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O la bellezza del mercato? Beh, forse dire che il mercato (il fantomatico mercato!)  sia qualcosa di bello in sé è un grosso azzardo, che nemmeno condividerei del tutto. Però penso una cosa: che non è perché un sistema di diffusione e di scambio di prodotti presenta qualche problema e desta qualche perplessità che, allora, ogni prodotto lanciato in questo sistema non possa essere un buon prodotto. La cosa vale per i televisori, le auto, i frullatori, i frigoriferi … e per le opere d’arte.

Infatti spesso si liquida la comprensione di alcune opere sulla base di un giudizio che le definisce “commerciali”. L’opera può sì essere costruita per adattarsi ad alcuni standard di vendita che il settore e il rispettivo pubblico richiedono: i riferimenti a un certo ambito culturale, che determina la serialità dei contenuti, degli elementi pensati per costruire l’opera … questo che si parli di cinepanettoni, di musica elettronica, o di pittura rinascimentale! Ci si è mai chiesti in fondo perché, dopo Raffaello, Michelangelo e Leonardo, si abbia avuto un’intera generazione di pittori definiti dispregiativamente “manieristi”? Perché loro erano appunto “commerciali”, producevano senza proporre “novità” rispetto agli schemi della generazione precedente e, allora, niente novità, niente genio, niente riconoscimento della bellezza estetica del lavoro. Ma, non per questo, niente mercato. Ecco che allora, dopo secoli ad affermare negli stereotipi che questa generazione fosse di interesse culturale scarsamente rilevante, i manieristi sono ora considerati dei veri protagonisti della Storia dell’Arte, alla pari dei loro maestri. Questo per dire che il concetto di “commerciale”, spesso, non tiene conto dell’effettivo prodotto che va così a definire. Perciò, si eviti di liquidare un pezzo musicale elettronico come “commerciale” solo perché impiega le timbriche sintetiche del genere e utilizza i bassi in cassa a massima potenza. Si eviti di definire “commerciale” un film solo perché impiega un numero considerevole di effetti speciali, si eviti di dire “commerciale” un’opera d’arte concettuale perché “potevo farla anche io, ma, se la fa tizio e la firma, allora vende”. Ciò perché sarebbe imbarazzante definire l’intera produzione di pale d’altare e di Cristi crocifissi “commerciale” solo perché si adattavano al soggetto preferito dalla committenza religiosa!

Rosso_Fiorentino_002(un esempio di arte “commerciale” del secondo ‘500!)

Il giudizio estetico, che qui semplifico nelle categorie di “bello” e “brutto”, deve essere il metro adeguato per considerare la buona riuscita di un prodotto artistico o meno, di qualunque settore si parli. Dopodiché, se alcune cause di bruttezza sono rintracciabili all’interno della necessità di seguire gli stilemi e le necessità del pubblico o della committenza, allora quella è una “bruttezza  per cause commerciali”. Ma non è perché una cosa non piace ed è inserita in un mercato, che allora essa è “commerciale”. Se a me non piacessero i vasi dell’antica Grecia a figure rosse, non andrei a dire agli storici dell’Arte che sono delle produzioni “commerciali” solo perché a loro tempo erano fatte per essere vendute! Quale è la discriminante che segna dunque la differenza nell’uso di questo aggettivo dispregiativo?

Stamnos(direttamente dall’antica Grecia, il “commerciale” più “commerciale” di tutti: i vasi. Vendono ancora oggi tra i musei, dicono)

Principalmente questo, a mio parere: è commerciale quel prodotto la cui bruttezza mette in luce quali siano gli stili e le linee di tendenza dettate dal mercato. Questo per dire che le stesse tendenze e gli stessi stili si trovano anche nelle opere riuscite, solo che bellezza di tali opere non fa sorgere il problema di trovare una “colpa” in essi; forse nemmeno il merito, ma, se non altro, aiutano a farci piacere ciò di cui stiamo fruendo. Si evita così di appiattire l’opera d’Arte a quella categoria che è il “nuovo” o il classico e pomposo ”impegnato”. “Commerciale” nel mio piccolo vocabolario non è dunque sinonimo di “disimpegno intellettuale” e dunque “non Arte” (dal momento che penso che vi possa essere una bellezza artistica anche “intellettualmente disimpegnata”) bensì una delle tante e possibili declinazioni di quella categoria estetica che è la bruttezza.

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