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Internet ha moltiplicato le voci, illudendoci di poter arrivare alla verità su alcuni fatti proprio perché ha dato la possibilità a tutti di dire quello che sanno. O che credono di sapere? Grazie a quest’incredibile opportunità offerta dalla rete, fino a poco tempo fa impensabile, il web si è guadagnato una parvenza di limpidezza e di trasparenza su cui è stata costruita un’immagine di fresca onestà rispetto ai media un tempo convenzionali:  tv e giornali. Non è affatto nuova la critica mossa alla televisione: quella di essere più ingannevole e di poter più facilmente plasmare mentalità e inculcare convinzioni negli spettatori grazie alla maggiore suscettibilità dell’opinione pubblica alle immagini e alla più semplice e diretta fruibilità dell’audiovisivo. D’altronde, oggi i quotidiani subiscono il declino degli antichi fasti anche perché sono ritenuti faziosi, e questo in Italia dà generalmente fastidio, soprattutto ai benpensanti in un periodo di disaffezione politica. “Di parte”, tuttavia, anche in un senso ben peggiore: spesso attraverso generalizzazioni e l’imposizione di una cappa di conformità che esclude ogni libero arbitrio del singolo giornalista, i giornali sono criticati perché pubblicherebbero solo quello che è condivisibile dal proprietario e che contribuisce a perseguire i suoi interessi.  E’ su quest’onda, che sono sorti giornali (soprattutto online, ma non solo) che per sopravvivere si autofinanziano: garantiscono indipendenza e oggettività dell’informazione e sono permeati da un’aura di imparzialità e, quindi, di verità. Questo proprio perché la proprietà implica il fatto di nascondere la “vera” informazione dietro interessi partitici o generalmente dettati da influenze di potere.

Ma di cosa ci dovremmo stupire? Non so se sia rassegnazione, o piuttosto mero realismo, il mio. Ma non è possibile indignarsi a tal punto, quando si fa del giornalismo. Ed è piuttosto ipocrita annunciarsi i “messia”, i portatori della verità, puri e incontaminati da ogni costrizione e influenza di potere, quando il mestiere in questione è quello di riportare notizie.

C’è effettivamente un nesso causale tra l’indipendenza e l’oggettività? L’indipendenza dei giornali implica l’oggettività dei giornalisti? Quanto può essere oggettiva un’informazione? E se non lo è, è per forza falsa?

Ho un’opinione piuttosto impopolare: secondo me, il giornalismo è sempre opinione. Ed è un atto di malafede quello di affermare che le proprie parole scritte siano la verità assoluta. Il giornalismo deve essere sempre opinione: la notizia-lampo dell’Ansa non è considerabile come un articolo, che per essere tale deve avere dei contenuti descrittivi e argomentativi. E dal momento che è costruito con il linguaggio, non può e non riesce ad essere oggettivo neanche se il giornalista ha le migliori intenzioni: anche in questo caso, quando scriviamo, facciamo uso, più o meno consapevolmente, di strumenti morfo-sintattici che sono dettati dalla nostra visione del mondo e dalle costruzioni sociali in cui abbiamo vissuto le nostre esperienze.

Si potrebbe obiettare che i dati, almeno quelli, sono oggettivi: le percentuali dell’Istat, ad esempio. Possiamo ammettere che le cifre lo siano (tuttavia, anche quest’aspetto è discutibile, dal momento che questi numeri  sono il risultato di indagini effettuate su campioni della popolazione, e perciò non sono verità assolute, ma al limite verità stimate). L’interpretazione che di questi dati viene fornita da chi ne scrive, però, non può che essere soggettiva, proprio per la sua natura intrinseca: può essere più o meno suffragata da evidenze, ma resta una spiegazione valida fino a prova contraria, nella migliore delle ipotesi (nel caso peggiore, si tratta di supposizioni dettate da pregiudizi o superficiali considerazioni).

Il giornalista prende posizione anche nel momento in cui decide di non prenderla: è “condannato”. Vi è un interessantissimo dibattito a questo proposito: quello tra giornalisti “istituzionali” e giornalisti “militanti” (su Internazionale n° 1027 potete leggere un confronto tra due punti di vista opposti, quello di Glenn Greenwald, “militante”, e di Bill Keller, giornalista del New York Times, sulla missione del giornalismo). In modo molto sbrigativo, accennerò i tratti distintivi delle due fazioni.  I giornalisti “istituzionali” sono quelli che scrivono per le grandi testate, per intenderci. I loro toni sono solitamente diplomatici, sembrano non prendere posizioni nette in contrasto o in difesa di un certo personaggio o di un certo tema. Sono attaccati dai “militanti” per l’attitudine ad assecondare il più forte, che in questo modo dimostrano, anche perché eviterebbero di usare lessico capace di impressionare l’opinione pubblica e di suscitare reazioni acute nei lettori (ad esempio, negli articoli del New York Times è di rado usato il termine “tortura” in associazione alle azioni governative condotte in guerra dagli Stati Uniti). Gli “istituzionali” ribattono alle critiche rivendicando che rimanere il più possibile distaccati e imparziali dalla notizia, evitando accesi commenti emozionali, è il modo migliore per garantire oggettività: in questo modo, infatti, il lettore non è trascinato da argomentazioni colorite a farsi un’idea già proposta e imposta dal giornalista. Al contrario, i “militanti” nei loro articoli si schierano apertamente, mettendo “nero su bianco” le proprie opinioni, che sono del tutto manifeste: rivendicano oggettività, supportata anche dal fatto che dichiarano apertamente di essere onesti riguardo alla propria “fazione”. Le buone intenzioni degli uni e degli altri sono innegabili ed entrambi si pongono come scopo l’oggettività dell’informazione: alla fine il dibattito, però, sembra non aver soluzione.

E’ un paradosso: la condanna dell’informazione è quella di non poter essere che filtrata dalle nostre esperienze, dal modo in cui pensiamo e dal contesto in cui siamo cresciuti. La maledizione dell’informazione è quella di non poter essere oggettiva in modo assoluto! Il nostro compito è, in qualità di lettori, quello di essere capaci di costruire una capacità e una coscienza critica, che ci permetta di smascherare i casi più eclatanti di ambiguità. Come giornalisti, o come, (più realisticamente o meno presuntuosamente per quanto riguarda me) persone che si dilettano a scrivere articoli, l’imperativo morale è quello di operare con umiltà e onestà intellettuale.  

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2 thoughts on “L’inesorabile soggettività dell’informazione

  1. Alle volte l’ostacolo più grande nell’annunciare una notizia è l’ignoranza dei lettori. Pensiamo ad esempio alle dinamiche dell’economia mondiale o ai conflitti storici di lungo periodo: un articolo che commenta un singolo fatto appena accaduto che però si inscrive in filoni più ampi come questi, come ad esempio la svalutazione della moneta o un attentato in Palestina non può prescindere dal contesto, difficilmente descrivibile in un singolo e breve articolo di giornale, cartaceo o virtuale che sia. Viene da sé che senza uno sfondo adeguatamente preparato la singola notizia si prestà molto di più alle interpretazioni.

  2. Non credo che esistano giornalisti oggettivi, come ben hai argomentato tu. E l’indipendenza della testata non garantisce necessariamente la qualità (che si fonda non solo sulla presunta imparzialità, ma anche sull’accuratezza delle fonti, su un buon stile di scrittura, ecc)
    I giornalisti saranno condizionati pure dai loro schemi mentali, ma basta fare una cosa semplice: renderlo palese. Questo riguarda soprattutto il mondo aglosassone, nei paesi latini è un pò più complicato.

    Bel pezzo.
    Ciao

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