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“Spiegare una legge elettorale è ben più difficile che spiegare il fuorigioco”. Così Stefano Rodotà qualche settimana fa a “Che tempo che fa”. Prima di lui erano stati intervistati Caressa e Bergomi e la battuta era scontata.

Poiché il fuorigioco è  già sufficientemente complicato di suo meglio mi viene iniziare con una descrizione di massima dei diversi sistemi elettorali. Nel prossimo post mi soffermerò sui dubbi di costituzionalità che accompagnano l’Italicum.

Come sempre tutto ha inizio con una definizione. Sistema elettorale: procedimento che permette di tradurre i voti in seggi. Due sono i principali modelli ispiratori delle diverse legislazioni. Il sistema proporzionale e il sistema maggioritario.

Col proporzionale i seggi, come già indica il nome, vengono assegnati proporzionalmente ai voti ricevuti. Così una lista che ottenga il 50% delle preferenze eleggerà la metà dei parlamentari, quella che ottiene il 20% voti esprimerà il 20% della nuova assemblea legislativa e via di seguito. In questo modo viene garantita la possibilità a tutte le forze politiche, anche se godono di consensi minimi, di contribuire al dibattito parlamentare. Si consente, così, l’elezione di un aula che rispecchi il meglio possibile gli orientamenti politici del corpo elettorale. Il sistema non penalizza partiti nati da scissioni di più grandi formazioni politiche. Anche perciò spesso nelle assemblee così elette non vi è un partito maggioritario ed è dunque necessario stipulare intese e raggiungere compromessi tra i vari partiti al fine di formare un governo. Chiaramente maggiori saranno le forze coinvolte nell’accordo minore sarà almeno sulla carta la stabilità del governo costretto a un continuo bilanciamento di istanze diverse.

Il sistema maggioritario, al contrario, pone l’accento sulla governabilità, accettando un parziale sacrificio della rappresentatività. In ogni circoscrizione o collegio elettorale vengono eletti solo i rappresentanti della lista o della coalizione che ha ottenuto la maggioranza dei voti. In questo modo i piccoli partiti vengono pesantemente svantaggiati giacché anche a fronte di molti voti raccolti possono non ottenere alcuna rappresentanza se sono minoritari in tutto il territorio nazionale. L’assemblea legislativa risulterà composta da poche forze politiche e molti voti saranno “sprecati”: non riusciranno cioè ad esprimere rappresentanti. Questa sostanziale violazione dell’uguaglianza del voto – alcuni hanno effetto, altri no- viene comunemente ritenuta legittima dalle Corti costituzionali di diversi Stati, qualora rispetti i principi di ragionevolezza e proporzionalità. Le compressioni al diritto di voto sono ragionevoli se finalizzate a garantire un interesse costituzionalmente rilevante, in questo caso la governabilità, e se sono le minori possibili; La proporzionalità è invece legata alla coerenza tra i fini che si vogliono perseguire e i mezzi dispiegati per raggiungerli. Ad esempio il premio di maggioranza su base regionale previsto dal “Porcellum” al Senato è stato dichiarato incostituzionale anche perché a fronte di una compressione dell’uguaglianza del voto dovuta al premio, non favoriva in nessun modo la governabilità che la legge si poneva come obiettivo. Il mezzo non era proporzionale al fine. In ogni caso le legislazioni devono garantire, laddove è prevista l’uguaglianza del voto, che potenzialmente il voto di ciascuno abbia lo stesso valore nel momento in cui entra nell’urna.

In entrambi i sistemi coesistono così pregi e difetti tali per cui non  possibile definire a priori e una volta per tutte quale modello sia preferibile. Diversi fattori contingenti possono portare di volta il volta a sceglierne l’uno o l’altro.

Di sicura importanza è la valutazione del momento storico. Quando, alla fine della seconda guerra mondiale, si è trattato di far nascere il nuovo Stato repubblicano, non vi sono stati dubbi sulla scelta del sistema proporzionale. La necessità era che ogni forza politica potesse portare il suo contributo e che quindi tutti si sentissero parte delle istituzioni che si andavano a creare. Si limitava così la presa di idee violentemente restauratrici o altrimenti rivoluzionarie. In circostanze diverse, come forse quelle attuali, è preferibile un sistema maggioritario che consenta l’attuazione di una linea politica soggetta a minori compromessi.

 È anche da tenere in considerazione la natura dell’elettorato. Qualora vi siano pochi partiti con un grosso seguito, gli effetti distorsivi di un sistema maggioritario saranno sicuramente inferiori a quelli che porterebbe nel caso di un situazione dove il consenso elettorale è distribuito più o meno omogeneamente su molte forze politiche diverse. In questo caso sarebbero maggiori i voti a non essere efficaci.

Infine, inutile a dirsi, le convenienze politiche della maggioranza svolgono un ruolo determinante.

La necessità di contemperare interessi diversi ha portato alla creazioni di sistemi misti: si è stemperato il maggioritario attraverso la previsione di una quota di seggi da assegnare proporzionalmente, si è cercato di ovviare ai problemi di scarsa governabilità del proporzionale attraverso l’introduzione di soglie di sbarramento e premi di maggioranza. I limiti alla creatività del legislatore sono posti anche in questo caso dai principi di ragionevolezza e proporzionalità come la Corte costituzionale ha avuto modo di affermare nella sentenza n.1 del 2014, quella sul così detto “Porcellum”.

Una mitigazione degli effetti maggioritari o proporzionali è possibile anche attraverso un diverso disegno delle circoscrizioni o dei collegi. Collegi piccoli danno una chance in più ai piccoli di essere rappresentati in un sistema maggioritario perché i risultati  dipenderanno dai dati locali e non da quelli nazionali. Viceversa in un sistema proporzionale meno saranno i parlamentari da eleggere  maggiore sarà la percentuale di voti necessaria per eleggere un rappresentante. Se, ad esempio, un collegio elegge 100 deputati basterà raggiungere l’1% dei consensi, in un collegio ne elegge 10 tutti i partiti che non raccolgono il 10% dei voti non porteranno nessuno in parlamento.

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