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Che cosa c’è? Tutto. 

E’ con questo rapido botta e risposta che Quine apriva, nel 1948 un suo famoso articolo. Che cosa esiste in fondo? Tutto. Tutto quello che esiste, esiste. Sembra ovvio, e forse è semplicemente tautologico, banale e scontato. Eppure questa risposta apparentemente così piatta ci dà alcune indicazioni importanti. Il mondo, il nostro mondo, quello che viviamo e abitiamo, sembra avere un carattere irrinunciabile. Ovunque ci giriamo, ovunque guardiamo, abbiamo sempre a che fare con una pluralità di cose: una molteplicità indefinita occupa ogni spazio della nostra esistenza. Ogni cosa, ogni persona è diversa da un’altra e al contempo muta, cambia. Quello che oggi chiamiamo in un modo, domani forse lo chiameremo diversamente. Lo schermo che ora guardate è, in un qualche senso del termine, diverso da quello che avete visto ieri e che vedrete domani.

Una rapida riflessione di questo tipo è scontata, ci dice qualcosa di ovvio ma che non siamo soliti tematizzare. Eppure, benché siamo abituati a considerare il mondo al plurale, a parlare di visioni del mondo, a relativizzare il nostro punto di vista, riflettere a riguardo ci destabilizza comunque. Pensare alla molteplicità delle cose, al loro trasformarsi, al loro nascere e morire evoca in noi un certo senso di precarietà. Anche quando quest’impressione non si trasforma in posizioni pessimistiche o negative, almeno un certo sbigottimento è d’obbligo.

Su questo modello, nasce un certo modo di intendere il sapere. Proliferano mille scienze che, anche giustamente, sono sempre più settoriali, sempre più circoscritte e tecniche. La stessa filosofia mostra un alto grado di specializzazione: spesso chi si occupa di morale non fa estetica, chi studia teoretica tralascia la politica e via discorrendo. Da un lato è ovvio, è la divisione del lavoro, che in ambito intellettuale, culturale e accademico non funziona diversamente rispetto ad alti settori. Io mi specializzo in un campo e tu in un altro; è meglio saper tanto di poco, che rischiare di non saper nulla di tutto.

Abbiamo però anche un’intuizione opposta, e che vi invito a lasciar emergere, a dargli maggior peso. Forse vi è venuta in mente leggendo queste righe, lo suggerisce il caso della filosofia. Questa, infatti, la disciplina che più di tutte aspira da sempre all’unità, alla compiutezza, sembra ritrovarsi anch’essa in una sorte di babele postmoderna. Ma di contro all’ovvia considerazione di una pluralità irriducibile di cose possiamo far valere un’altra intuizione. Si tratta del fatto che parliamo, nonostante tutto, del mondo, del tutto e ne parliamo al singolare. Certo, è solo una forma grammaticale, che non cancella il fatto che questi nomi racchiudano in sé l’idea di una pluralità, ma è già un indizio.

Siamo insomma portati a ordinare il molteplice, a dargli forma e senso. Talvolta ci limitiamo ad affibbiargli un nome, magari un po’ confuso, nell’impossibilità di far meglio. Lo facciamo sempre, quando ci muoviamo nel nostro mondo e quando facciamo scienza. Anche la disciplina più specializzata, d’altronde, lavora con concetti generali. In questa naturale disposizione umana sta, in fondo, parte del senso del lavoro intellettuale. Portare a chiarezza, districare la matassa dei dati che si affastellano e cercare di vederci meglio è il primo compito del filosofo. Questo, in fondo, è il senso di gran parte dell’opera del pensatore tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel: fare filosofia, fare attività teoretica significa portare al concetto. Significa elevare ad una dimensione razionale ciò che prima appariva caotico, frammentario, forse addirittura assurdo e privo di senso. Dietro i molti si ricerca l’uno, dietro la caotica molteplicità, l’unità di senso.

Ecco però che ci sovviene un’ulteriore domanda: ma sarà possibile? Forse è addirittura il caso di porre questa questione con una certa ingenuità, perché così facendo ben si coglie il problema. Una famosissima frase dell’Amleto di Shakespeare dà voce proprio a questa istanza: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia“. Ben diversa sembrerebbe la realtà dei filosofi: semplice, razionale, “minimale”, rispetto a quella vera, concreta e disordinata della nostra vita. C’è una misura per cui questa obiezione coglie semplicemente nel segno, ma se è indubbia la molteplicità della realtà che ci appartiene, è indubbio quantomeno un altro aspetto. Si tratta della nostra esigenza a portare unità, la nostra tendenza a fare ordine, chiarezza e distinzione. In una parola, resta insopprimibile, con buona pace di molti, l’esigenza del sistema.

Forse mai, quanto nell’ultimo secolo questa parola è stata tanto osteggiata e ostracizzata, fino a diventare quasi sinonimo di totalitarismo. Il punto però è proprio un altro, si tratta di tenere in considerazione quella commistione di uno e molti che da sempre accompagna la storia del pensiero. Sarebbe folle pensare di poter non solo conoscere, ma anche semplicemente organizzare la realtà e il sapere su di essa una volta per tutte. Quello che Hegel ha veramente da dirci sta in questo suo aspetto, forse troppo spesso mistificato e dimenticato: il sistema vive di una perenne tensione, si modifica e muta. L’ordine non è eterno, così come non finiamo mai di approfondire e di conoscere la realtà fin nei suoi aspetti più minuti, così non finiamo mai di ripensarla, di razionalizzarla e di riconsiderare cosa essa, in generale, sia. Non il semplice sistema allora, ma lo spirito di sistema, la tendenza a ricercarlo è ciò a cui non possiamo permetterci di rinunciare.

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