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Vorrei fugare subito ogni ragionevole dubbio che vi potrebbe sorgere leggendo il titolo: questo articolo non è stato pubblicato con un netto ritardo, rappresenta invece una scelta ben precisa. La morte di Nelson Mandela risale ormai a due mesi fa, ma le riflessioni della prima ora non mi sono mai piaciute. Non tanto perché credo che siano sbagliate o inutili, quanto perché ritengo che le beatificazioni improvvise rischino di perdere il senso della riflessione che deve seguire alla scomparsa di una delle persone più importanti del secolo scorso e, forse, dell’intera storia dell’Umanità. Sull’esperienza di vita simbolica di certe persone non bisognerebbe mai smettere di pensare e non solo rifletterci a caldo, almeno a mio modesto parere. Un’altra premessa che vorrei fare è questa: davvero io non so cosa dire di un uomo come Mandela, non so da dove iniziare. Inoltre non so cosa potrei aggiungere, con questi pochi pensieri, alla vita e ai gesti di Madiba. Mi scuserete se comunque ritengo che sia giusto provare a farlo.

In fondo si potrebbe dire di tutto su di lui. Potremmo cominciare raccontando brevemente la sua storia, dai primi inizi, come semplice studente universitario alla facoltà diritto dell’Università di Fort Hare. Qui Mandela abbraccia una forma particolare di opposizione alle segregazioni razziali che già vigevano in Sudafrica: la lotta non-violenta promossa da Gandhi. Le sue idee lo portano ad essere allontanato da questo centro di studi e si deve quindi trasferire all’Università di Witwatersand. Nel 1948 la netta vittoria alle elezioni del Partito nazionalista porta all’instaurazione di un vero e proprio sistema razziale, l’apartheid (separazione): una serie di disposizioni e leggi vergognose e assurde che riducevano i neri ad essere schiavi dei bianchi e a perdere qualsiasi diritto politico, sociale e civile. Un vero attacco alla dignità della persona, un crimine contro l’Umanità (definizione dell’ONU) che pervadeva ogni singola esperienza quotidiana (la foto qui sotto ne è solo una pallida testimonianza).

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Mandela, ormai diventato avvocato e iscrittosi all’African National Congress (il partito che difendeva i diritti della maggioranza della popolazione nera, circa il 70%), capisce che la lotta non-violenta purtroppo non basta più, e l’episodio del massacro di Sharpeville nel marzo del ’60 lo aveva tragicamente dimostrato (con sessantanove morti tra i pacifici manifestanti neri). Decide quindi di fondare nel ’61 la “Lancia della nazione”, una sorta di braccio militare del partito per compiere azioni di sabotaggio senza comportare la perdita di vite umane. Ma purtroppo il suo progetto fallisce: Mandela viene arrestato e viene rinchiuso in prigione. Nel Processo di Rivonia viene definitivamente condannato all’ergastolo. Rimarrà in prigione per 27 anni, un periodo di tempo in cui Mandela non abbandona la sua lotta, convinto di poter riuscire a dialogare con in bianchi per costituire un Sudafrica migliore e veramente libero. E ha ragione.

L’incontro ed il dialogo con il nuovo leader bianco Frederik de Klerk è decisivo. Con la liberazione ufficiale di Mandela, nel 1990, e l’abolizione definitiva dell’apartheid, nel ’91, Mandela e l’Umanità intera hanno vinto. Poi verranno il Premio Nobel per la Pace (insieme a de Klerk nel ’93), l’elezione a presidente dell’Unione Sudafricana ,nel ’94, e tantissime altre vittorie, piccole o grandi che siano (come dimenticare la vittoria della Coppa del mondo di Rugby nel ’95, raccontata anche nel film di Clint Eastwood “Invictus”? L’immagine qui sotto è un simbolo della vittoria, non solo sportiva, di tutto il Sudafrica).

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Potremmo continuare a ricordare Mandela guardando qualche film dedicato alla sua figura o ascoltando qualche canzone composta per lui (come ad esempio “Mandela Day” dei Simple Minds). Potremmo citare qualche stralcio dei suoi numerosi discorsi, qualche sua frase storica (come “Un vincitore è solo un sognatore che non si è mai arreso” oppure “Non c’è nessuna strada facile per la libertà”, solo per ricordarne due). Potremmo davvero andare avanti così per molto tempo, ma cosa ci rimarrebbe davvero di Madiba? Basterebbero le parole e le immagini per raccontarci la sua straordinaria esperienza di vita?

In un certo senso ovviamente sì, le testimonianze sono forse il modo migliore per ricordare la vita e i gesti di una persona. Ma tutto questo forse ancora non basta. Se ci si ferma al semplice ricordo ciò per cui Mandela ha lottato non si trasformerà mai in un sicuro possesso dell’Umanità: sono le idee per cui ha combattuto in una vita intera che devono essere continuamente riaffermate e ricordate. Idee di pace, di coscienza sociale, di lotta per la libertà, di continuo dialogo anche con l’avversario, di patriottismo illuminato. Per questo dobbiamo continuare a ricordare Mandela e gli altri grandi della storia con lui.

E allora basta così, non scriviamo più niente. Fermiamoci solo a riflettere e diciamo, con il gesto più semplice che mi viene in mente: “Grazie Madiba”.

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One thought on “A Madiba

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