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Compromesso. E’ una parola scomoda, che guardiamo con una certa diffidenza, perfino con sospetto. A volte a ragione, perché insomma su certe cose no, non si può scendere a compromessi. Il fatto è questo, lampante e sotto gli occhi di tutti: prima o dopo nella vita irrompe il compromesso. Certo sulle prime è uno shock, lo indica proprio l’espressione “scendere” a compromessi. Da una posizione alta, più alta, in cui speravamo d’ottenere tutto e d’avere la più assoluta ragione, di fronte al dissenso e alla diversa posizione altrui – irremovibile come la nostra – ci tocca, terribilmente, a volte con magnanimità, scendere e arrivare nella piovosa e bigia pianura del compromesso. Questo potrebbe voler dire che dovremo rinunciare a qualcosa per concederlo all’altra parte. E quanto è difficile e quanto ci colpisce nell’orgoglio. Il politico e diplomatico francese Aristide Briand (che con i compromessi se l’intendeva) diceva infatti: “Un compromesso è perfetto quando tutti sono scontenti”. Bella storia.

Compromesso dunque è una parola scomoda sì, ma necessaria. Eppure direi che ha un certo fascino. L’importanza di fare compromessi, nella vita privata e sociale delle persone ma perfino nella vita democratica d’un paese, non è affatto trascurabile. Anzi è assai rilevante. Fare compromessi è importante. Il nostro amico Aristide, l’esperto di compromessi, era anche un grande, grandissimo fautore della pace. Da ministro degli esteri francese sosteneva fortemente la Società delle Nazioni. Nel 1922 si dimise in contrasto con le dure condizioni di pace imposte alla Germania nel trattato di Versailles (c’aveva visto bene). Può essere considerato un precursore dell’integrazione europea. Infine, vinse il Nobel per la Pace nel 1926. Insomma, l’idea che compromesso e pace siano due parole che vadano d’accordo non mi pare così campata per aria. Il che potrebbe farci rivalutare la bellezza (mi spingo un po’ troppo in là, lo so) del compromesso.

Prima di tutto, accettare la necessità di dover fare compromessi, è prova di grande umiltà. Si riconosce infatti all’altro una dignità d’essere pari alla nostra. Posizioni distanti, inconciliabili può darsi, ma pur sempre posizioni d’un essere umano, non d’un demonio. A volte anzi non scendere a compromessi e additare l’altro come demonio è altamente rischioso, altezzoso e produce spesso solo l’inasprimento delle posizioni. Relativismo dunque, ma fino a un certo punto. Rispondo subito alle tante possibili confutazioni di quel dico: come distinguere quei temi su cui, in larga scala, è possibile scendere a compromessi e quali no? Per alcuni ci sono certi valori imprescindibili e per altri, appunto, altri! Vero, ma questa volta voglio parlare con concretezza. C’è un bel testo, redatto il 10 dicembre del 1948, che si chiama “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”. Ci basta il primo comma del primo articolo (“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”) per capire quale sarà l’andazzo dell’intero testo. Quel che dico è che questo documento, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, raccoglie i più grandi, imprescindibili, improrogabili ed incompromissibili valori prodotti dallo sviluppo storico e morale della nostra società. Chi li mette in discussione oramai è considerato a una sola voce demonio, per davvero. Dunque su quei temi non si può e non si deve scendere a compromessi – compromesso che d’altronde ci risulterebbe innaturale da fare, perché come ogni testo giuridico la Dichiarazione non è campata per aria ma scritta sulla base di concezioni già presenti e ben radicate nel tessuto sociale ed intellettuale. Insomma quelli sono (o dovrebbero essere) i valori ontologicamente connaturati con noi, per il sol fatto che siamo nati qui e in questo secolo, su cui non si deve e non si può, lo ripeto, scendere a compromessi. In tutte quelle situazioni, dal micro al macro, dal nostro privato al pubblico, dall’amore alla politica, che non mettono in discussione punti essenziali come quelli contenuti nella Dichiarazione, ebbene in quelle situazioni quotidiane il compromesso è necessario. Potrà non piacerci, ma è necessario. E a volte, in realtà, perfino bello da fare. Scendere a patti, con noi stessi o con gli altri, è anche un modo virtuoso d’organizzare pragmaticamente la nostra vita, dal momento che non siamo isolati ma inseriti in un contesto.

