretta correlazione all’esperienza del vedere. Il piano concettuale, sul quale si vogliono muovere le affermazioni circa la presunta “verità nelle parole”, è infatti il genitore della principale confutazione della stessa. Il significante usato dal linguaggio, la parola, sembra alquanto contingente rispetto al suo significato. Essa affonda la propria sensatezza convenzionale non nel collegarsi semanticamente a una o all’altra parola, bensì nella sua funzione di indicare il medesimo oggetto, un oggetto che si dà in determinati modi e non in altri.

Poi, in quanto parte di quel prodotto culturale che è il linguaggio, anche i nessi etimologici hanno una natura concettuale radicata nell’esperienza: è vero che, per creare un termine come rispetto, nella tradizione latina si è forse dovuti passare da una concettualizzazione di questo come “un guardare con attenzione l’altro”, ma non lo si è fatto certamente allo scopo di collegarsi semanticamente a una o all’altra parola. Il rispetto etimologicamente determinato è figlio di una precisa concettualizzazione, che ne è la causa, ma non l’essenza

È dunque forse più proficuo pensare a cosa noi intendiamo per rispetto, invece che vincolarsi alla concettualizzazione alla luce della quale i creatori di questa parola coniarono il lemma a loro tempo. Insomma, questo metodo, senz’altro suggestivo, sembra tuttavia portarsi appresso una necessaria stagnazione dell’evolversi delle idee, vincolandole a dei flatus vocis, con la pretesa che questi siano inscindibili dal piano concettuale. Un piano che le parole non dovrebbero determinare, bensì esprimere.

[*] I nessi etimologici prima indicati sono riscontrabili sul vocabolario L’etimologico, di Alberto Nocentini, con la collaborazione di A. Parenti, edito da Le Monnier, 2010

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