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Belli i dadi, vero? Le loro facce colorate, i simboli e i numeri che vi sono incisi sopra, il brivido nel lanciarli chiedendosi quale numero uscirà questa volta … ebbene questo “brivido” sarà oggi lo spunto per riflettere su una chiave di lettura della riflessione offertaci dai dadi.

I dadi li usiamo comunemente senza porci troppi perché: nei giochi di società servono infatti a introdurre nella dinamica della partita un fattore di causalità, così da ridurre l’importanza delle singole attitudini dei giocatori, aprendo così a ciascuno di essi la possibilità della vittoria. È il “caso” la natura profonda del dado. Un classico d6 (il dado a sei facce) ha infatti per ciascuna faccia una possibilità su sei di essere la faccia vincente, quella che rimane rivolta verso l’alto dopo il lancio … o, perlomeno, dovrebbe essere così. Tutti hanno bene in mente l’esempio dei dadi truccati. Essi non sono dei dadi con sei facce sulle quali è disegnato in ciascuna il numero sei, bensì dei dadi “tarati” perché il risultato del lancio sia sempre, o quasi, proprio la sola faccia con inciso il numero sei. Ecco che il dado, il perfetto strumento “casuale”, può tramutarsi in una macchina di esattezza, pur soddisfacendo gli stessi principi logico-formali. Il dado truccato introduce infatti più fattori in gioco, decisamente poco formali, ma altrettanto logici: Il materiale dell’oggetto, il suolo del lancio, la distribuzione interna del peso … sono tutte condizioni aggiuntive alla sua forma cubica, che alterano il principio di possibilità che le è correlata.

19 De la Tour - Giocatori di dadi

Ecco perché si è soliti distinguere, in un calcolo di possibilità al quale il dado può essere sottoposto, tra una POSSIBILITA’ FORMALE e una POSSIBILITA’ MATERIALE del suo risultato. La prima è quella che si calcola in astratto, che serve al dado come modello da ragguagliare. Un d6 ha una forma cubica proprio perché è questa forma la condizione ideale perché si possa verificare che ogni risultato sia equivalentemente possibile ad altre cinque possibilità. Ciò su cui però operativamente si va a lavorare, affinché questo piano formale sia soddisfatto, è proprio la costruzione fisica del dado e il ripetere l’operazione del lancio un numero elevato di volte; osservando questa stringa di lanci si valuterà l’efficienza del dado in base alla frequenza dei suoi singoli risultati. Se tali frequenze saranno allineabili allo schema formale del cubo, il dado sarà un buon dado. Diversamente, tutto da rifare, esso non assolverebbe affatto il proprio mestiere. È anche per questo che, nei casinò, ogni tot tempo i dadi vanni cambiati: l’usura ne altera infatti la fedeltà al modello ideale, rendendolo inutile allo scopo. Insomma, le condizioni materiali, tanto “casuali”, non lo sono.

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E da questa simpatica immagine che si offre dunque uno spunto per discutere di quella nozione che la madre del dado: il caso. La riproduzione della casualità infatti ci spinge a chiedere cosa sia la casualità, ma, soprattutto, quale nozione di casualità si intenda riprodurre. Il caso, spesso, viene inteso in due modi: uno con la “C” maiuscola, uno un attimo più tecnico e con la “c” minuscola.

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Il Caso con la “C” maiuscola non è altro che il fantomatico Chaos greco, l’antitesi del Cosmos, il “disordine” universale che sta a fondamento di ogni tipo d’ordine, ed è un concetto che si confonde tra la mitologia e la metafisica. Esso è rappresentato nella mitologia come un abisso, un vuoto generale, qualcosa che in fondo non è nemmeno, un po’ come se fosse il campo da gioco dove l’ordine può prendere piede. Il concetto metafisico più vicino a questa nozione sembra invece essere proprio la Materia aristotelica, cioè un “qualcosa” che potenzialmente potrebbe divenire equivalentemente “qualsiasi cosa”, poiché non le è impressa alcuna Forma in atto: esso dunque è la massima possibilità, l’origine di ogni cosa in atto, di ogni “quella cosa” su cui la conoscenza va ad operare. Sembra abbastanza surreale pensare che il dado si ponga un obbiettivo tanto radicale.

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Viene dunque da pensare che il nostro piccolo cubetto colorato punti a molto meno, a un caso con la “c” minuscola. Esso infatti va a lavorare non sul piano di tutte le possibilità, ma su una serie di possibilità ben circoscritte. È un caso non a fondamento dell’ordine, ma interno a un ordine. L’ordine di partenza viene dunque stabilito aprioristicamente, e sono le nostre sei facce. Il dado non è così l’immagine di una totale anarchia o di un indistinto relativismo, ma segno di una riconduzione all’ordine di qualcosa neanche di disordinato, ma semplicemente appartenente a un ordine più complesso. Costruire un buon dado, vuol dire semplificare la struttura delle possibilità, non abbatterla o pensare a un al di fuori di essa. Il risultato di un buon dado potrà dunque essere un gioco “disordinato” secondo l’ordine stabilito dalle attitudini dei giocatori, ma non certo per una modellizzazione dei possibili risultati del dado medesimo.

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Lo studio di questi ordini ideali, di queste “modellizzazioni”, è ciò che può permettere dunque un gioco più o meno articolato casualmente. Nei giochi di ruolo, ad esempio, la simulazione di alcune casistiche richiede dadi più “complessi” del semplice d6, portando alla creazioni di creature strambe, come il d4 o il celeberrimo d20. Esistono anche dei d100, la cui forma tende a una sfera, ma che possono essere tranquillamente surrogati dal lancio di due d10, uno per le decine, l’altro per le unità.

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Questo vuol dire che i dadi perdono le proprie ambizioni cosmologiche? Beh, non proprio, se consideriamo un piccolo parallelo tra le loro forme e le forme che, nel Timeo e nel Fedone platonici, caratterizzano invece le strutture degli elementi del Cosmo secondo una prospettiva pitagorica. Concludiamo dunque con questo divertente (e alquanto casuale) elenco:

  • Tetraedro – fuoco – d4 (prima fila dall’alto)
  • Esaedro (cubo) – terra – d6 (seconda fila dall’alto)
  • Ottaedro – aria – d8 (terza fila dall’alto)
  • Icosaedro – acqua – d20 (sesta  e ultima fila)
  • Dodecaedro – universo – d12 (quinta fila dall’alto)
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