Secondo gli zoologi del compromesso (che siamo un po’ tutti noi, n.d.r.), una specie assai frequente di patteggiamento si può osservare nel rapporto amoroso. A volte si deve scendere a patti con noi stessi perché il rapporto abbia inizio. Poi con l’altro perché prosegua. Quando finisce, non parliamone! Se ci si rifiuta di scendere a compromessi, in ciascuna delle tre fasi, non si hanno risultati positivi. Anzi, più spesso ci si logora il fegato più di quando si accetta di intavolare un bel bilaterale e discutere per incontrarsi a metà strada. In fondo, per quanto ci abbia fatto del male o per quanto ci siamo fatti del male, lo sappiamo bene che non abbiamo ragione fino in fondo. E che lei o lui non è poi la bestia che cerchiamo di dipingere. Penso soprattutto a quando finisce una frequentazione, una storia, un matrimonio. In fondo, prima c’eravamo tanto amati!

Anche in politica – che per alcuni individui non troppo sani è una forma d’amore – il compromesso deve essere all’ordine del giorno. Non ci sono santi. Altrimenti davvero si passa per fanatici (altra parola chiave del discorso, vedi sotto). Il mio pensiero vola a Beppe Grillo e ai suoi amici che rifiutano rabbiosi qualsiasi forma di patteggiamento, credendo di uscirne duri e puri,  e invece ai miei occhi almeno stanno facendo la barbina figura che fa un fanatico in tempi in cui il fanatismo è (dovrebbe essere) terribilmente anacronistico. Fare la legge elettorale non da sé ma col numero maggiore di partiti e movimenti che parteciperanno alla competizione elettorale, mi sembra qualcosa di sacrosanto. Come si può pretendere di farsi una legge elettorale da sé e che questa vada bene a tutti gli altri? Non ci si può poi lamentare di non essere stati ascoltati, se non si è voluto sedersi al tavolo – piaccia o non piaccia – del compromesso. Affermò Hans Kelsen, giurista e filosofo austriaco novecentesco: “l’essenza della democrazia risiede non già nell’onnipotenza della maggioranza, ma nel costante compromesso tra i gruppi che la maggioranza e la minoranza rappresentano in Parlamento e quindi nella pace sociale”.  Politicamente parlando additare l’avversario come il male assoluto ha sempre prodotto oscenità che davvero sono poi diventate il male assoluto. Dialogare, dialogare e cercare il compromesso, trattare le tematiche punto per punto nella loro complessità – senza slogan fomentatori e anti-patteggio – è quel che ci salva ed è l’unico vero modo democratico per far sentire la propria voce in un contesto variegato.

Concludo tirando in mezzo Amos Oz, scrittore che stimo molto e a cui molto mi ispiro. Isrealiano, è un autorevole sostenitore della soluzione dei Due Stati per la crisi israelo-palestinese. Una cosa che non va giù al nostro Amos è proprio il fanatismo. Qual è la cura contro il fanatismo? L’esercizio sano e costante del compromesso. L’essenza del fanatico, dice Oz, sta nel desiderio di costringere gli altri a cambiare e allo stesso modo su questo non accetta compromessi. Questo sua inclinazione non fa altro che aumentare l’intensità, la quantità e la gravità dei conflitti, soprattutto se dall’altra parte il fanatico incontra un altro fanatico (succede assai di frequente). Insomma, non siamo isole darwinianamente superiori e il resto del mondo è un nemico o un rivale da redimere o eliminare. No, non lo siamo diamine (e questo molti ancora se lo devono mettere in testa), al massimo siamo penisole, sostiene Oz, non siamo isolati ma nemmeno in grado di amalgamarci perfettamente con tutti gli altri. Ecco il perché del compromesso. “Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte. Sono sposato da quarantadue anni con la stessa donna: rivendico un briciolo di competenza in fatto di compromessi. Quando dico compromesso non intendo capitolazione, non intendo porgere l’altra guancia all’avversario. Intendo incontrare l’altro, più o meno a metà strada.”

Arrivederci a metà strada, dunque!

Leonardo Moscati

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